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DALLA MENTE ALLA... MENTE
Moderni saggi sul buddhismo Chan
come è stato compreso da Aliberth (Alberto Mengoni)

 

COSCIENZA INDIVIDUALE E COSCIENZA ASSOLUTA

Testo dell'incontro tenuto il 12/3/2000 presso il Centro Nirvana di Roma,
pubblicato nel n° 34 di Nirvana News (gennaio 2005)

 

 

In questi nostri incontri abbiamo spesso parlato della coscienza individuale e della Coscienza Assoluta come fattori di verifica della nostra situazione spirituale. Detto così, sembra che la facoltà di coscienza sia il risultato di qualcosa, una specie di effetto conclusivo di una volontà che è interessata alla conoscenza. Oppure può sembrare uno dei poteri della persona che può permettersi di utilizzare la coscienza a suo piacimento, estraendola da qualche cassetto segreto, dove si tengono nascosti i gioielli di famiglia. Altre volte, il dono della coscienza può sembrare un potere miracoloso destinato a pochi eletti, raggiunto e usufruibile da alcuni individui illuminati. Per questo motivo, la sorprendente scoperta di aver sempre naturalmente posseduto questa facoltà desta non poca meraviglia e consolazione tra i principianti che si sono avvicinati alla pratica di meditazione del Chan.

Normalmente, le persone comuni sono inconsapevoli di questa facoltà che risiede nel profondo del loro essere. Non che esse non sappiano di avere una forma di acuta percezione (coscienza) che le rende informate delle loro reali intenzioni, specialmente allorché decidano di compiere azioni volutamente negative che possono danneggiare i loro simili. In effetti, anche se questa facoltà di conoscere le proprie intenzioni appartiene già al campo della coscienza, ben pochi la rispettano e ne hanno un'alta considerazione.

D'altra parte, poiché soltanto la religione e una certa morale sociale, peraltro poco sentita e poco rispettata, parlano di applicare su di sé questa operazione di confronto in queste turbolente situazioni dell'animo, il cosiddetto esame di coscienza a priori rimane una pia intenzione, una possibilità assai vaga.

Nelle dottrine orientali, invece, il problema della coscienza è molto sentito. Esso è riportato costantemente nelle ingiunzioni e nelle pratiche di purificazione della mente. La capacità di una coscienza sempre attiva, soprattutto quando la persona ne è inconsapevole, è nozione alla base di tutte le istruzioni date ai principianti, per timore che l'idea di "possedere" una coscienza non riconduca nell'ignoranza metafisica la mente del meditante.

Infatti i praticanti alle prime armi, facendo questa scoperta, tendono ad attribuire il merito di questo nuovo valore alla propria pratica meditativa. Essi possono pensare che, poiché stanno meditando con molto impegno, questa "coscienza" sia emersa quasi come un effetto, un premio per la loro bravura. Similmente a chi, andando in palestra e facendo molta ginnastica, guadagna forza e muscoli: una specie di risultato per gli sforzi eseguiti.

Nel prosieguo della pratica, quando questa sarà diventata lo scopo principale della nostra vita, unica ed automatica certezza, senza più l'idea di fare qualcosa di straordinario, allora le cose potranno cambiare.

Insomma, quando la consapevolezza sarà messa a dimora nella nostra mente, per mezzo della "meditazione continua", allora si scoprirà veramente che noi non abbiamo una coscienza, bensì siamo la coscienza. Quindi, nella realtà, si invertono i ruoli perché è la coscienza che possiede noi. Questo nostro io che prima falsamente si attribuiva un potere come risultato di un lavoro –  l'ottenimento di una coscienza come prodotto – dovrà rendersi conto di essere soltanto un vestito, una maschera della stessa coscienza.

La coscienza è il vero Padrone, il vero Signore, mentre l'io dovrà accontentarsi di ridimensionare il suo ruolo a servitore occasionale. Chi credeva di essere il possessore, dovrà scoprire di essere il posseduto, e tutto questo potrà avvenire proprio grazie al potere autonomo della Coscienza Assoluta.

Avere esatta consapevolezza di ciò, oltre a ristabilire i termini della verità, potrà risultare molto utile nel famoso momento in cui l'io dovrà abbandonare definitivamente il nostro corpo e la scena di manifestazione: cioè al momento della morte.

