Centro Ch'an Nirvana
 


PASSAGGIO AL NIRVANA
(estratti dal libro ‘Passage to Nirvana’ -di Lee Carlson)
(http://passagetonirvana.com/)
Trad. dall’Inglese di AliberthMeng
 

  

Prefazione dell'autore
“Passaggio al Nirvana” è un tipo diverso di storia. E’ un libro di memorie, ma non solo un libro di memorie;è una raccolta di saggi, ma non è solo una raccolta di saggi;è un tesoro di insegnamenti Zen, eppure non è solo un tesoro di insegnamenti Zen; una sorta di trama di un marinaio, ma non solo un semplice racconto di un marinaio fatto dopo aver bevuto un bicchiere di rum. Insomma, la storia va molto più avanti, e copre molti temi: Un trauma cranico, il divorzio, l’andar per mare, lo Zen, l'amore, la compassione, la poesia, la speranza, la famiglia, i bambini e i cani.... Oltre la storia,c’è assai più che un trauma cranico, il divorzio, l’andar per mare, lo Zen, l'amore, la compassione, la poesia, la speranza, la famiglia, i bambini e i cani. Al suo interno, "Passage to Nirvana" riguarda la poesia della vita.
Il cuore della storia tratta della guarigione, di ciò che accade quando tutto ciò che vi definisce, tutto quello che voi siete, è totalmente, completamente strappato via. "Passage to Nirvana" cerca di trovare un percorso verso la felicità dopo un traumatico evento della vita. L’acronimo del titolo, PTN, potrebbe altrettanto facilmente essere usato per trovare un Sentiero al "Post-Trauma-Nirvana", un percorso che tutti noi ad un certo punto nella nostra vita dovremo affrontare, se saremo colpiti dalla morte di una persona cara, da un divorzio, o da un trauma fisico estremo provocato da un incidente, da una dipendenza o da una debilitante malattia che può portare alla morte.
Il libro non è un’opera di fiction, ma è basato sulle esperienze della vita reale. Anche se gran parte della storia ruota intorno a due traumatiche lesioni cerebrali, si discute poco di parti del cervello, di moderne neuroscienze, di neurotrasmettitori e altre comprensioni dello stato-dell’artemedica. Vi sono un sacco di altri buoni libri su questo soggetto. Invece, utilizzando l'arte al posto della scienza, il libro trasmette ciò che si sente nel vivere con un trauma cranico, o nel curare una persona con una lesione cerebrale traumatica. La storia dà un senso alla lotta, all’oscurità, ed alla gioia di trovare finalmente un percorso in quell’oscurità. "Passage to Nirvana" è la spedizione di un artista alla scoperta dei misteriosi oceani della mente umana.
"Passage to Nirvana" non è una narrazione convenzionale. Il viaggio verso il nirvana non è facile, colui che fa il ‘passaggio’ avanza a singhiozzo, a volte è spinto all'indietro da ululanti tempeste, ed a volte si trova in un’esasperante bonaccia, nell’immobilità dell’aria. La rotta del viaggiatore a volte va ad urtare contro barriere invalicabili, tanto che egli deve ritornare indietro e impostare un nuovo percorso. "Passage to Nirvana" imita questo processo.


 

Parte I: "Prologo: Comincia il Viaggio", è un'introduzione che stabilisce il quadro del lavoro e prepara il terreno per il viaggio, fornendo di chiglia, nervature, elementi di fissaggio, tavole, grafici, regoli parallele e bussola.

Parte II, "Il Libro di Po", conclude la preparazione e mette la nave in mare, con le necessarie attrezzature: vele, alberi, vernice, argani, funi, ancoraggi, calafataggio, letti a castello, oblò e portelli per guardare il cielo, provvigioni per il nutrimento e il sostentamento. "Il libro di Po" è il logaritmo del viaggio.
Parte III, "Bricolage," è a scopo ornamentale: vernice, lampade in ottone, decorazioni di corda, cannella e noce moscata nel caffè, cose che danno al viaggio un ulteriore livello di divertimento. Alcune persone considerano questi componenti come essenziale valorizzazione, mentre altri li considerano inutili, ornamenti in più. Personalmente, ritengo un bisogno fondamentale la voglia dell'uomo di espandere il suo mondo. Come spesso mi citava mio padre, "La varietà è il sale della vita."
"Il Libro di Po" è progettato in modo che si possa leggere in sequenza, come un convenzionale libro di memorie, o con titoli che catturano la fantasia, come ad esempio "Nirvana in New England" o "Il lamento dell'amante," dato che ogni capitolo è un saggio auto-contenuto. I capitoli sono come pezzi di un puzzle, mettendoli assieme l'immagine verrà lentamente a fuoco, ma non esiste un ordine "giusto" nel mettere insieme i pezzi.
Se avete mai parlato con una persona cerebrolesa, voi saprete che questa può essere un'esperienza frustrante e provocatoria, con il livello di frustrazione che dipende dal grado di danno della persona. La persona con una lesione cerebrale può arrabbiarsi, può dire cose inappropriate, ma può avere a volte difficoltà a concentrarsi sulla conversazione e iniziare una qualunque discussione con qualcuno dei suoi pensieri. Essa può fermarsi a metà della conversazione, perdersi, o semplicemente essere lenta nel comprendere. "Passage to Nirvana" descrive non solo il percorso di un Sentiero verso il Nirvana, ma anche il modo in cui funziona la mente colpita da cerebrolesi traumatica, con problemi di concentrazione su una unica cosa per un certo periodo di tempo, saltando da una forma irregolare di puzzle ad un altro pezzo di puzzle, danzando avanti e indietro dal momento presente alle memorie di possibilità future e viceversa, e cercando un modo per dare un senso al caos.
Ma, avere a che fare con una persona cerebrolesa può essere anche un'esperienza immensamente gratificante. La persona cerebrolesa può essere grata, ottimista, perfino felice di essere viva. Spesso opera senza inganno o falsità. Intorno ad essa può esserci una energia che è perfino contagiosa. Per la persona "normale" che si occupa di un sopravvissuto alla lesione cerebrale, solitamente c’è la necessità di avere un atteggiamento di pazienza e compassione, altrimenti si potrebbe impazzire. Stare faccia a faccia con una persona cerebrolesa può essere un'esperienza che vi insegna a capire cose su di voi stessi. "Passage to Nirvana" descrive pure questa odissea.
Al liceo c’era una professoressa di filosofia,nella cui classe c’era un orologio sulla parete anteriore che aveva smesso di funzionare. Lei si rifiutò di chiamare la manutenzione dicendo che, poiché stava insegnando l'esistenzialismo a una classe a cui le normali regole non si applicavano, e dove il tempo si era fermato, andava bene così. Io ora mi sento allo stesso modo con "Passage to Nirvana." Esso non segue le "normali" regole per come si dovrebbe comportare un libro. Questa differenza potrebbe essere esasperante, magari difficile, ma può anche essere illuminante, perché costringe a rallentare e ripensare le vostre opinioni. Poiché si tratta di una storia di vita, con una narrazione che funziona senza inganno, che fa assaporare la gioia di essere vivi, che salta energicamente in avanti, indietro, e poi a volte rimane perfettamente immobile e dà un senso al caos, non è una cosa su cui fissarsi.
-Lee Carlson, marzo 2010

 


 

(Poiché l’autore ci ha inviato solo ALCUNI BRANI del suo libro, noi dopo averli tradotti noi li presentiamo a voi su questo sito- N.d.T.)

 

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Un Migliaio di Passi
Il filosofo cinese Lao-Tzu ha scritto che un viaggio di mille miglia comincia con un singolo passo. Pur se ciò può essere vero fino a un certo punto, la mia esperienza personale come viaggiatore incallito e scrittore di viaggi è che un viaggio di qualsiasi chilometraggio inizia con un migliaio di piccoli passi. Ci sono imprese consapevoli: guide turistiche, riviste, siti web e opuscoli di viaggio da leggere, biglietti aerei e ferroviari da acquistare, prenotare auto e alberghi, comprare abbigliamento e attrezzature; compagni di viaggio con cui comunicare; e famiglia, amici e colleghi a cui notificare la nostra assenza e i nostri programmi. Poi ci sono le influenze inconsce che hanno portato a un viaggio: la cartolina dall'Africa inviata anni fa  dai nonni, che ha alimentato la nostalgia di terre lontane, l'infanzia in famiglia con un viaggio di sci in New England, che ha favorito un amore per l'avventura sportiva, la infelice rottura di una storia d'amore giovanile che ci ha mandato alla ricerca di un più felice tempo e luogo.
Il viaggio descritto in "Passage to Nirvana" è iniziato con un numero di passi, sia grandi che piccoli, consci e inconsci;esso è sorto dalle ceneri di una serie di tragedie personali spazzate via, così come da mille influenze più mondane. E'iniziato con la disperazione, come la rottura di una storia d'amore giovanile, ma è anche cominciato, come tutti i viaggi, con molte speranze,aspirazioni, ambizione ed eccitate aspettative per qualcosa di meglio -altrimenti perché intraprendere il viaggio?
La mattina del 15 maggio 2002, mi trovavo in un autolavaggio a Riverhead, New York, all'estremità Orientale di Long Island. Dovevo incontrare un potenziale nuovo cliente, una elegante procuratrice immobiliare che era interessata ad acquistare nel fiorente mercato immobiliare di New York. Avevo 44 anni, ero uno scrittore professionista, e avevo fatto il copywriting per importanti sviluppatori di New York, scrivendo grandi, costose, e lucide brochure di marketing, e il mio amico Davide, che era un imprenditore edile, pensava che io avrei potuto far fare a questa procuratrice un giro avanti e indietro per le vie di Brooklyn, dove vecchi magazzini e aziende erano stati rapidamente trasformati in condomini di lusso, spuntando come funghi dopo una lunga pioggia.
Quello era un periodo assai disordinato nella mia vita: gli affari di mia moglie stavano fallendo, e pur se avevo speso enormi quantità di tempo, denaro ed energie per aiutarla a farla riuscire, eppure lei rimproverava me per il suo fallimento. Dopo quattordici ore al giorno fatte di spazzare pavimenti, fare ordini di spedizione, combattere con i creditori e cercare di convincere gli investitori a mettere più soldi in azienda, tornavo a casa… non in un luogo di rifugio, ma da un coniuge che urlava contro di me, dicendomi quanto orribile ero come persona, marito, padre e uomo d'affari. Forse aveva ragione, forse no, ma la realtà innegabile era che lo stress di un'impresa in crisi aveva inacidito una relazione che una volta era amorevole.
Ci fu un tempo in cui Belinda dipingeva cartoline per me con all'esterno un semplice acquerello un pò astratto e con un messaggio all'interno, qualcosa come "Grazie mille per tutto, e se le cose andranno in pezzi ci sposteremo ai Caraibi e così dopo vivremo felicemente! Con amore, B."… Ma tutto questo era nel passato. Ora, nonostante i due anni di terapia di coppia, ci stavamo dirigendo verso un astioso divorzio, che mi avrebbe separato non solo da mia moglie, ma anche dai nostri due giovani ragazzi di età compresa tra otto e cinque anni, che erano tutto per me. Il fallimento in affari ci aveva  lasciati finanziariamente a terra, sull'orlo della bancarotta e in pericolo di perdere la nostra casa. Come se ciò non bastasse, mia madre aveva da poco subito un grave incidente, lasciandola in stato di invalida incapace, l'ombra della vibrante persona che era stata alla giovane età di sessantasette anni. Di conseguenza, trascorrevo molto tempo in viaggio avanti e indietro a Buffalo, New York, dove ero cresciuto, aiutando mio padre e le mie sorelle, e curando mia madre.
Tuttavia,le cose stavano riprendendosi nella mia vita d'affari. Avevo un numero di nuovi buoni clienti per gli scritti, sia commerciali che editoriali; ero appena tornato da un lavoro per la NBC Sports alle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City. Uno dei miei nuovi clienti preferiti era il ‘Environmental Defense Fund’, dove sentivo di aver fatto un buon lavoro che aveva anche un valore sociale di redenzione. Avevo da poco iniziato a fare copie di marketing per il Caffè Lavazza, e si parlava del mio viaggio in Italia per visitare la sede della società e ottenere un reale senso di quanto sia importante l'idea Italiana della‘Dolce vita’, che era la filosofia e i prodotti della Società. Nell'aria primaverile c’erano speranza e ringiovanimento, mentre guidavo lungo le strade di campagna, andando da casa mia verso Manhattan, ammirando la bellezza dei meleti in fiore e i campi degli agricoltori pieni di brillanti germogli verdi e colture in fiore.
Avevo programmato di prendere su David e la procuratrice a Manhattan, in quella mattina di maggio, e poiché avevo due bambini piccoli, come pure un energico cane da caccia color oro, la macchina era piena di bamboline,peli di cane ed altri assortiti oggetti; non era abbastanza pulita per far salire un potenziale cliente importante in città, in particolare una sofisticata donna d'affari. E quindi, mi sono fermato ad un autolavaggio che avrebbe pulito in dettaglio l'interno del mio Nissan Pathfinder blu scuro. Probabilmente,ero appena sceso dalla mia macchina, quando un assistente dell’autolavaggio portò un grande SUV Ford fuori dalle rotaie del lavaggio, e con un eccesso di velocità in retromarcia senza guardare dietro di lui, mi spinse giù. In questo modo mi colpì sulla parte posteriore e non lo sentii arrivare a causa del frastuono del lavaggio-auto. Uno dei testimoni oculari poi disse alla polizia che "Non avevo alcuna possibilità di schivarlo."
Dico "Probabilmente ero appena sceso dalla mia macchina", perché in realtà non ho alcun ricordo di quel giorno, o dei giorni dopo, o, stranamente, delle settimane precedenti l'incidente. Ho battuto la testa violentemente sul marciapiede, fratturandomi il cranio e perdendo coscienza. Il liquido cerebro-spinale fuoriuscì da una crepa nel mio cranio dietro l'orecchio sinistro. Dopodiché, fui portato con una ambulanza in un ospedale locale, dove mi hanno fatto una risonanza magnetica e hanno realizzato che le mie ferite erano troppo gravi per essere trattate. A seconda di chi leggeva la lastra, la diagnosi era o un ematoma subdurale o una emorragia sub aracno idea, o entrambi, sul lato sinistro del mio cervello. Ero stato ricoverato al Stony Brook University Medical Center, che aveva un famoso reparto di trauma neurologici. Indipendentemente da ciò che mostrava la diagnosi MRI, non c'era dubbio che io fossi in coma leggero, e avevo sanguinamento e gonfiore nel mio cervello. I dottori del Stony Brook diagnosticarono ciò che la professione medica chiama un TBJ, ovvero un ‘trauma cranico’. Nei giorni di pre-correttezza-politica, sarebbe stato chiamato semplicemente ‘danni al cervello’, o ‘essere stato preso a calci in testa da un cavallo’.
David era stato lasciato a piedi a Manhattan con la procuratrice, guardando l'orologio, assicurandole che ero di solito molto puntuale. Egli chiamò il mio telefono cellulare numerose volte e continuava a sentire la segreteria telefonica. Quando vide che io non richiamavo,egli alla fine iniziò senza di me il tour di Brooklyn. Più tardi, quello stesso giorno, egli chiamò Belinda per vedere se sapeva dove mi trovavo.
"E'stato investito da un auto in un autolavaggio ed è in ospedale," gli disse, quasi ridendo. "Lui sta bene. Ha una commozione cerebrale o qualcosa del genere. Riesci a credere a quanto lui sia stupido? Solo lui poteva fare una cosa del genere. Che idiota!"
Mesi dopo, quando finalmente mi sentivo abbastanza bene per poter fare domande su quello che era successo quel giorno, raccontandomi quella conversazione David si stava ancora meravigliando della reazione di mia moglie. "Si mise a ridere, mentre mi diceva quella cosa, non riuscivo a crederci", mi confessò.
Certo, la reazione di mia moglie era estrema, le sue percezioni erano colorate dal nostro imminente divorzio, ma molti pazienti con TBJ hanno problemi simili con la famiglia: voi vi sentite bene, potete parlare, apparite svegli. E quindi, “Hai un bel bernoccolo in testa, e allora? Non c'è niente che non vada in te, perché allora non puoi andare avanti nella vita? Hai un forte mal di testa? E allora? Noi tutti abbiamo dei mal di testa. Perciò, smettila!”
La risposta di mia moglie all'incidente era solo l'inizio di molte altre reazioni da parte di persone che non hanno capito la portata di quello che era successo al mio cervello. Medicalmente, io sono stato anche fortunato; l'emorragia si era fermata, il gonfiore si ritirò e fu evitatala chirurgia. Benché gravi, risultò che le mie ferite non erano pericolose per la vita.