Stabilito che, come abbiamo potuto verificare nelle dichiarazioni dei grandi saggi del passato, la Coscienza, essendo immortale, non può di conseguenza nascere né morire, resta da decidere cos'è che muore quando la stessa coscienza abbandona il corpo.

Si tratta di modificare radicalmente l'ottica di interpretazione della nostra identificazione con il consueto personaggio della nostra vita attuale: l'io empirico e contingente che appare come il fruitore del potere della coscienza. Il nostro essere umano, la nostra persona psicofisica, è nata nella coscienza e, quando ce ne andremo, lasceremo libera la coscienza che è, appunto, eterna.

Ecco che, allora, la coscienza assume un diverso, più completo, significato. Essa non è soltanto la nostra capacità di essere coscienti e neanche un premio per l'assiduità della nostra pratica. La coscienza è quel potere autonomo che instilla in ogni creatura il suo stesso potere; essa emana il suo potere in ogni singola unità di coscienza che la incarni. È il sole della consapevolezza che si manifesta in noi, che siamo i suoi raggi luminosi e siamo condizionati dalla sua presenza.

Quando la singola unità di coscienza, a causa del suo karma mentale, è costretta a sparire, la Coscienza Assoluta riprende il suo potere tornando all'origine. Cosicché questo potere non verrà mai meno, non si disperderà e non potrà mai morire, anche se il nostro corpo e la nostra mente individuale sono costretti a sparire. Le singole unità di coscienza recitano un ruolo temporaneo, cessato il quale, dovranno per forza rifluire nella Coscienza Assoluta.

Per comprendere la differenza tra Coscienza Assoluta e coscienza individuale o personale, nella lingua sanscrita si usano due termini distinti: citta e manas. Citta è il potere della coscienza in sé, la natura originaria della mente. Manas è la funzione, l'attribuzione individuale di questa Natura che permette alle singole unità di poter esprimere lo stesso potere nella mente relativa e personale degli esseri viventi. Inoltre il manas, sovrapponendosi all'originario citta, stabilisce un rapporto di possessione ed uso inconsapevole, scorretto, imperfetto e direi quasi caotico, di questo potere.

Possiamo dire che la coscienza citta è la facoltà immediata di sperimentare direttamente tutto ciò che è sperimentabile, mentre la sovrapposizione del manas è l'etichettatura, il giudizio personale, l'arbitraria conclusione. In altre parole, manas è la mente egoica che si attribuisce il valore della sperimentazione, qualificandola con le modalità personali del gradimento o del rifiuto, compresa l'aspettativa ed il desiderio di costrizione alla volontà personale.

Ad esempio, quando ci accade di ascoltare un suono o una musica, il manas si intromette istantaneamente nel potere di citta e, percependo la sequenza musicale, sulla base delle precedenti esperienze incamerate dalla mente, induce nell'aspettativa della nota successiva. Esso se ne ripropone la memoria e nel valutare piacevole o fastidioso quel motivo, determina il mantenimento dell'esperienza in essa o la sua esclusione . Possiamo quindi vedere l'invadenza egoica del manas nello sterminato campo d'azione della spontanea coscienza citta.

Altro esempio: tutti noi sappiamo che nell'etere esistono gli ultrasuoni; eppure pochissimi sanno cosa siano veramente e presumibilmente nessun essere umano possiede la facoltà di "sentirli" direttamente. La nostra conoscenza degli ultrasuoni è basata soprattutto sul non sapere che suono hanno, mentre alcuni animali "sentono" gli ultrasuoni ma, in compenso non capiscono la sequenza del linguaggio umano.

Questa relatività di comportamenti è una dimostrazione dei differenti aspetti della coscienza. Nel suo aspetto assoluto, il citta conosce tutto e "sente" tutto, perfino gli ultrasuoni, mentre, nel suo aspetto relativo, il manas che è coscienza parziale, individualizzata, o conosce una cosa o ne conosce un'altra.

La Coscienza Assoluta, citta, è quella base, quel piano comune a tutte le coscienze individuali; il manas è l'adeguamento, la personalizzazione, l'attribuzione individuale della facoltà cosciente. Ora, ciò che noi dobbiamo capire una volta per tutte, è che noi, in realtà, non  siamo il manas!