Belinda un giorno portò in ospedale i nostri due figli, Chas e Niall, dove i due ragazzi trovarono il loro padre in mezzo a tubi e monitor e con la testa intrisa di sangue appoggiata su un cuscino. Per loro, fu spaventoso vedere il padre in questo stato, soprattutto perché essi avevano da poco visto la loro nonna giacere anch’essain un letto d'ospedale, incosciente per una ferita alla testa, nonché incapace di parlare o camminare. Per fortuna, io apparivo abbastanza bene ad un osservatore casuale. Potevo parlare e sembravo sveglio e attivo.
Le apparenze, però, ingannavano. Ero stato classificato a metà della‘Glascow Coma Scale’, una sorta di misura della capacità di coscienza. Come la maggior parte delle persone, io presumevo,guardando i drammi medici in televisione, che una persona fosse in coma,- giacendo in un letto d'ospedale, con gli occhi chiusi, incosciente,- o fuori dal coma: sveglio, in grado di parlare, o muoversi. Però c'è tutta una serie di stati in cui il paziente è ancora da considerarsi "in coma". Su una scala da uno a quindici, il profondo stato comatoso apatico della Glasgow Coma Scale è al nr. 3, e lo stato di coscienza di chi è totalmente sveglio, è al nr. 15. Io mi trovavo in qualche parte nel mezzo.
David chiamò mia sorella Debbie a Buffalo per dirle ciò che era è accaduto, e il suo primo pensiero fu "Oh Dio, questo non può essere accaduto di nuovo. Prima, la mamma, e adesso Lee?". Poi, Debbie chiamò l'ospedale e un simpatico infermiere le disse di venire qui, ora, dopo che aveva saputo come mi aveva trattato Belinda. Debbie lasciò il marito ei figli, prese un aereo e si precipitò giù per aiutare il fratello ferito per curarlo.
Quando Davide venne a farmi visita il giorno dopo l'incidente, ero sveglio sul letto. Sapendo quanto mi piaceva leggere, egli aveva portato con sé diverse riviste. In seguito mi disse che appena entrato nel reparto di terapia intensiva, era stupito e arrabbiato per il fatto che l'ospedale mi aveva messo in un letto con lenzuola usate e sporche. Non riusciva a credere che la federa dietro la mia testa fosse così sporca. Fu solo dopo, che avvicinandosi, si rese conto che le "macchie" erano realmente sangue e liquido che ancora colava dal mio cranio. David è un uomo alto, allampanato, con gli occhiali, una persona straordinariamente calma. Per lui, dire di essere rimasto scioccato è una cosa importante.
Cosa successe dopo, negli anni successivi all'incidente, è diventata una delle sue storie preferite, e lui non si stanca mai di raccontarla.
La storia inizia con me che dal letto gli faccio un cenno con un dito. "Vieni qui, devo dirti una cosa," gli dico con un sussurro cospiratorio.
Egli si piegò su di me con l'orecchio teso.
"Devi farmi uscire di qui," gli sussurro, appena udibile.
"Perché?"
"Ho incontrato mia madre nella baia ieri sera, e abbiamo scaricato un carico di armi, dalla sua barca sulla mia".
Io e David eravamo amici fin dall'infanzia, eravamo cresciuti per strada insieme in un sobborgo di Buffalo e di nostri genitori erano stati buoni amici. I nostri nonni anche erano stati buoni amici. Lui conosceva bene mia madre, Ann Carlson (mia madre) era una rispettabile, solida nativa del Midwest; lei non portava certo pistole. Egli sapeva dell’incidente di lei,ed anche che non era proprio possibile che lei fosse andata in giro nella baia su una barca. Se mia madre avesse potuto, sarebbe stata qui in ospedale al mio fianco.
"Oh, vedo, e che cosa state facendo con le armi?"
"Stiamo andando a venderle in un cantiere di Domenica."
"Oh."
L'immagine di mia madre come una mercante d’armi in arrivo col favore delle tenebre su un battello, con scatole piene di AK-47, provocò una risatina sulle labbra di David, così come l'immagine di mia madre e me mentre le vendevamo su un tavolino nel mio vialetto nel sole di primavera di un Sabato mattina. Non ho idea da dove mi arrivò questa stravagante fantasia, ma essa mostrò quanto fossi realmente fuori di testa. Ero totalmente serio con tutta la storia della mercante d’armi, ed a questo punto David si rese conto che, anche se sembravo star bene, c’erano alcuni problemi reali con il mio funzionamento cognitivo. Egli disse che, invece delle riviste che mi aveva portato, Debbie avrebbe potuto portarmi un paragrafo; dato che non riuscivo a ricordare nulla, avrei potuto leggere lo stesso paragrafo più e più volte.
Ci furono altri strani e vagamente comici momenti in quei primi giorni. I medici mi proposero le loro questioni neurologiche standard per determinare le mie funzioni cognitive. Mi fecero domande su come e dove lavoravo, se ero sposato, dove lavorava mia moglie, ecc. Ho detto loro che lei lavorava per Ralph Lauren, che si stava bene ad un certo punto nella nostra vita, ma lei poi non aveva più lavorato per otto anni. Un'altra domanda-standard fatta a tutti i pazienti del reparto neurologico in terapia intensiva era: "Chi è il presidente degli Stati Uniti?"
Io risposi correttamente "George Bush,". Quello che i medici non avevano realizzato è che io stavo pensando a George Bush Senior, che era stato presidente nove anni prima, nello stesso periodo in cui mia moglie aveva lavorato da Ralph Lauren, e non all'attuale presidente, George W. Bush. Voi potreste pensare che medici intelligenti e istruiti avrebbero potuto farmi una domanda migliore.
Un altro fatto strano è che il testimone principale dell'incidente, quello dell'auto dietro la mia, si rivelò essere l’avvocato divorzista di mia moglie. Lui non mi aveva mai incontrato o visto, quindi non sapeva chi io fossi fino a quando la polizia tirò fuori il portafogli dai miei pantaloni, mentre giacevo per terra privo di sensi, e lesse il mio nome dalla licenza e chiese se qualcuno mi conosceva.
"Oh mio Dio", disse l'avvocato di mia moglie: "se non fosse che io l’ho già denunciato,dovrei seguire in ospedale l'ambulanza per prenderlo come cliente!" Non si può fare questo….
Quando David seppe che l'avvocato di mia moglie era stato il primo sulla scena, scherzosamente mi chiese se avevo visto cambiar di mano una busta piena di denaro contante tra l'avvocato e l'addetto al lavaggio auto. Questo era, dopo tutto, Long Island, terra di Amy Fisher, la Lolita di Long Island che sparò alla moglie del suo amante Joey Buttafuoco. Era anche il locale generale del famoso caso di omicidio Woodward in cui una ricca mondana sparò al marito, che fu la base per il libro "The Two Mrs. Gren-villes", e la scena del famoso "Murder in the Hamptons", dove il finanziere miliardario Ted Ammonfu ucciso da un elettricista che si rivelò essere l'amante della moglie. Lì a Long Island, erano accadute cose ben più strane che buste di denaro che cambiano mani durante un lavaggio dell'auto. Io non ero un multimilionario e mia moglie non aveva soldi per corrompere l’addetto all’autolavaggio, così ovviamente mia sorella, David ed io sapevamo che questo era solo uno stupido incidente, ma il suo scherzo alleggerì la tensione del mio giacere in un reparto di terapia intensiva, con il mio cranio e una vita familiare entrambi fratturati.
Anche se l'avvocato non mi seguì in ospedale, un altro avvocato si presentò in quei primi giorni. A quanto pare era stato mandato dallo stesso avvocato del mio divorzio. Apparentemente, sembrava una persona decente, ma era anche un cacciatore di ambulanze. Era così surreale avere un perfetto sconosciuto, ben vestito, seduto vicino al mio letto, che fingeva di prendersi cura del mio benessere, quando in realtà era lì per i soldi. L'ultima cosa di cui avevo bisogno in questo momento era proprio di preoccuparmi di cause legali, denaro, ecc. Avevo bisogno di concentrarmi sulla mia salute.

Il giorno dopo, quando Belinda portò i nostri due figli in ospedale, i ragazzi cantavano, "Stiamo per avere un autolavaggio, stiamo per avere un autolavaggio", allora mia sorella alzò appena gli occhi, indicando a me che lei non aveva nulla a che fare con il modo in cui essi stavano mostrando il loro punto di vista di ciò che era importante.
Nei giorni che seguirono l'incidente,il comportamento di mia moglie continuò ad essere così privo di compassione e comprensione che i medici dissero a mia sorella che essi non mi avrebbero rilasciato finché non avessero saputo che io sarei andato in un posto dove sarei stato adeguatamente curato, lontano da mia moglie, che era "veleno" per il mio recupero. Così, dopo cinque giorni,quando sono stato dimesso dal reparto di terapia intensiva del Stony Brook, mia sorella poi mi aiutò su una sedia a rotelle fin dentro un auto nera a noleggio in attesa con l’autista, poi mi accompagnò su un aereo e volò con me fino a Ft. Myers, Florida, dove mi consegnò a mio padre, che poteva prendersi cura di me, e mi fece visitare giorno dopo giorno da vari medici, specialisti e terapisti cognitivi, fisioterapisti, neurologi, neuropsicologi, terapisti vestibolari, terapisti occupazionali, psicologi ed altri.
Purtroppo,mio padre conosceva tutte le lesioni cerebrali traumatiche, dopo l’incidente a mia madre che era più grave del mio. Mia madre, nella serata di Venerdì 28 Settembre 2001, otto mesi prima del mio incidente, era caduta giù da una rampa di scale del seminterrato, mentre cercava il bagno durante una cena in una casa sconosciuta. Aveva aperto una porta, era entrata nello spazio buio e caduta giù per le scale, atterrando sulla testa sul pavimento di cemento. Restò subito incosciente, e fu portata d'urgenza con l’ambulanza in ospedale, dove i chirurghi furono costretti a rimuovere la parte del suo cervello che era stata gravemente danneggiata. Lei era rimasta in un coma profondo –

il tipo drammatico della televisione- per settimane.
Quando,dopo più di un mese,mia madre riprese conoscenza, era gravemente disabile, su una sedia a rotelle, incapace di camminare, parlare, mangiare da sola, andare in bagno da sola, lavarsi o fare le migliaia di altri piccoli compiti domestici quotidiani che tutti noi diamo per scontato. Ho passato i mesi dopo l'incidente ad aiutare mio padre e le sorelle alla cura di mia madre, viaggiando avanti e indietro per Buffalo. Dopo diversi mesi di terapia in una casa di riposo, mia madre fu abbastanza mobile da essere in grado di viaggiare, e aiutai mio padre a portare mia madre su un aereo di linea per volare verso la loro casa d'inverno a Napoli, in Florida. La casa in Florida era ad un solo piano, due camere da letto stile vecchio bungalow, con un bianco vialetto di ghiaia, posto auto coperto e una stanza che serviva come soggiorno/sala da pranzo. Mio padre volle dormire da solo nella camera matrimoniale mentre la seconda camera da letto diventò una camera-ospizio per mia madre, mentre nel bagno noi a rotazione ci prendevamo cura di lei, la vestivamo e vegliavamo su di lei mentre dormiva. La casa aveva anche una piccola veranda dove mia madre si poteva sedere fuori, nella sua sedia a rotelle, guardando l'acqua nel piccolo canale dietro la casa, e guardando gli uccelli svolazzare da un albero di aranci ad un albero di avocado e ad un albero di palma, mentre noialtri assistenti potevamo darle da mangiare e asciugarle la saliva dalla bocca.
Proprio quando la nostra famiglia si stava riprendendo dallo shock di ciò che era successo a questa matriarca vibrante, si verificò il mio incidente, e mio padre improvvisamente ebbe il peso di essere l’assistente non solo per la sua moglie di 64 anni, ma anche per il suo figlio di 44 anni, entrambi con lesioni cerebrali traumatiche.
Nei mesi successivi, mia moglie mi abbandonò, ha venduto la nostra casa al suo fidanzato, ha preso i nostri due figli e si è trasferita nel Wisconsin, lasciandomi senza soldi, senza assicurazione sanitaria e senza casa, senza un posto dove dormire,che fosse diverso dal divano di casa nella camera dei miei genitori. (Sembra un brutto scherzo, ma è tutto vero). Mia madre ha continuato a peggiorare fino a quando il suo corpo, alla fine, non ce la fece più e lei pietosamente morì nel sonno, lasciando me e mio padre nel lutto ma anche grati per la sua morte. Uno dei miei ricordi più vividi, sono le tracce parallele lasciate nella ghiaia bianca dalla barella del medico legale, e di mio padre nel vialetto con un rastrello che smussava la ghiaia, cancellando le prove del suo passaggio.
Quando alla fine i miei medici mi fecero uscire dalla terapia riabilitativa dopo un anno a Napoli, sono tornato a Southold, New York, al North Forkdi Long Island, città vicina alla mia casa precedente, e ho trascorso i successivi cinque anni cercando di lavorare a modo mio col ritorno a una sorta di vita normale: noleggiare e arredare una casa, così da poter avere una casa per i miei figli quando loro mi verrebbero a trovare; cercare di trovare un lavoro e tornare a scrivere; cercare di trovare una donna che mi accettasse così come ero e che potesse essere di sostegno e amore non solo a me, ma anche ai miei figli.
Nel frattempo,mentre cercavo di recuperare un po’ di senso di normalità, al mio ​​cognato Kevin, che era sposato con l'altra mia sorella, Kristan, e che era anche un buon amico, all'età di quarantasette anni fu diagnosticato un cancro alla gola. Era una persona intelligente ed attiva, col titolo di avvocato che però aveva rinunciato a entrare in uno studio privato per aiutare i poveri ed i bisognosi. Mentre molti avvocati diventano difensori pubblici per alcuni anni dopo la scuola di legge e poi vanno avanti, egli era rimasto nella carriera di pubblico difensore, scegliendo il servizio pubblico al lucro offerto da quello privato. Prese un interesse personale nell’aiutare i suoi clienti, agendo come assistente sociale e come avvocato. Perché il cancro aveva preso di mira proprio lui?
Sono tornato a Buffalo per aiutare Kristan, che aveva due bambini piccoli, mentre lei doveva andare tutti i giorni in ospedale. Io portavo i bambini alle partite di baseball dei Buffalo-Bisons(squadra di lega minore di Buffalo), o a giocare con i bambini nel cortile – a basket, ad hockey, - oppure aiutavo la piccola Elisabetta, che aveva solo sei anni, a lanciare la palla al mio dorato cane da caccia Henry,cercando di fare tutto ciò che potevo per tenere le loro menti lontane da un padre morente che ci sembrava uno scheletro, con il suo corpo emaciato e gli occhi fissi nel vuoto come un fantasma, nel suo letto d'ospedale nel reparto dei pazienti terminali al Roswell Park Cancer Institute.
La sua morte fu prolungata e dolorosa, lasciando tutti noi emotivamente svuotati e lasciando vedova mia sorella con due bambini piccoli.
Poi, solo pochi mesi dopo la morte di Kevin,è morta di cancro alle ovaie mia zia Leslie, all'età di 59 anni. Era stata una chef di successo a New York City, la prima donna assunta al Waldorf Astoria, una favorita personale di James Beard, nota innovatrice e personalità del cibo che era stato presentata in televisione e aveva scritto parecchi libri di successo di cucina. Avevo spesso fatto visita a mia zia con i miei ragazzi,nella sua casa dello zio Phil a Bronxvillee, intorno al tavolo della loro sala da pranzo,ridendo abbiamo condiviso storie di famiglia e pasti cucinati in casa. Come poteva il maledetto cancro aver portato via anche lei?
Il costo delle cure di mia madre portò quasi alla bancarotta mio padre, e il mio incidente portò me alla bancarotta. Ogni morte e malattia, e le perdite della nostra famiglia, mi lasciarono fisicamente, emotivamente, psicologicamente e finanziariamente a terra. E'stato proprio un momento difficile.

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Ingegnosità Zen
Prima dell'incidente, io ero uno studente di buddhismo Zen. Il mio cammino spirituale era cominciato 25 anni prima, quando mi ero imbattuto in un bellissimo libro, "Il leopardo delle nevi", di Peter Matthiessen, che aveva appena vinto il National Book Award. Il libro raccontava la ricerca di Matthiessen del senso dell’esistenza tramite lo Zen e il buddhismo Tibetano, dopo la morte per cancro della moglie, culminante in un viaggio in Himalaya dove aveva cercato lo sfuggente leopardo delle nevi, come pure la nascosta saggezza incarnata dai monaci buddhisti rinchiusi nel remoto e misterioso monastero della Montagna di Cristallo (Crystal Mountain). Leggere quel libro mi portò a frequentare un corso di religioni comparate, dove il mio professore, il dottor Joel Smith del Skidmore College of Philosophy&Religion Department, non solo in classe ci insegnò sulle grandi religioni del mondo, ma ci portò anche in un monastero buddhista in Catskills, per un opzionale ritiro di fine settimana. Per quanto queste influenze mi avevano incuriosito, nella mia vita adulta ero sempre stato un dilettante spirituale; la famiglia, i figli, il lavoro e una moglie che non approvava, erano stati tutti ostacoli al mio diventare uno studente più serio.
La crisi del mio matrimonio prima dell'incidente mi aveva trasformato in qualcuno in cu a malapena mi riconoscevo. Io però rispondevo alle provocazioni di mia moglie, arrabbiandomi e urlando verso di lei. In più ero brusco ed irascibile coni bambini. Io non ero la persona calma, pacifica e amorevole che volevo essere. Ero agitato, emotivo,disordinato. Avevo raggiunto un punto di svolta nella mia vita che mi causò una ritrovata ricerca di senso, di felicità: Chi ero io? Chi volevo essere?