Possiamo esserlo solo per una momentanea contingenza karmica, cioè nella nostra temporanea esistenza individuale. Ciò che noi siamo veramente, al di là di ogni temporanea identificazione, è coscienza citta. Poiché poi questa verità non è possibile accettarla concettualmente, dobbiamo attivare il potenziale capace di comprenderla: la mente-bodhi, cioè la mente illuminata, che è in perenne contatto col potere di citta.

È per questo motivo che, quando una persona sta praticando da molto tempo la meditazione di consapevolezza, essa diventa sempre più cosciente del fatto che nella sua mente stanno avvenendo trasformazioni strabilianti nel campo delle sue facoltà. In realtà, non è che essa abbia acquisito maggiori poteri rispetto a prima, ma accade soltanto che la sua coscienza citta sta espandendo il suo potere, mentre il manas rimane più o meno subordinato alla sua precedente dimensione.

Perciò le famose percezioni extrasensoriali, la facoltà di comprendere il pensiero delle altre persone, le premonizioni e la capacità di conoscere il futuro, l'aumentato senso di sensibilità alle vibrazioni sottili ed alla captazione di forme di vita spirituali, non sono altro che la testimonianza del potere della coscienza citta, che sta aumentando la sua influenza nel meditante.

Questa aumentata capacità di evoluzione coscienziale è possibile soltanto applicandosi seriamente e totalmente nella meditazione di consapevolezza. Non solo e non tanto nella meditazione formale seduta (cioè lo zazen che si pratica occasionalmente) ma piuttosto con uno stato meditativo continuato, ininterrotto, applicato alla nostra mente durante le fasi della vita ordinaria.

E come si instaura lo stato meditativo ininterrotto? Si instaura per mezzo della costante rammemorazione del nostro stato di essere, ovvero per mezzo di un senso di perenne presenza sulla scena dell'esistenza, attivato per mezzo della ripetizione mentale della domanda-koan: «Chi sono io?»

C'è un particolare stato d'animo sempre presente nella nostra mente, lo stato di coesistente presenza, una constatazione spontanea di "essere se stessi" che ci accompagna sempre. Noi esistiamo, ci siamo, e questo è un fatto innegabile.

Ora, cerchiamo di rimanere agganciati mentalmente a questa constatazione, non abbandoniamola per nessun motivo, neanche per un secondo. Fissiamoci proprio sul nostro profondo senso di esserci, senza più farci sviare dai vari pensieri con cui il manas ci frastorna e ci distoglie, disturbandoci ad ogni piè sospinto, con domande mentali, dubbi, congetture e perplessità. Mettiamoci ad osservare distaccati questi pensieri e questi pregiudizi, senza lasciarci inglobare e prendere da essi. Essi non sono noi, essi sono il manas, perciò in realtà, essi non esistono.

Ciò che esiste veramente, è il nostro potere di conoscere questi pensieri, la nostra capacità di coglierli ed osservarli senza intervenire, di esserne al corrente senza venirne adescati e catturati. Questa è la coscienza che esiste veramente, e questa è reale. Col proseguimento della pratica, non solo lo impareremo ma ne saremo più che certi, invincibilmente convinti.

Da quella sorgente di coscienza siamo venuti e in quella torneremo, non c'è dubbio. Colui che sa questo con certezza, è già lì, è sempre stato lì, non si è mai mosso da lì. Egli ha superato tutte le sofferenze e la morte; egli non si sente più soltanto un uomo, ma è diventato "dio", vero, immortale e indistruttibile.

La coscienza non ha paura di nulla, perché non etichetta le cose secondo le valutazioni mentali del manas, quindi non può vedere in esse nessuna attribuzione che possa far sorgere paura o desiderio. La coscienza citta è puro osservatore, puro spettatore ingiudicante, ed è libera da ogni valutazione di bene o di male. Al contrario, il manas è sommerso dalle angosce, dalle paure, dai desideri e dalle bramosie che partono dalla sua mente dualista e separativa, dalla mente relativa che crea gli opposti.

La coscienza citta è pura consapevolezza, autocoscienza, consapevolezza di sé. Per restringere l'ottica e la focalizzazione della consapevolezza verso la sua stessa fonte, verso la sorgente originaria, bisogna dirigerla verso se stessa: ivi è lo svelamento del mistero.