Con la mia precedente esposizione nel buddhismo Zen, ho quindi pensato che trovare un gruppo di meditazione poteva aiutarmi a calmare le mie emozioni. Ho cercato un gruppo di meditazione vicino casa mia e sono rimasto stupito e felice di scoprire che Peter Matthiessen aveva in loco un piccolo zendo, o centro di meditazione, a circa un'ora da dove vivevo, chiamato‘The OceanZendo’. Negli anni in cui aveva scritto "Il Leopardo delle nevi",egli era diventato ancora più immerso nello Zen ed era diventato un Roshi-zen, o maestro sacerdote. Gli ho inviato una lettera, ed ho ricevuto un gentile e meraviglioso invito per unirmi al suo sangha, o comunità Zen. Così, io ho cominciato a farmi l'ora di macchina una o due volte alla settimana per andare allo zendo, dove iniziai a meditare, a partecipare a gruppi di discussione sulla filosofia buddhista Zen, ed a ricevere regolari istruzioni da diversi docenti. Allo stesso tempo, ho preparato un piccolo altare con cuscini di meditazione neri in un angolo del mio ufficio a casa, e mi alzavo presto ogni mattina, prima che i miei figli o mia moglie si fossero svegliati e meditavo per una mezz'ora.
Tutto questo, ha avuto una solida mano per aiutarmi ad affrontare le crisi della mia vita: che erano un matrimonio in crisi, la perdita del lavoro, l’incidente invalidante di mia madre. Ed ero proprio nel bel mezzo di questo nuovo percorso, quando si è verificato il mio incidente. Avrebbe potuto lo Zen e la meditazione aiutarmi ad affrontare anche questa nuova crisi? Come potrebbe un sistema di antica credenza coesistere con la moderna medicina, se non del tutto? Potrebbero mai i due completarsi o contraddirsi a vicenda?
In uno dei primi incontri con il mio neurologo, il dottor Mark Rubino, a Napoli, dopo l'incidente, gli ho cautamente chiesto qualcosa sulla meditazione Zen; gli ho confidato della mia pratica Zen, delle mie quotidiane sedute di meditazione del mattino, che erano state regolarmente parte della mia vita prima dell'incidente. Il dottor Rubino era il capo-medico nel pantheon di medici e terapeuti che erano diventati il ​​centro della mia esistenza quotidiana. Egli mi dava sempre il suo tempo per ascoltarmi e rispondere completamente alle mie domande. Era stato anche neurologo di mia madre. Mi piaceva ed io avevo fiducia in lui.
"Posso ancora meditare?" Gli chiesi con circospezione. "La seduta di meditazione è buona o cattiva per la mia guarigione?"
Anche se il dottor Rubino era giovane, - ritenevo che fosse più o meno sulla trentina-e luminoso, penetrante, energico, meravigliosamente divertente e apparentemente di mentalità aperta, io mi aspettavo che fosse disinteressato,poiché un tale argomento così irrazionale come lo Zen sembra essere in contrasto con la moderna e razionale medicina scientifica. Sono cresciuto ben addestrato in una razionale mentalità Occidentale, e similmente mi aspettavo che un ben addestrato e occidentale medico disdegnasse la meditazione come antica superstizione orientale. La meditazione aveva poco in comune con la medicina moderna e la sua enfasi sulla chimica del cervello, la droga, le modalità di trattamento delle macchine, che erano state tutte accuratamente studiate e testate. Temevo anche che, poiché la meditazione Zen sottolinea il non-pensiero, e dato che sempre il mio problema era di far si che il mio cervello iniziasse ancora una volta a pensare con chiarezza, che forse la meditazione sarebbe dannoso per la mia guarigione.
Invece, rimasi assai sorpreso dalla sua risposta:"E' fantastico",disse lui, "sarà un bene per lei. Molte ricerche hanno dimostrato che la meditazione può aiutare nell’ansia, nella concentrazione, memoria ed altre funzioni cognitive. Fa bene a farla".
Questo suo incoraggiamento ad integrare l’antica pratica Zen con la moderna pratica riabilitativa ha avuto un profondo effetto. Egli intendeva dire che lo Zen non solo avrebbe aiutato il mio cervello a guarire, ma avrebbe continuato ad essere una parte essenziale della mia vita, per crescere e fiorire in un modo che non avrei mai pensato possibile, e alla fine esso sarebbe entrato a far parte di me, così che avrei potuto scrivere questo libro, che il dottor Rubino mi incoraggiò a scrivere.
Da quando avevo scoperto lo Zen al college, ero stato affascinato dalla stupenda brevità delle sue forme d'arte, dalla misteriosa energia della calligrafica pennellata in un enso-il cosiddetto cerchio dell’Illuminazione, alla freschezza di un haiku Giapponese, che si apre lentamente nella mente come un fiore che si apre alla rugiada del mattino. Così, dopo il mio incidente, appena ho cercato un modo di raccontare la mia storia in un modo creativo, bello, illuminante e utile per gli altri, ho cominciato a immaginare un modo di scrivere che avesse le tracce di questa grande e antica tradizione, un modo per raccontare una storia che deve molto alla sensibilità di venerabili poeti giapponesi come Matsuo Basho o poeti più moderni come Soen Nakagawa Roshi, uno dei primi maestri Zen Giapponesi che sono venuti negli Stati Uniti. Il testo "La stretta strada verso l'interno" di Bashoè uno dei libri più amati della letteratura Giapponese e racconta la storia, nel periodo di cinque mesi, di un viaggio di 1233miglia che Basho intraprese a piedi come poeta vagabondo, accompagnato dal suo amico Kawai Sora. Questo fine e delicato libro è scritto sotto forma di diario di viaggio, unendo sia prosa e poesia in un unico coerente insieme.
Soen Roshi non scrisse alcun libro, ma il libro "EndlessVow: The Zen Path of SoenNakagawa" è una raccolta di sue poesie, lettere e calligrafie. E' una sorta di diario di viaggio sia in poesia che in prosa, anche se copre molto più spazio, dalla sua giovinezza in Giappone fino al suo viaggio in America per il suo ruolo nella fondazione del Dai Bosatsu Zendo, il primo monastero Zen Giapponese negli Stati Uniti a New York in Catskill Mountains. Io sentivo un certo spirito affine con Soen Roshi, non solo dai suoi scritti, ma perché egli stesso soffrì di una lesione cerebrale traumatica più o meno verso l’età di cinquantacinque anni, quando cadde da un albero in Giappone.
Esattamente, ciò che è successo a Soen Roshi non è chiaro, ma secondo i racconti, egli era assente dal monastero da diversi giorni. Questo di per sé non era insolito, poiché egli era ben noto per essere un po’ eccentrico e spesso spariva per lunghi periodi di tempo. Nei monasteri, qualcuno che va fuori da solo in un angolo tranquillo per la meditazione e per stare in solitudine è la norma. Ma dopo che non lo si era visto per diversi pasti e per i servizi, gli altri monaci andarono a cercarlo e lo trovarono svenuto sotto un grande albero, presumibilmente con un pezzo appuntito di bambù infilato nel suo cranio. Le storie dicono che egli rimase incosciente per tre giorni. In questi resoconti raccontati, le parole “lesione cerebrale traumatica”non furono mai dette, ma nel 1967 la TBI era poco conosciuta. E'stato ipotizzato che Soen Roshi fosse caduto dall'albero, anche se non si sapeva con certezza ciò che stesse facendo su quei rami. Avrebbe potuto essere in meditazione, seduto su un grosso ramo dell’ albero, o avrebbe potuto proprio salire lassù per godere di una vista migliore. Questo è il tipo di persona che egli era.
Negli anni successivi,Soen divenne un forte bevitore, probabilmente alcolizzato, e alla fine, annegò nella sua stessa vasca da bagno, ubriaco. Si disse che il suo consumo di alcol fosse un tentativo di attutire il costante dolore che sentiva a causa della lesione cerebrale, tuttavia Matthiessen Roshisi era chiesto quanto fosse vera questa diceria se da quando stava con Soen Roshi non aveva mai visto una cicatrice sulla testa rasata di Soen. Matthiessen Roshi si era chiesto se la storia non fosse una sorta di scusa per il forte vizio di bere di Soen Roshi, dal momento che il saké è parte integrante della cultura Giapponese, perfino tra i leader spirituali. Anche se la storia del pezzo di bambù è un abbellimento, non ho alcun dubbio sulla storia circa il danno di parte del cervello. La narrazione è fin troppo dettagliata per essere fabbricata di sana pianta. E capisco fin troppo bene il dolore, sia fisico che mentale, che può derivare da una lesione cerebrale traumatica. Depressione, disperazione e la tristezza sono alcuni dei sintomi molto reali che molte persone che soffrono di una lesione cerebrale traumatica sperimentano, sintomi che rimangono con loro per il resto della loro vita. Si conoscono  fatti di alcuni malati di TBI che hanno ceduto alla depressione e che si sono tolti la vita. Questa è una cosa da cui dovrei guardarmi, una in più di cui dovermi sempre preoccupare. Se un pio e illuminato monaco Zen non poté sfuggire alle devastazioni della depressione causata da un trauma cranico, che speranze posso avere io?
Eppure, io mi sono rifiutato di sprofondare nella disperazione. In parte grazie alla mia affinità con antenati come Basho e Soen Roshi, ho cominciato a scrivere la mia corta poesia, qualcosa che potesse farmi concentrare sulla bellezza della vita. Ma, in parte perché la mia funzione cognitiva era così diminuita, così infantile, tutto quello che potevo scrivere era molto breve, molto focalizzata su composizioni piccole, spesso non più di un paio di parole, ancora più brevi di un haiku. L’ interesse che provavo per la poesia breve esisteva già prima dell'incidente, ma ora il fascino dei brevi versetti  aveva assunto una nuova urgenza. Queste minuscole poesie erano un qualcosa che io potevo ancora scrivere, e ricordare. Era un modo di fare un qualcosa che amavo-giocare con le parole - che ancora era alla portata della mia memoria difettosa. Questa era una cosa che poteva contribuire ad alleviare il dolore per la perdita dei miei figli, di mia madre, della mia casa, del mio senso di sé. Si, ecco, era un qualcosa che poteva allontanare il dolore futuro, impedendomi di affondare nelle onde della vasca da bagno negli ultimi anni della mia vita. Scrivere queste poesie è stata una forma di terapia, una gioiosa celebrazione di ciò che mi era possibile.

Per aiutarmi a ricordare ciò che avevo pensato quando ho scritto queste brevi poesie, io scrissi note adeguate ad esse, riflessioni sulla vita, la mia vita, la condizione umana, le lesioni cerebrali – e così cominciò a prendere forma un libro-racconto, un'odissea composta da poesia e prosa, una sorta di diario che racconta il mio viaggio dalle profondità infernali dello sconforto e disperazione fino alle altezze olimpiche della felicità e della pace. Era una storia più di saper guarire dagli infortuni, una storia in cui facilmente si potrebbe sostituire le parole TBI con altri ostacoli personali come il cancro, il divorzio, l'abuso infantile, la depressione o mille altre afflizioni, una storia che potrebbe aiutare gli altri a ricercare il significato dell’esistenza davanti a grandi difficoltà personali.
In un primo momento, le brevi poesie erano il necessario risultato della mia lesione cerebrale, ma nel corso del tempo, una volta guarito, arrivai a vedere la loro semplicità come un dono, in se stessa una forma d'arte, e ho continuato a scriverle così. Avrei potuto dire loro addio come vestigie del mio danno cerebrale, come le terapie da abbandonare una volta che il mio funzionamento cognitivo fosse migliorato, ma esse sembravano avere un valore al di là di un semplice registrare il mio recupero. Erano brevi poesie di tipo mondano, ma esse hanno portato un universo di significati.
In un certo senso, la mia disabilità mi ha reso molto più consapevole delle sfumature e del potere di ogni singola sillaba e segno di punteggiatura. Non avevo bisogno di mille parole per raccontare una storia. Avevo sviluppato un sesto senso per la potenza emotiva della relazione tra le semplici parole e l'accoppiamento tra le parole e il cuore umano, che avevo solo vagamente intravisto prima del mio incidente. Mi sentivo come qualcuno che ha perso l'uso delle gambe, ma che trova nuova forza nelle braccia per, diciamo, arrampicarsi sulle rocce. Ho parlato con il dottor Rubino di come mi sentivo e lui mi disse: "Tu hai ferito solo alcune parti del cervello, e in altre parti esso ora diventerà più forte per compensare. In un certo senso, tu ora sei come lo Stevie Wonder degli scrittori".

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Nirvana - La nostra barca va...
C’è tanto, QUI. C'è Meg, la concreta realtà della gioia, e sentivo finalmente di poter vedere‘Nirvana’, la nostra nuova casa, lentamente fatta scendere nella San Martino Simpson Bay Lagoon, dopo sei settimane di sudato lavoro in un cantiere navale, pieno di vapore e infestato dalle zanzare,e averla effettivamente vista galleggiare. Nirvana,quando l'abbiamo trovata,era rimasta posata in una buca di sabbia per due anni, in un angolo del cantiere,a marcire lentamente sotto il feroce sole dei Caraibi. Era come un nautico Humpty Dumpty, sceso dal suo trespolo acquoso, e che ora giaceva incrinata e spezzata sul duro terreno. Ma noi eravamo determinati a confutare la vecchia filastrocca ed a rimetterla di nuovo insieme. Avevamo sistemato le crepe nello scafo, sostituito le bandelle (cioè, le linguette di metallo che contengono i sostegni che sostengono l'albero), installati nuovi strumenti e fatto altre mille piccole e meno-piccole riparazioni, ma soprattutto abbiamo sostituito tutti i tubi passanti, le fusoliere, le prese a mare, i tubi flessibili, i cuscinetti, l’albero motore, l’ecoscandaglio transponder-praticamente tutto sotto la linea di galleggiamento,- e tenevamo le dita incrociate che non avessimo dimenticato nulla. Meg fracassò la tradizionale bottiglia di champagne contro la prua, e appena Nirvana fu sollevata e calata in acqua,e si stabilizzò, noi ci siamo buttati sotto, fermandoci sulle assi del pavimento, ascoltando il suono dell’acqua che scorreva, alla ricerca di eventuali segni rivelatori dell’eventuale entrata  mare nella carena. Per fortuna, nulla di ciò accadde. Tutto teneva.
Poi, c'è la realtà astratta, la realizzazione che il vero nirvana è proprio il godere di essere vivi, uno stato di pace e di beatitudine,sgombre dalle preoccupazioni e dalle angosce del quotidiano. Uno stato in cui il nostro battello personale, il nostro corpo, la vita e l'anima – possa fluire liberamente.
Ero esausto per tutto il lavoro in cantiere, e ci sono stati momenti in cui il mio cervello danneggiato sembrava apparentemente spento, ed ero confuso e smemorato, ma non tanto come avevo temuto, e non così tanto che altre persone avessero potuto notare qualcosa di diverso da un normale e lieve disorientamento. Eravamo un po’ in ritardo, che non è inusuale in un progetto come questo, ma sono sicuro che il ritardo aveva qualcosa a che fare con il mio non essere quasi più produttivo, come era stato prima del mio incidente.
La barca, quando l'avevamo trovata, era stata chiamata Prima Donna. Era stata di proprietà di una coppia tedesca, un ex ufficiale Tedesco della marina e la sua giovane moglie, - e avevano vissuto a bordo durante l'esercizio di un'attività commerciale charter nelle isole. Il capitano era morto per un improvviso attacco cardiaco, e sua moglie aveva abbandonato lo yacht, lasciandola in un cantiere e facendo ritorno in Germania.
Noi avevamo programmato di avere diversi mesi di lavoro sul Prima Donna/Nirvana, prima di poterla rilanciare, ma avvenne che la proprietà della nave fosse bloccata in una successione in un tribunale tedesco. Con il tempo, abbiamo poi risolto tutti i problemi legali (grazie alla ex cognata del capitano tedesco, che era stato allevata dai missionari in Nuova Guinea e che parlava un inglese perfetto); così, diversi mesi erano passati e avevamo solo sei settimane prima che arrivasse la stagione degli uragani. La nostra compagnia di assicurazione insisteva che noi fossimo in acqua e in viaggio verso nord, fuori della fascia degli uragani, entro il 1°di giugno. Questo fatto ci ha lasciato poco tempo, e significava che saremmo stati costretti ad assumere un aiuto locale per fare gran parte del lavoro che avevo programmato di fare io stesso. Significava anche che trovare il giusto aiuto locale era una vera sfida, poiché la maggior parte dei migliori lavoratori di cantiere erano già impiegati su altri progetti e non erano disponibili finché non sarebbe stato troppo tardi. Il 4 maggio andai in aereo a San Martin, quasi certo che lo yacht sarebbe stato pronto in un giorno o due, ma ancora preoccupato che qualcosa poteva andar storta all'ultimo minuto, dopo tutti i problemi con l’immatricolazione tedesca per avere la barca. In data 9 maggio, non appena ricevuta la notizia dal nostro avvocato che diceva che la barca era finalmente nostra, mandai in giro la parola che stavamo cercando bravi meccanici qualificati, elettricisti, tecnici riparatori in vetroresina, falegnami, pittori e aiutanti in generale. Nei giorni seguenti, quando ho iniziato a strappare tubi vecchi e legno marcio, riempiendo sacchetti di plastica nera con tende ammuffite e vestiti vecchi lasciati nei cassetti, e accumulando ogni cosa in un mucchio di spazzatura accanto alla barca, arrivò un piccolo ma costante flusso di persone, in cerca di lavoro.
C'era Hartmut, un ex-agente della Stasi (la polizia segreta della Germania Est), che una volta ebbe il compito di proteggere Madre Teresa e che ora viveva da solo su una barca a vela con la sua ragazza brasiliana, una scimmietta e due piccoli cagnolini, e che è diventato il nostro meccanico-motorista. Era alto, muscoloso e biondo, con un forte accento tedesco, e aveva il tipico amore tedesco per ogni tipo di cose meccaniche. Poi, c'era Ralf, un nerboruto ex tossicodipendente sudafricano bianco, che aveva sempre navigato da Città del Capo su una replica del famoso sloop Spray di Joshua Slocum, e che era conosciuto in tutta l'isola come un abile elettricista, ma anche come un testardo eccentrico. Egli affermava di essere stato sulla prua dello Spray nel bel mezzo dell'Atlantico e di aver visto un pesce che realmente era suo padre, e che in qualche modo lo fece diventare un devoto dello Shinto, con la sua enfasi sull’animismo, anche se la sua drogata versione dello Shinto variava notevolmente dalla tradizionale varietà Giapponese. Ralf era sempre in un costante stato di maniacale mobilità, e si presentava per lavorare per un paio d'ore, per poi scomparire e poi rimaterializzarsi ore dopo... o no. A volte, non riappariva se non dopo diversi giorni più tardi.
Una mattina, dopo che io avevo lavorato sulla barca per qualche giorno, un grosso e giovane uomo di colore si avvicinò alla base della scala."Ho sentito che lei è in cerca di aiuto", disse.
«Sì, che cosa puoi fare?" gli chiesi, pulendo la sporcizia, l'olio motore, e asciugandomi il sudore dalle mie braccia nude.
"Beh, ho lavorato su alcuni altri yacht, ho navigato fin qui da Trinidad, e ora vivo qui a St. Martin."
Egli non disponeva di competenze particolari, come meccanico diesel o elettricista, ma appariva come se potesse sollevare da solo tutte le  30 tonnellate della barca fuori dal buco in cui era appoggiata. Il suo nome era Dominic. Non avevo esattamente idea in che modo avrei potuto servirmi di lui, però sapevo che ci sarebbero state un sacco di occasioni per sollevare carichi pesanti.
"Sei assunto," dissi, "quando puoi iniziare?"
"Ho un paio di cose che devo finire, e poi potrò essere qui domani mattina."
Il giorno successivo, e ogni giorno dopo, egli era il primo a mettere piede sulla barca, spesso arrivava prima di me, portando con sé un po’ di caffè mattutino per tutti e due. Non fu che poche settimane più tardi che io ho scoperto che egli viveva in un container abbandonato, in un angolo più lontano del cantiere, sconosciuto anche al proprietario dello stesso cantiere, dove aveva creato una piccola casa organizzata con un materasso sul pavimento, scatoloni per conservare le sue cose ed una corda tesa sui contenitori ad uso di armadio per gli abiti.
In un altro angolo del cantiere, era stato completamente ricostruito un vecchio battello Portoghese di legno per la pesca, la Saudade. I nuovi proprietari avevano assunto una squadra di esperti operai  locali, per lo più falegnami, che avevano completamente disfatto la barca e poi ricostruita, facendo la sostituzione delle costole marce e degli assi dello scafo e del ponte. Il loro progetto faceva sembrare il nostro un gioco da ragazzi. Era evidente che il loro uso del tempo e del budget era molto diverso dal nostro, sembrava che al battello sarebbe servito almeno un anno per poter tornare in acqua. Ho parlato con il capo, gli ho spiegato i termini del mio problema e gli ho chiesto se per caso avesse qualche lavoratore in più che avrebbe potuto risparmiare per alcune settimane. Allora, egli disse che necessitava dei suoi ragazzi per quaranta ore alla settimana, ma se loro volevano fare gli straordinari la sera e nei fine settimana, era disponibile a mandarli da me. Quel pomeriggio stesso un nerboruto uomo di colore, ricoperto di segatura, salì la scala.
"Ho sentito che state cercando aiuto", egli disse con un gran sorriso sui suoi denti giallastri, con una sigaretta all’angolo della bocca, enormi catene d’argento penzolanti al collo e con uno straccio bianco avvolto intorno alla testa per salvarsi dal sole.
"Il mio nome è 'Eyes' (occhi), tutti mi chiamano così a causa del mio unico occhio". Egli aveva un occhio che guardava dritto verso di me, con la saggezza e l'intelligenza di anni di sopravvivenza ai margini della società, l'altro guardava fisso davanti a sé, non si muoveva. Alcune settimane più tardi, quando ebbi modo di conoscerlo meglio, mi ha spiegato che quando era più giovane suo padre lo picchiava: "Mi ha spaccato l’occhio", mi disse e poi, alzando l’occhio di vetro, mi mostrò il buco vuoto.
Ma ora non c'era tempo per le chiacchiere. "Abbiamo bisogno di portare in acqua il nostro battello prima della stagione degli uragani, e abbiamo un sacco di lavoro da fare."
"Quanto potete pagare?"
"Pagheremo la tariffa in corso, ma non siamo ricchi. Siamo ben più interessati ad ottenere un lavoro buono, veloce ed efficiente per quello che pagheremo. Non possiamo permetterci che il lavoro vada avanti per sempre, come si fa a volte nelle isole".
"Noi siamo una squadra laboriosa, possiamo lavorare tutti ogni giorno per qualche ora, dopo che noi abbiamo finito con la Saudade".
E così, il giorno successivo avevamo quattro nuovi operai: Eyes, Biggie, Rufus e Shaun. Anche Eyes viveva in un angolo del cantiere, pur se rispetto a Dominic aveva una vera e propria dimora: una vecchia barca a vela che aveva comprato per quasi nulla, circondata da erbacce e altre imbarcazioni abbandonate.

Eyes aveva fatto tutta la conversazione, ma Rufus era davvero carico. Egli era un uomo grande e
taciturno; era anche un abile falegname e aveva proprio cominciato a riparare i nostri ponti in teak, dando istruzioni a Biggie e Shaun, che erano i membri più giovani della squadra. Egli aveva una vera casa da qualche parte sulla collina e guidava un vecchio camioncino verde per andare a lavorare ogni giorno portando con lui Biggie e Shaun.
La sera, mentre stavamo finendo le nostre dodici ore al giorno, un autobus carico di giovani donne di colore veniva a tirarci su, amiche e fidanzate di Biggie e Shaun, e ci guardava lavorare, in attesa che i loro uomini, alla fine, si fossero ripuliti per tornare in città.
Ad un certo punto, si unì a noi Rakeesh, un giovane della Guyana di origine indiana, che aveva fatto tutti i lavori cantieristici. Insieme con Rakeesh era arrivato suo cugino Ian, che invece non aveva mai lavorato prima su una barca, ma si guadagnava da vivere come carpentiere. Erano inestimabili. Ian riusciva ad infilarsi negli angoli bui del vano motore, puliva, pitturava e installò un nuovo isolamento acustico. Rakeesh e Dominic iniziarono strappando parti interne del Nirvana e svitando le lande dallo scafo, che erano vecchie e screpolate e avevano bisogno di essere sostituite.
Oltre a Meg, avevamo un’altra donna in questo raccogliticcio equipaggio del cantiere. Lei si chiamava Liana ed era una giovane Brasiliana che aveva lavorato come cameriera di notte, ma aveva anche una vasta esperienza di lavoro sulle barche nelle isole. Non dimenticherò mai la visione di questa bella ed elegante donna esotica. Era piccola, ma energica e forte, ed aveva i capelli raccolti in una crocchia, coperta con olio e grasso; la ricordo ancora mentre puliva le parti più profonde della sentina con stracci imbevuti di olio Vac.
Abbiamo attrezzato teloni blu come tende per tenere fuori il sole cocente, il che rende più facile lavorare nel caldo, e la barca fu presto brulicante di lavoratori che segavano, raschiavano, fissavano,sabbiavano, verniciavano, e in generale facevano un enorme, sporco, caotico, rumoroso frastuono.
In questo pandemonio,si paracadutò prima Meg, poi il mio vecchio amico di liceo Neil, l'agopuntore e insegnante di t'ai chi, poi il mio amico Australiano Russell e infine, il mio vecchio amico di vela fin dall'infanzia, Peter. Erano all’incirca un variato gruppo di personaggi, come quelli che avevo trovato nel cantiere ed erano tutti arrivati in volo dagli Stati Uniti per aiutarci a mettere in acqua il Nirvana e farlo arrivare a nord. Tutti sapevano i travagli degli ultimi anni della mia vita, ed erano determinati ad aiutarmi comunque potevano. Meg è una scrittrice di Eastern Long Island, che insegna a scrivere alle matricole del College. Neil vive a Steamboat, Colorado. Russell è un premiato enologo proprietario di una vigna a Eastern Long Island e Peter possiede una agenzia marittima di assicurazione, che è una delle più grandi nella zona dei Grandi Laghi.
L'arrivo di Peter a St. Martinfu una buona occasione per la celebrazione. Egli era apparso una sera in cantiere al momento della chiusura, direttamente dall'aeroporto, con un regalo per uno dei nostri più duri lavoratori; Dominic ci aveva implorato di chiedere a uno del nostro gruppo nordico di trovargli una chitarra usata in un banco dei pegni negli States. Le chitarre, qui nelle isole,erano assai costose e Dominic aveva lasciato la sua vecchia chitarra a Trinidad. Casse di birre fresche furono acquistate rapidamente presso un negozio vicino, ed una festa improvvisata scoppiò non appena Peter offrì a Dominic il suo nuovo strumento musicale, e subito ogni barriera tra le razze, le classi e le condizioni ambientali velocemente si dissolse.
Questi amici del nord avevano ottenuto più di quello che si aspettavano, dato che noi eravamo così indietro. Essi si gettarono nel turbine con sorprendente buon umore ed energia, e soprattutto se si considera che erano stati reclutati con la promessa di tiepide brezze tropicali, bevande fredde e rum, veleggiando ai tropici, un modo per prendere il sole dopo un lungo inverno. Essi riuscirono a unirsi in pieno con l'equipaggio del cantiere e ben presto furono tutti ricoperti di polvere, sporcizia, polvere di fibra di vetro e di appiccicoso calafataggio nero.
In mezzo a tutta questa bonomia, ci furono comunque momenti di stress, di rabbia e di una certa ansia; in particolare quando i giorni si allungavano, si trovavano le riparazioni più necessarie, quindi invece di migliorare il casino era peggiorato, e sembrava che il Nirvana non sarebbe mai stato pronto in tempo per arrivare al nostro scopo. Hartmut scomparve (si stava nascondendo dalla polizia dopo esser entrato in una rissa da bar), Ralf una mattina si presentò ubriaco, cantando e bilanciando una lattina di birra in testa, non avendo neanche fatto ritorno a casa. Inoltre, Neil, Russell e Peter quasi si ammutinarono, essendo andati sul lato opposto dell'isola tutta la notte alla ricerca di un falò in un party vagamente rumoroso,e perfino Dominic sparì totalmente gli ultimi giorni prima della messa in acqua della barca. La sua tenda al cantiere era chiusa e perciò abbiamo pensato che avesse portato via tutto, specialmente poiché ci aveva detto che aveva bisogno di soldi, aveva chiesto un anticipo, e noi glielo avevamo dato.
Scomparse queste importanti parti, che ci hanno portato rabbiosi pensieri di furto, ma che poi si sono materializzati con un mucchio di detriti. Nel tardo pomeriggio, burrasche di pioggia spazzarono tutto il cantiere, infradiciando tutto e bloccando i lavori. La necessità di un particolare bullone di una certa dimensione o di particolari oblò Lexan di un certo spessore richiedevano un’intera giornata di ricerca presso ogni magazzino e negozio di ferramenta sull'isola. C'erano momenti, ore, giorni, in cui si era pensato che il Nirvana non sarebbe mai potuto tornare in acqua. E poi,il fatto conclusivo: il mattino che eravamo pronti a scendere in acqua, una civettuola donna Francese, che ci aveva fornito alcuni bravi carpentieri per aiutarci con la falegnameria per le cabine interne, ha minacciato di chiamare la polizia e di mettere il Nirvana sotto sequestro, sostenendo che dovevamo darle più soldi.  Ci passò l’idea che i nostri operai stessero per ucciderla sul posto.
Ma nonostante (o forse a causa di) tutto il caos e la follia, siamo riusciti ancora a mettere insieme il Nirvana, rendendolo più forte, più robusto e più adatto a navigare, portando a quel magico momento in cui Meglo battezzò ‘l’inchino al Nirvana’, con gli argani di sollevamento che gemevano, le travi di imbracatura che abbassavano in acqua lo scafo blu scuro, e il Nirvana stabilizzato nel suo elemento naturale.
L'uomo è un animale sociale, e la moderna ricerca nella natura della felicità ci dice che le persone più felici tendono ad essere quelle che hanno vicini i cooperatori,gli amici e la famiglia - le persone che hanno l'interazione sociale più positiva. So bene che il mio spirito,-  il mio stesso battello personale - è stato sostenuto dalla presenza di questi lavoratori con cui eravamo rapidamente diventati amici, e dalla presenza di vecchi amici che erano rapidamente diventati lavoratori, e dalla vicinanza della mia nuova compagna di vita, Meg.
E che fine ha fatto Dominic? Egli era stato messo in prigione dopo esser entrato in una rissa da bar, e provò tristezza per non esser stato libero di aiutarci durante il nostro ultimo periodo di presenza sull'isola. Ci siamo sentiti in colpa per aver messo in dubbio la sua onestà. Ma non tutto era perduto. Egli recuperò la sua chitarra, fece un giro con una lancia intorno al Nirvana e ci fece una serenata quando eravamo già sulla nostra nuova casa, e la barca – e noi - stavamo finalmente muovendoci in acqua, immersi nella luce dorata del tramonto.