Moltissimi individui, che pure cercano la liberazione dalle angosce e dalla sofferenza, ritengono erroneamente che il traguardo sia posto fuori di se stessi e cercano disperatamente un dio che dia loro poteri e facoltà sovrannaturali. Costoro non immaginano e non capiscono, che questo ottenimento eccezionale non si raggiunge manifestando poteri personali o aumento di capacità individuali. Al contrario, meno ci si interessa a queste volontà egocentriche del manas e più si è in sintonia con la coscienza citta, la quale provvederà essa stessa ad aumentare le facoltà extrasensoriali della mente in maniera impersonale.

In questa saletta del nostro Centro Nirvana, negli ultimi anni si sono avvicendate diverse persone, a cui ho tentato di trasmettere il Chan dei Patriarchi. Una parte di coloro che sono intervenuti agli incontri si è rivelata molto positiva, dimostrando vero interesse. Alcuni si sono rivelati attenti ascoltatori, mentre altri sono stati soltanto curiosi, non hanno saputo o voluto attendere che il loro manas si azzittisse e, perciò, sono andati via senza più fare ritorno.

Quando sono stati regolati e comandati dal manas, questi incontri hanno prodotto poco o nulla, soltanto qualche capitolo in più nella "biblioteca mentale" dei partecipanti. Ma in quei pochi casi in cui il manas si è fatto da parte e la coscienza citta si è spontaneamente manifestata, sono stati fatti grandi progressi nella mente spirituale.

Col tempo, le menti più eroiche coglieranno i benefici del loro lavoro e della loro fiducia, e allora il significato profondo degli Insegnamenti del Chan potrà essere compreso da esse. Nulla potrà più impedire loro di rispecchiarsi nella luce della coscienza (citta). Anche se all'inizio sarà proprio il loro stesso manas a fruire temporaneamente dei vantaggi che scaturiranno dalla aumentata saggezza, dato che la luce della coscienza si riflette comunque nella mente individuale, pur tuttavia in seguito la mente potrà raggiungere definitivamente lo scopo dell'illuminazione.

Dunque, inizialmente la coscienza si manifesta nell'uomo attraverso la piccola luce riflessa del manas, sua emanazione, suo raggio luminoso. Ma quando l'individuo diventa maggiormente emancipato, allora la coscienza citta riprende la sua prerogativa dominante, la sua supremazia. Con la meditazione, l'individuo si astrae dalla sua condizione umana e si riavvicina alla pura energia dell'assoluto attraverso la constatazione del suo vero stato di essere.

Qualsiasi cosa contorni e comprenda questo stato, viene assorbito e ne diventa parte: la musica nel sottofondo, i pensieri che appaiono all'improvviso, la sensazione di presenza, perfino i piccoli doloretti fisici. Tutto entra a far parte dell'osservazione ingiudicante dell'«Io sono», e questo permette una naturale tranquillità, una pace completamente avulsa dalla spirale isterica del mondo ordinario.

Nello stato di coscienza "esteriore" dominato dall'irrequieto manas, le cose si invertono, in quanto diventa prioritaria la condizione di sensibilità ai fenomeni e l'istintiva risposta alle loro sollecitazioni. Questi fenomeni, depositari di una energia cinetica incontrollata, reclamano a gran voce la nostra attenzione verso la loro esistenza, cosicché l'attenzione si sposta dal centro della coscienza e si "attacca" voracemente ad essi. A quel punto, lo stato meditativo si disperde e, quando si è totalmente "esteriorizzati" nella vita quotidiana, non riesce più a farsi sentire. Allora diventiamo nevrotici ed estrovertiti, e andiamo incontro a tutti quegli eventi incontrollabili che ci portano a credere che essi siano reali, che non si possano evitare. Così perdiamo la pace ed entriamo nella sofferenza karmica.

Nelle Upanishad vi è un quadretto esemplificativo della situazione che si verifica nella coscienza riguardo alle due posizioni di cui stiamo parlando. Su un albero vi sono due uccelli posti sullo stesso ramo. Uno di essi canta e continuamente si muove, sbattendo le ali e guardando di qua e di là. L'altro, invece, se ne sta quieto e silenzioso tanto da sembrare quasi finto: del tutto immobile e apparentemente insensibile. Entrambi stanno manifestando le qualità della coscienza: la vivacità esteriore del manas con la totale estroversione dell'energia vitale e l'introverso raccoglimento contemplativo del citta, senza esplosioni né prorompenti impulsi di energia centrifuga.