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Fantasticherie in Acque Salate – Verde e blu, tonalità calmanti.
I colori nelle Bahamas sono davvero spettacolari, e vanno dal blu profondo dell’aperto oceano, che preme da vicino il fianco del Great Bahama Bank, ad un incredibile luminescente verde smeraldo oltre i banchi di sabbia, dove il sole riflette sul fondo della sabbia bianca, infondendo di luce tutta l’acqua. Ancorato al largo dei verdeggianti atolli, o piccole isole, ero seduto una mattina nel cabinotto del battello, sorseggiando il mio tè e ammirando le migliaia di diverse tonalità di verde nel fogliame che si agitava dolcemente lungo la costa, dall’eteree foglie traslucide color giallo-chiaro dell'uva di mare, con la luce del sole sul retro,alle splendide, aggrovigliate ombre verde-scuro delle mangrovie. I colori hanno un suono: il morbido fruscio delle verdeggianti ‘Silver Top Palms’, il dolce sciabordio delle acque turchesi contro lo scafo. Ed il cielo: così azzurro, così vasto, così totalizzante, punteggiato qua e là da imponenti teste bianche di cumuli-nembi a forma di cavolfiore, in sviluppo al largo delle isole Bahama mentre il sole scaldava le acque poco profonde.
Perfino sette anni dopo l'incidente, anche con un regime di meditazione, yoga, bio feedback e farmaci anti-ansia, soffrivo ancora per il disturbo post traumatico da stress. Mi sembrava di essere come il proverbiale canarino in una miniera di carbone: anche il più piccolo fattore di stress poteva scatenare una reazione d'ansia in cui sentivo contrarsi i muscoli del collo, le spalle e il petto, accapponarsi la mia pelle, e il mio cervello farsi confuso allorché le sostanze chimiche dello stress, in particolare il cortisolo, cominciano a darmi calci all’interno. La guida dell’auto, la folla, i rumori forti, i film violenti, la televisione, ex-mogli perfide, bambini urlanti, tutte queste cose possono attivare gli ormoni dello stress. Io sono ipersensibile a qualsiasi fattore ambientale che causa quello che la professione medica chiama "risposta di lotta o di fuga", una residuale parte interna dell'animale umano rimasta dai tempi in cui ci aggiravamo nella savana africana, con il bisogno sia di stare e combattere, o di correre come un diavolo quando una bestia o un essere umano di una tribù rivale incrociava il nostro cammino.
Il rovescio della medaglia è che ora sono anche profondamente consapevole dell'impatto palliativo che il mondo naturale ha sul nostro corpo e sulle nostre menti. In un certo senso, lo sappiamo tutti, o almeno lo ‘sentiamo’, con alcuni di noi che ne sono più consapevoli di altri. Perciò gli umani hanno bisogno di una vacanza al mare, o in montagna sulla neve, o di una passeggiata nel parco. I grandi maestri Zen lo hanno sempre saputo; la letteratura e le arti Zen sono piene di riferimenti alla natura, dai fiori di ciliegio agli usignoli alle montagne innevate. Ed i Maestri non sono certo soli, anche molti grandi pensatori hanno previsto gli effetti illuminanti del mondo naturale, in particolare alcune delle nostre più preziose menti Americane come Thoreau e Whitman. Tuttavia, noi tendiamo a dimenticare l'importanza del mondo naturale per il nostro benessere, dato che continuamente amiamo sprecare i nostri giorni in uffici ed automobili,in centri commerciali e nelle case con le porte e le finestre chiuse e così l'aria condizionata o i sistemi di riscaldamento possono mantenere il nostro clima attentamente controllato.
Giorno dopo giorno sul Nirvana qui alle Bahamas sentivo che lo stress, lentamente, inesorabilmente, fuoriusciva da me, fino a farmi raggiungere uno stato di armonia centrata, un senso di essere “uno” con tutta l'esistenza, che era praticamente impossibile ottenere nel mondo "reale", pieno di auto che corrono, di telefonini che squillano e televisori a tutto volume. Raggiunsi uno stato di tranquilla gioia, un fantastico apprezzamento per la bellezza della vita. Ci sono stati momenti che era tutto così vero, così giusto, così assolutamente senza falsità che le lacrime sgorgavano libere dai miei occhi. Infine, realizzai così tanto di quanto io credo nella verità della bellezza, e la bellezza della verità, incarnata dai colori semplici del bianco, verde e blu.

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In Coma-  Il Buddha dorme, la Famiglia piange.
La telefonata da mio padre è una cosa che non dimenticherò mai. Mi chiamò presto in una mattina di Sabato. "Tua madre ha avuto una grave caduta la scorsa notte e non sta bene", disse con un tono di tomba che era impressionante nella sua piatta inflessione. Mio padre di solito era un uomo ottimista, allegro, e nel corso degli anni quando aveva chiamato per dare una cattiva notizia, di solito lo faceva  con una nota ottimista nella sua voce. Stavolta, non c'era niente di tutto questo.
"Sembra che avrà un lungo decorso" egli disse.
Fu una dichiarazione di fatto;Io so che egli stava solo cercando di fare il suo meglio nel prendere su se stesso l'onere della responsabilità e di non crearmi la preoccupazione di una condivisione di questa responsabilità. Non credo di aver pienamente realizzato che cosa fosse successo; egli era esausto e ancora in stato di shock. Ci ha descritto la caduta di lei giù da una rampa di scale del seminterrato, l’ambulanza lanciata di corsa verso l’ospedale, e di come lei ora giacesse priva di sensi nel reparto di terapia intensiva. Mi disse anche che non aveva alcun bisogno di tornare a casa: ‘ho tutta la mia vita per prendermi cura di lei’, disse. Sapeva che stavo attraversando un brutto momento negli affari, a causa anche dell’assenza di mia moglie e dei miei problemi coniugali. Tuttavia, lei era anche mia madre,e lui era mio padre, e pur se apprezzavo la sollecitudine di mio padre, pensavo che entrambi avrebbero potuto trovare utile qualunque aiuto che potevo dare loro. Ho subito fatto la valigia e ho detto ai miei ragazzi che la loro nonna era malata e aveva bisogno del mio aiuto. Ho detto a Belinda quello che era successo. Non ci fu nessun "Mi dispiace", o "Dì a tuo padre e alle tue sorelle che il mio pensiero è con loro", ma solo un silenzio di tomba. Era triste, in ogni modo, perché mia madre e mia moglie Belinda erano state amiche. Mia madre era venuta a Manhattan per aiutarci quando è nato Chas, in quanto la madre di Belinda era morta di cancro quando Belinda era ancora al college. Quando i ragazzi erano piccoli, Belinda li aveva portati in inverno a Naplesa stare con mia madre, quando io ero troppo occupato con il lavoro e non potevo andare, e mio padre era ancora occupato a lavorare a Buffalo, e loro due erano andate alla piscina della spiaggia per giocare con Chas e Niall, e semplicemente a rilassarsi. Ma i problemi coniugali avevano distrutto pure il rapporto tra mia madre e Belinda.
Io presi la mia macchina e ho guidato per dieci ore fino a Buffalo.In ospedale, mio ​​padre stava già lì, ed in realtà non c'era niente che potessi fare. Mia madre giaceva supina sul letto, gli occhi chiusi, con tubi e fili collegati ai vari monitor e macchinari. Lei era in coma profondo ed esteriormente sembrava non rispondere agli stimoli.
Però, però. ...
Gentilmente le strofinai il braccio e le parlai a bassa voce, per farle capire che io ero lì, il suo unico figlio, il suo bambino, nella speranza che forse, ma solo forse, qualche barlume di coscienza riuscisse a farle capire della mia presenza e potesse contribuire ad alleviare il suo dolore, ad aiutarla a guarire. Io l'amavo, ero lì per lei, e volevo che migliorasse.
Bernie Glassman, un noto maestro Zen Americano, che è il più vicino maestro di Matthiessen Roshi, colui che diede a Peter la "trasmissione" o la certificazione per insegnare come Maestro-Roshi-Zen, è un sostenitore di quella che egli chiama "testimonianza-diretta". La convinzione di questa‘diretta-testimonianza’ è che lasciando andare le idee fisse, portando solo testimonianza a tutto ciò che sta avvenendo dentro di noi e sotto i nostri occhi, siamo proprio in grado di guarire noi stessi e gli altri e portare la pace nel mondo che ci circonda. Ed io ero in quell’ospedale proprio per essere testimone.
Poiché mio padre, le mie sorelle ed io avevamo iniziato la nostra veglia in ospedale, non c'era niente altro da fare che aspettare. Il neurochirurgo si incontrò con noi nella sala di attesa per le famiglie,alla fine del corridoio e ci spiegò i fatti: la risonanza magnetica ha mostrato una zona di gravi danni nel lobo frontale, le immagini hanno delineato un'area di tessuto cerebrale necrotico, cellule cerebrali che erano morte nell'impatto della caduta. Il tessuto cerebrale morto era in una zona che controllava il linguaggio ed altre funzioni superiori. Egli ci disse che, se fosse sopravvissuta, avrebbe avuto assai compromessa la capacità di parlare, e lei avrebbe avuto anche altre menomazioni, ma non poteva dire esattamente quali. Le successive 24 ore sarebbero state cruciali per la sua sopravvivenza.

Il dottore aveva inserito un catetere per drenare i liquidi in eccesso dal suo cervello e per alleviare la pressione nella cavità cranica, ma se il suo cervello avesse cominciato a gonfiarsi, assai più di come si gonfia una caviglia ferita, allora si sarebbe trovata davvero in guai seri. Quando il cervello prende a gonfiarsi, a differenza di una caviglia, non c'è posto ove il tessuto possa andare, e così il conseguente aumento della pressione intracranica uccide il cervello, distruggendo il tessuto basico e restringendo l’afflusso di sangue, il che provoca la morte del paziente. Se la pressione nel suo cranio prendesse a salire, spiegò il chirurgo, avremmo avuto due scelte: lasciarla morire, oppure operare per rimuovere la parte del suo cervello che era già morta per fornire uno spazio sufficiente affinché il suo cervello possa gonfiarsi.
Non c'era modo di sapere che cosa stava per accadere, egli disse, e quindi non era necessario di prendere una decisione ora. Il cervello ad alcune persone si gonfia di più, ad altri di meno. Così, le infermiere avrebbero mantenuto il controllo della pressione all'interno del cranio di mia madre - che era la funzione di uno dei monitor dietro il suo letto. Tuttavia,disse ancora il medico, noi dovremmo pensare seriamente a quale decisione prendere se la pressione intracranica fosse aumentata, perché ci sarebbe stato bisogno di portarla subito in sala operatoria se volevamo farla vivere.
Come può una famiglia prendere una decisione del genere? Mia madre aveva una forte volontà di vivere e la procura per l’assistenza sanitaria, ma aveva affermato di non volere misure di sostegno artificiale di vita nel caso fosse diventata invalida senza possibilità di recupero, e di dare a mio padre l'autorità legale per prendere decisioni in merito a mantenere il supporto artificiale di vita. Ma tali decisioni raramente sono così taglienti e secche, in particolare con le lesioni cerebrali. E quanto lei avrebbe dovrebbe essere invalidata? Che cosa significa realmente "recupero"? E qual è il livello di disabilità che sarebbe accettabile per una persona? E non solo una persona ipotetica, ma mia madre, la donna che mi aveva partorito, che mi aveva cresciuto, che mi teneva in braccio quando piangevo da bambino? Qual è il livello di disabilità che sarebbe stato accettabile da noi come famiglia? E come lo potevamo gestire, emotivamente, fisicamente, economicamente? Il neurochirurgo ci lasciò con i nostri pensieri, e noi speravamo di non venire costretti a prendere la decisione che aveva descritto.
Io tornai nella stanza di mia madre,mi sedetti al suo capezzale osservando il suo respiro affannoso, con le bende avvolte intorno alla testa,chiedendomi cosa poteva volere, e chiedendomi anche come era potuto accadere un incidente così insensato. Era sempre stata una donna incredibilmente vivace, sorridente e piena di vita. Aveva molti amici, era sempre stata un ardente sportiva, era stata attiva in Chiesa e aveva lavorato come volontaria per diverse associazioni di beneficenza. Lei aveva avuto una sua attività in proprio e cresciuto una famiglia. Kristan mi disse che, proprio il giorno prima, lei stessa e la mamma avevano giocato a golf. Mentre il Paese stava ancora riprendendosi dagli eventi dell’11Settembre, Kristan non era molto occupata con la sua attività immobiliare. Quella mattina lei aveva chiamato mia madre e le aveva suggerito di giocare, dato che era una giornata stupenda. In seguito,Kristan, la mamma, il papà ed Elisabetta, la figlia di tre anni di Kristan, avevano raggiunto un locale greco che era il loro ristorante preferito, vicino alla casa di Kristan,per il pranzo. Quindi, come può una donna avere una giornata spensierata e il giorno dopo essere in coma, incapace di muoversi, di parlare o di sorridere?
La notte dell'incidente, i miei genitori erano stati ad una cena in una casa sconosciuta. Dato che le persone stavano finendo di mangiare, lei si chinò verso mio padre e gli disse che doveva andare in bagno. Quella era una casa vecchia e irregolare, e nessuno potrà mai sapere esattamente cosa poi avvenne, ma lei attraversò la cucina e un corridoio sul retro, dove c’erano un certo numero di porte.

A quanto pare, lei aveva camminato lungo il poco illuminato corridoio posteriore, aveva aperto quella che credeva essere la porta del bagno probabilmente alla ricerca di un interruttore della luce, e aveva invece fatto un passo nel vuoto. Dove il piede al buio si aspettava di trovare un pavimento solido del bagno trovò invece aria vuota, così lei perse l'equilibrio e cadde a capofitto giù per le scale del piano seminterrato, battendo la testa sul cemento. Un ospite che si trovava in cucina a lavare i piatti sentì un forte rumore, si recò nel corridoio posteriore e trovò mia madre totalmente inconscia ai piedi delle scale dello scantinato.
Io sono cresciuto in vecchie case, e mentre ero seduto al suo capezzale non ho potuto fare a meno di pensare che se i proprietari di quella casa avessero installato una semplice serratura da quattro soldi alla porta della cantina, mia madre ora non sarebbe qui svenuta davanti a me. Mia madre non era una grande bevitrice, di solito un bicchiere di vino a cena, così che la caduta non può essere attribuita al troppo alcool. Era relativamente giovane, in buona forma, senza una storia familiare di attacchi di cuore o vertigini o di qualsiasi altro tipo di condizioni che potrebbero causare una caduta. E'stato uno strano incidente domestico, alquanto insensato.
Abbiamo fatto i turni, seduti accanto al suo letto,ritirandoci poi a riposare in una stanza apposita per i familiari. Io ho vagato per le sale dell'ospedale, ed ho scoperto una piccola cappella al primo piano, dove ho potuto pregare in silenzio per la sua guarigione. Poi, sono andato a stare accanto al suo letto, per tenerle la mano, o per tenere le mani delle mie sorelle, e piangevamo, con le lacrime che cadevano silenziosamente sulle lenzuola sgualcite che coprivano la forma prostrata di nostra madre.
Alla fine, la cosa che avevamo temuto accadde. Nel mezzo della notte, il gonfiore diventò assai più pronunciato, e le infermiere presenti chiamarono il neurochirurgo che arrivò di corsa in ospedale, e poi si incontrò con noi in una stanza privata alle 4 del mattino, dove abbiamo dovuto prendere la decisione che tutti speravamo di non dover mai prendere. Il dottore aveva un contenitore verniciato  sotto il braccio. Conteneva gli occhiali e gli strumenti per operare, egli spiegò, ed egli non aveva mai permesso a nessuno di tenerli per lui. Egli era pronto.
La decisione finale fu di mio padre, ma la nostra era sempre stata una famiglia molto unita, e per quanto possibile, questa sarebbe stata una decisione di famiglia. "Come sarebbe stata lei?" abbiamo chiesto. "Come sarebbe stata la qualità della sua vita? Sarebbe stata lei in grado di camminare e di parlare?  Di curarsi da sola?" - Abbiamo riempito il chirurgo di domande e, come prima il medico non poté darci specifiche risposte a queste domande, dicendoci solo che egli credeva che lei avrebbe sempre sofferto di menomazioni e disabilità, ma anche che con il tempo e la terapia sarebbe stata in grado di riprendere le sue attività di vita quotidiana. Tuttavia, non c’erano garanzie. Anche con tutti i progressi nel campo della neurologia e dello studio del cervello, e la comprensione di come il cervello funzionava, nessuno poteva dire con certezza quali parti del suo cervello erano state danneggiate in modo irreparabile e quali no. Nessuno poteva dire con certezza che rimuovendo quella parte del suo cervello che fosse già morto,cosa sarebbe accaduto a lei. Era una parte del cervello che controllava il linguaggio, la memoria e la cognizione, questo era certo, ma il cervello lavorava in modi interconnessi tali che ancora non sono stati pienamente compresi, e parti del suo cervello che erano sopravvissute potevano assumere funzioni che erano state precedentemente controllate dal tessuto ormai morto. Era una zona relativamente nuova della neurologia, nota come neuro plasticità.
Mia madre amava la vita, noi eravamo certi che lei volesse vivere, avendone la possibilità, ma quale tipo di vita avrebbe voluto vivere? Era stata un’esperta sciatrice, donna di mare e giocatrice di tennis, ma l'artrite degenerativa l'aveva costretta ad operarsi ad entrambe le ginocchia sette anni prima e le aveva impedito di poter sciare o giocare a tennis, così lei aveva cominciato a giocare a golf. Poi le era stato diagnosticato un raro cancro al seno nel 1999 ed aveva sofferto con la chemio, la radioterapia e subìto una brutale operazione per rimuovere un tumore che in parte le lasciò il volto sfigurato, anche con la chirurgia plastica ricostruttiva. Diceva di avere una probabilità di sopravvivere solo del 40 per cento, ma aveva battuto le probabilità, ed anche se aveva avuto giorni pieni di lacrime, lei continuò per lo più a sorridere e ridere per tutto l’intero calvario.
Mentre stavamo lì con il neurochirurgo alla fine io gli feci una domanda che pensavo sarebbe statala più importante per lei: "Potrà lei riconoscere i suoi nipoti? Ed essi saranno in grado di potersi sedere sulle sue ginocchia e abbracciare la nonna e lei abbracciarli a sua volta? Riuscirà ancora a giocare con loro, comunque possano essere quei giochi? Leggere favole per loro, anche se con disturbi del linguaggio?"Il neurochirurgo rispose che, sì, lui credeva che lei avrebbe potuto ancora essere la persona che era, avrebbe ancora la sua personalità, sarebbe ancora in grado di riconoscere le persone e di partecipare alle gioie della vita quotidiana, anche se con la sua disabilità. E quindi, noi abbiamo detto: “Va bene, faccia pure l'operazione, non possiamo lasciare che la mamma muoia. Lei amava la vita. Lei voleva vivere.
Nei mesi che seguirono, feci il viaggio avanti e indietro da e per Buffalo molte volte, per trascorrere una settimana al fianco di mia madre mentre lei dopo l'operazione era ancora in coma, per poi far ritorno alla mia famiglia ed al lavoro. Io meditavo in silenzio a fianco del suo letto, pregando per il suo recupero. A volte scendevo giù nella cappella a pregare un pò. Sono andato nella nostra chiesa di famiglia, la Westminster Presbyterian, dove si erano sposati i miei genitori, i miei zii, entrambe le mie sorelle ed io stesso, e dove erano stati tenuti i funerali dei miei nonni. Rimasi stupito di scoprire che in questo bastione di conservatorismo WASP si tenevano settimanali sedute di meditazione Zen nella sala riunioni del seminterrato, ed io a volte mi uni ì a loro. Il ministro, Tom Yorty, un amico di mia madre, frequentemente veniva a trovarla e si fermava vicino al suo letto in ospedale.
Mentre sedevo in silenzio con lei per giorni e giorni nel reparto di terapia intensiva, guardando il suo librarsi in uno stato a metà tra la vita e la morte, collegata a tutti i supporti della vita, le provette i tubi e i macchinari, io meditavo sulla sedia, con la schiena dritta, le mani in grembo, concentrandomi sul mio respiro, allorché ho iniziato ad avere un forte senso di quanto fosse preziosa la vita di mia madre, di come fosse preziosa lei… A volte, mi sentivo quasi in colpa, perché invece di provare il dolore immenso che di solito provavo, sentivo una certa lieve gioia di poter essere in sua presenza, essendo in presenza di un buddha dormiente, e le lacrime di gioia si mescolavano con le lacrime di dolore che bagnavano le lenzuola del letto di mia madre.

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Amore, Sorgente di tutte le cose.

Cos’è l'Amore? Questa parola, l'amore, è stato corrotta da un uso eccessivo; si può arrivare ad amare qualsiasi cosa, dalla vostra auto fino ad una vacanza a Disney-World. La parola ‘amore’ è diventata quasi un oggetto senza valore, così banale da aver quasi perso del tutto il suo profondo significato. Eppure, eppure.... Che dire circa il ‘vero amore’? L'amore incondizionato, reale, assoluto? Qual’è il vero concetto di ‘amore’? Un sentimento così puro che trascende il pensiero razionale? L'amore che permea tutte le cose in ogni momento, come un sussurrato rumore di fondo, se soltanto potessimo aprire i nostri sensi ad esso? Una energia così potente che fa sì che uomini e donne adulti cadano in ginocchio e versino lacrime di gioia quando lo vivono? C'è,nella nostra lingua,una qualche migliore parola più semplice di "amore"? L'amore è qualcosa più di compassione, più di intimità, più di affetto, di adorazione o di gentilezza, o di mille altre parole che vi si avvicinano, ma non così abbastanza da colpire nel segno. L'amore è puro e semplice amore; non c'è niente di più profondo, più significativo,  più essenziale e più elementare che l’amore.