Perciò, anche durante la confusione della vita quotidiana, la nostra meditazione deve continuare a funzionare. Essa è in qualche modo già presente per cause naturali, infatti noi siamo sempre consapevoli del nostro benessere (o del nostro malessere), ma questa è ancora una meditazione di tipo esterno, è una meditazione gestita dal manas. La vera meditazione di autoconsapevolezza, pur partendo dalla constatazione del nostro stato emotivo e fisiologico, deve perforare la coscienza di sé ancora più in profondità. Deve andare ad indagare chi sia colui che è consapevole del proprio benessere (o malessere), deve attivare la coscienza citta, la quale indaga sulla coscienza manas (Chi sono io?).

Lo scopo della meditazione Chan è quello di riportare al suo valore predominante la funzione citta della coscienza, cioè la funzione autosservante e autoconoscente. Attraverso la pratica preparatoria della meditazione formale di zazen si ingigantisce e si sviluppa una nuova tendenza nella nostra vita di tutti i giorni: la capacità dell'autocoscienza.

Lo stato di presenza ha la prerogativa di essere una specie di filo di Arianna per non perdere se stessi nel labirinto della nostra vita. Tutto ciò che, da sempre, è stato fatto e vissuto senza la minima consapevolezza, verrà in seguito "illuminato" dalla cura della nostra attenzione autorivolta, in maniera che ogni nostro pensiero, ogni nostra azione ed ogni nostro sentimento sia sempre e costantemente visibile. Non dobbiamo più soltanto fermarci a dirigere la consapevolezza verso l'esterno e verso la periferia del nostro essere, ma finalmente dobbiamo indirizzarla al nostro cuore, al centro stesso della coscienza. Il citta deve tornare al citta.

Abbassando le difese costituite dalla nostra ignoranza e dai conseguenti timori, una volta edotti ed informati delle istruzioni, lo stato meditativo autoconsapevole emerge prorompente ed ingloba in sé ogni condizione. Assorbendo al suo interno ogni peculiarità caratteriale ed ogni volontà personale della nostra mente, la coscienza citta ci riporta nello stato da dove siamo venuti, l'eterno assoluto.

Come la luce del giorno che di sera pian piano si riassorbe nel buio della notte, ma che all'alba del giorno dopo è ancora pronta a spuntare nuovamente, così lo stato di coscienza sembra annichilirsi nel caos della mente frenetica. Ma subito questa coscienza luminosa risorge spontanea non appena la scintilla dell'autoconsapevolezza riaccende la luce della coscienza di sé.

Questa è la nostra speranza e questo è il nostro traguardo. I compassionevoli Patriarchi del passato, consci della difficoltà delle persone comuni a dirimere i terribili nodi che l'esistenza samsarica crea continuamente nelle loro menti, hanno tramandato questo preziosissimo metodo ed ora ne stanno permettendo la divulgazione. Non lasciamoci sfuggire questa pregevole occasione, tralasciamo le cose inutili che non producono saggezza e dedichiamoci a cuore aperto, senza remore, alla meditazione di autoconsapevolezza: ne va della nostra pace mentale e del nostro benessere spirituale e, soprattutto, del nostro destino karmico che predispone la qualità delle nostre esistenze future.

 


Alberto Mengoni ha insegnato Chan nel Centro Nirvana di Roma. È morto il 14 giugno 2015.

Si faceva chiamare anche "Aliberth". Così mi scriveva il 6 gennaio 2005: «A volte mi firmo Aliberth, che è il nome che ho scelto come insegnante di Dharma, infatti se lo ripeti spesso consecutivamente esce fuori... Libertà, che è ciò che voglio esprimere».

Diresse dapprima il bollettino Nirvana News e poi il sito web del Centro Nirvana – www.centronirvana.it – che ora purtroppo non esiste più. Conteneva una gran quantità di testi interessanti, una parte dei quali si può ancora ritrovare all'indirizzo http://web.archive.org/web/*/centronirvana.it/*

D. Ch.

 

 

 

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