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Henry - Pazzo e selvaggio, il cucciolo d'oro.
Un libro sulla sopravvivenza e sul riprendersi da ‘TraumaticBrain Injury’ sarebbe incompleto se non pagasse un tributo ad uno dei miei migliori terapeuti, Henry il mio golden-retriever, colui che mi ha riportato alla vita e che volte io chiamo, non sempre scherzando, il mio bambino d'oro. Il buon Henry è venuto nella nostra vita due anni prima del mio incidente, quando il nostro cane beagle, Lucy, che avevamo adottato un paio di anni prima dal locale rifugio per animali, morì di vecchiaia. Poiché tutti noi amavamo Lucy, e lei era stata un grande cane, anche se era con noi da solo poco tempo e volevo avere un vero cane di famiglia per i nostri ragazzi, un cane che fosse cresciuto con loro, che potesse passare la propria infanzia di cagnolino nello stesso tempo in cui i ragazzi stavano attraversando la loro infanzia.

Circa sei mesi dopo che Lucyera morta, la donna che lavorava presso il nostro negozio di animali, mi parlò di una coppia di anziani che aveva un retriever(cane da riporto) di nove mesi color oro antico che non riuscivano a controllare, ed erano alla ricerca di una buona casa per lui. Io li chiamai, e loro al telefono mi fecero un sacco di domande. Mi hanno chiesto se avevo figli, e quando ho detto loro che avevo due ragazzi di età compresa tra tre e sette anni, dissero di no, non eravamo la casa giusta per Henry, dal momento che era troppo pazzo e turbolento per un bimbo di tre anni di età e sarebbe stato sufficiente ignorare il povero ragazzo e lasciarlo piangere.
Quello che essi non sapevano, era che il mio bimbo di tre anni era lui stesso un diavoletto tremendo; Henry stava per incontrare il suo scontro. Perciò, li supplicai al telefono per farci almeno venire lì a visitarli e vedere cosa sarebbe successo. Alla fine cedettero, e così siamo andati subito a casa loro. Quando siamo arrivati, Niall e Chassi precipitarono fuori dalla macchina, corsero subito dal cane e in pochi minuti Henry,Chas e Niall, erano tutti in giro per il cortile, inseguendosi e rotolandosi uno sugli altri, e gli anziani proprietari mi guardarono con le lacrime agli occhi e dissero: "E' vostro!".
I ragazzi erano ancora troppo giovani per prendersi correttamente cura di Henry, così sono diventato io il suo nuovo maschio-alfa, nutrendolo, correndo da lui e soprattutto, insegnandogli una bella dose di disciplina e di buone maniere. Egli era così pazzo e ingestibile, proprio come ci era stato avvisato quando lo abbiamo adottato, ma era una follia esuberante, nata da un prezioso amore per la vita, un fanciullesco entusiasmo canino che non si poteva fare a meno di amare.
Con la pazienza, l’allenamento quotidiano e un sacco di esercizi per liberare la sua energia, egli era, pur se non un cane perfettamente educato, almeno un po’ gestibile, e fu il mio compagno costante, accompagnandomi al lavoro, a prendere i ragazzi a scuola, nelle mie corse giornaliere, e alla fine di una lunga giornata, sdraiandosi ai miei piedi quando la sera mi mettevo a leggere sul divano.
Quando poi ho avuto il mio incidente, improvvisamente sono scomparso dalla sua vita; un giorno ero lì, e il giorno dopo io non c'ero più;ero in un ospedale, poi spedito in riabilitazione in Florida. Chissà lui cosa avrà pensato, ma deve esser stato confuso e sconvolgente per lui perdere il suo maestro ed amico, soprattutto poiché aveva già perso i suoi padroni precedenti, solo due anni prima.
Dopo alcuni mesi,io feci il mio primo viaggio di ritorno a casa mia a trovare i miei ragazzi, e quando Henry mi vide ho pensato che stesse per sbattermi a terra e provocarmi un altro trauma cranico; era così eccitato che non riusciva a smettere di saltare su di me, leccarmi la faccia, correndo in cerchio -, spero che tutti sapessero che era così sfacciatamente felice di vedermi. Diversi mesi dopo, tramite un amico, venni a sapere che Belinda stava cercando di sbarazzarsi di lui e che stava per darlo via senza dirmi niente. Poiché lei poteva contemplare di dar via il cane dei suoi figli oltre che me, ma io non ero per niente d’accordo che ciò potesse accadere. Presi un aereo, volando fino a Long Island, e lo liberai prima che potesse essere esiliato per sempre dalla nostra famiglia.
In Florida, Henry divenne il mio cane da terapia. Lo portavo con me, per fare lunghe passeggiate al mattino prima che il giorno diventasse troppo caldo;e lo facevo gironzolare sulle spiagge del Golfo nelle prime ore del mattino, prima che i guardia-spiaggia cominciassero il loro giro (i cani non erano ammessi in spiaggia). Lui non mi lasciava mai fuori dalla sua vista, perché dopo avermi perso una volta, non voleva più perdermi di nuovo. Io facevo assai poca vita sociale, dato che ogni giorno ero troppo stanco dopo la terapia per fare molto di qualche cosa, e la mia leggera difficoltà a parlare mi rendeva difficile comunicare in modo efficace con gli esseri umani. Prima dell'incidente,io ero una persona molto estroversa, mi piaceva godere della compagnia delle persone, ma ora mi sentivo un po’ diverso,tagliato fuori dalla possibilità di comunicare nelle normali situazioni sociali: un cocktail party, un ristorante, un centro benessere, o un bar – come nel mio ultimo appuntamento con Cheri. Perfino il rumore di un televisore sullo sfondo mi rendeva difficile sentire, capire e parlare. Quando mi ritrovavo in una conversazione con gli altri, in cui il rumore ambientale mi rendeva impossibile capire ciò che si diceva, sono diventato molto abile nell’annuire con la testa, dicendo: "mmm", fingendo e facendo finta di aver capito.
Ma ad Henry non importava. Lui non parlava inglese. Noi abbiamo sempre comunicato su un piano diverso in ogni caso. Ero tornato a casa dalla terapia, e lui scodinzolando mi dava grandi leccate e mi faceva sapere che con lui stavo bene, problemi di lingua o meno. Io parlavo comunque con il cane. Un cenno del capo, uno sguardo negli occhi, un ‘bau’ da lui oda me, e ci eravamo capiti. A lui non importava niente se a volte ero confuso, o dimenticavo le cose, o se agivo in un modo 'spaziale’, ma per lui contava solo il fatto che ero lì nella sua vita,e questo era sufficiente abbastanza per lui.
Quando sono tornato a Southold, la casa che avevo affittato era una mansarda al secondo piano che ho trasformato in un ufficio. Era la dimora perfetta sia per Henry che per me: abbastanza grande per contenere una scrivania, una libreria, un tavolo con sopra il mio PC e la stampante, e in un angolo, uno spazio abbastanza grande per tenerci un piccolo altare e un tappeto per la meditazione Zen. Forse la migliore funzionalità dal punto di vista di Henry era che la finestra stava solo ad un piede o due da terra, così da poter facilmente ammirare i campi degli agricoltori che circondavano la casa, guardare gli uccelli, i conigli e i cervi che popolavano i prati erbosi e che emergevano fuori dall'erba alta che ondeggiava sul nostro prato.
Mi sedevo alla mia scrivania per ore, a fissare lo schermo del computer, singhiozzando perché non mi venivano le parole. Anche se la mia difficoltà a ricordare i nomi (dysnomia)stava migliorando col tempo, e anche se mi ero circondato da tutti i tipi di dizionari, vocabolari, il thesaurus, il manuale di stile e il libro di riferimento dello scrittore noto a tutti, avevo ancora grandi difficoltà a fare quello che avevo sempre fatto meglio: scrivere.
Ma proprio quando mi sentivo peggio, e mi chiedevo come io fossi finito a vivere tutto solo in questa casa, senza alcun tipo di vita sociale, senza i miei figli e senza più la mia capacità di scrivere, Henry si alzava da terra e mi spingeva il gomito con il suo muso, togliendo via le mie inutili dita dalla tastiera quasi a volermi dire di dimenticare proprio tutto e portarlo a fare una passeggiata. Io mi mettevo gli stivali e il cappotto e proseguivamo a piedi per i campi fangosi, circondati dall’erba alta e da vaganti nuvole e stormi di uccelli che volteggiavano in lontananza tra gli alberi… Henry correva e saltava, ed inseguiva la sua palla, e tutto andava in maniera perfetta. Egli è stato il migliore terapeuta che abbia potuto avere, il mio bambino d'oro, che valeva più di tutto l'oro del mondo.

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Bodysurfing, Volare sulle Onde.
Non c’è niente di così semplicemente piacevole ed elementare come scivolare sull’acqua con il surf, girando verso la riva e lanciarsi da soli incontro alla cresta di un'onda accorrente. Io l'ho fatto quando ero un bambino ed era stata una cosa selvaggia, poi da adulto l'ho fatto con i miei figli che sono anch’essi fin troppo selvaggi. Mio figlio Niallè particolarmente appassionato di qualsiasi cosa abbia a che fare con lo stare in acqua, tanto che a volte penso che sia in parte un pesce. Ama il body surfing, e questo è qualcosa che possiamo fare insieme come padre e figlio, che rafforza il legame tra di noi. Ci siamo gettati sulla spiaggia, e poi nella risacca, sulle rive oceaniche di Long Island, scivolando sulle onde in un giorno di vento sulle rive del lago Erie, e in qualche modo siamo perfino riusciti a trovare onde abbastanza grandi lungo le tranquille spiagge del Golfo nel sud-ovest della Florida. Uno dei posti da noi preferiti dopo che abbiamo rimesso a posto il Nirvana è stata la spiaggia di Watch Hill a Rhode Island. Vi abbiamo messo l’ancora una notte, nelle acque calme e riparate dietro la barriera dell'isola,siamo scesi  nella terra scura e abbiamo camminato per cinquanta metri tra le dune ai lati

dell'oceano, in cui fredde tavole da surf ondeggiavano sull'Atlantico, con le onde proprio all'altezza giusta per il body surfing.
Ma prima di Nirvana, prima di Watch Hill, anche quando Niall era ancora solo un bambino, egli era senza paura, montando sopra il suo surf mi chiamava a seguirlo: "Dai, papà! Affrettati! Vediamo chi riesce a prendere l'onda più grande!" Lui passava così tanto tempo in acqua che le sue labbra erano sempre di color blu e aveva sempre i brividi, e io dovevo ancora costringerlo a venire fuori dall'acqua ed a riscaldarsi sulla spiaggia.

Come genitore mi ritrovo così spesso a dire "no", cercando di proteggere i miei figli e di essere un adulto responsabile, che il mio primo istinto è sempre quello di dire "No! Non si può andare in acqua: Le onde sono troppo grandi", oppure "No, tu sei troppo piccolo", oppure"No, hai appena mangiato"o ancora "No, tu sei già troppo infreddolito".
E poi, come sempre nella mia vita, c'è il fattore trauma-cranico. Anche se ho continuato a migliorare, nei primi anni dopo l'incidente avevo paura che a causa dei miei problemi di concentrazione e del mio udito in situazioni rumorose come tra le onde, potevo perdermi qualcosa di brutto che fosse accaduto aNiall, come l’essere risucchiato dalla risacca della marea. Ero preoccupato anche dal timore di poter sbattere la testa sul fondo e perdere l'orientamento. Avevo ancora molto dolore alla gamba sinistra e nel punto dove la macchina mi aveva colpito, tanto che a volte mi rimaneva difficile potermi muovere facilmente.
Mi ritrovavo a dire "No, non posso fare body surf con te: devo sedermi sulla spiaggia e guardare te e tuo fratello e fare il bagnino", o "la gamba mi fa troppo male", oppure "Sono troppo stanco, sto qui", (Esaurimento e mancanza di resistenza possono essere un grosso problema per i pazienti di lesioni cerebrali traumatiche), ma l'entusiasmo giovanile di Niall era sempre contagioso e a volte accadeva che non potevo dire di no. Sentivo che la rigidità stava lasciando le mie articolazioni, sentivo il livello della mia energia aumentare, volevo correre dietro a lui, spruzzando, saltando e urlando, e vedendo chi poteva saltare sull'onda più grande e ‘surfare’ più in alto verso la riva, magari atterrando fin sulla spiaggia, ridendo e asciugandomi l’acqua salata dagli occhi e togliendomi la sabbia da dentro il mio costume da bagno.
Il ‘bodysurfing’ può insegnarvi a dire ‘sì’,piuttosto che ‘no’, ma può essere una meravigliosa e valida affermazione della gioia di vivere. Il piacere di fare body surfing con i miei figli fa sempre uscire fuori il bambino che c’è in me e mi riempie di una enorme soddisfazione quando finalmente ricado giù sul mio asciugamano, esausto ed euforico. Niente tavole, né vele, né barche, né pagaie – nulla di nulla, ma solo i nostri corpi e la natura. Cosa c'è di più semplice? Cosa c'è di più gioioso? Cosa ci potrebbe essere di più salutare?

 

 


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