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DIALOGO SERIO E SEMISERIO DI VARIA FILOSOFIA

Clericus - Dario Chioli

 

28/4/2002

Ti spedisco questo commento sugli attentati in America [Interpretazioni dei fatti dell'11 settembre] e gli argomenti correlati. Vi sono molti punti ancora da discutere, ma non ho voluto scrivere un testo troppo lungo.

Cl.


30/5/2002

Il variegato, cosmopolita e soprattutto innumere pubblico di SuperZeko è in impaziente attesa del seguito delle elucubrazioni di Clericus sulle ragioni dei moti storici mondiali e corollari contigui.

Temono tutti di morire prima di potersene abbeverare.

D. Ch.


30/5/2002

Clericus colpisce ancora. Come tu temevi, sono finalmente riuscito a completare l'opera, di cui sono parzialmente soddisfatto. Non nascondo che ci possono essere degli errori di interpretazione, comunque significativi dal punto di vista del pensiero libero che ho deciso di adottare. Resto in attesa dell'immancabile stroncatura. Come titolo, può andare bene "La religione e la storia. Problemi e ipotesi", dato che affermare di aver trovato le soluzioni sarebbe un po' immodesto.

Cl.


4/6/2002

Clericus è doppiamente in orbita ed all'uopo ho modificato il  menù di SuperZeko da "Cronache" a "Storia e cronaca" ché chiamare "cronaca" Clericus2 era un po' limitativo.

Tutto il mondo è in spasmodica attesa di Clericus3 !!!

D. Ch.


14/6/2002

Ebbene, finalmente ci siamo. Il titolo è "La Filosofia come mediatrice del rapporto tra Storia e Religione". L'altro è appunto da leggere, prima e dopo se ne hai voglia, ma non è da pubblicare [è pubblicato qui sotto...]. Chiarisce certe questioni.

Buona lettura.

 

Da leggere prima

Caro Dario, come temevi Clericus3 è sulla rampa di lancio. Vedi tu se è il caso di spedirlo in orbita. Questo lavoro ha probabilmente più difetti del precedente, ma lo ritengo superiore. In gran parte, è scrittura automatica. È meglio per me che l’abbia finito.

In realtà, è successo semplicemente che Clericus ha preso in mano la faccenda, facendomi fare un lavoro non indifferente, come quantità. Per la qualità, prenditela con Clericus.

 

Da leggere dopo (se ne hai voglia).

Clericus ha detto la sua. Ma è necessaria qualche precisazione, per interpretare correttamente quanto scritto.

La mia intenzione era quella di esaminare la questione del metodo. Il precedente lavoro era assai carente sotto questo aspetto, sembrava che certe idee saltassero fuori non si sa bene come e dove. Il fatto è che io sono un dilettante (Clericus no, lui non scherza e si prende molto sul serio), e l’esigenza di autochiarificazione si imponeva. Meglio ancora sotto forma di un lavoro.

In realtà, ciò che è stato prodotto corrisponde poco all’intenzione originaria. In parte è colpa di Clericus, in parte del lettore, che si sarebbe stufato. E si stuferà comunque, temo.

In quanto alla metodologia, quanto detto è molto meno del minimo dei minimi. La parte più consistente avrebbe dovuto trattare certe questioni di logica (in parte ci sono), la dialettica e lo storicismo, e pensavo ad un capitolo sull’incorporazione del passato nel presente. Soprattutto questo aspetto è fondamentale, perché predetermina la stessa metodologia. Come essenziale è la contrapposizione tra posizione storica e a-storica.

In realtà, Clericus si è accorto, prima della metà del progetto, ma verso la fine del prodotto, che la cosa non avrebbe interessato il lettore “normale”. O forse ha voluto dire la sua, non saprei. Tanto mi aveva già preso la mano. Comunque, ci voleva qualcosa di più “concreto”.

Quando il discorso si era già spostato sull’antitesi storico / a-storico, cioè quando incominciava a toccare i punti nevralgici, è venuta fuori la questione del Dio Unico (compare già prima, ma è un artificio: ho inserito Necessità della Filosofia praticamente alla fine del lavoro). Io l’avrei evitata volentieri e stavo già sistemando la cosa, quando Clericus s’è accorto che non era possibile. Così lui ha scritto i due capitoli sul Dio Unico e l’intermezzo. Se la veda lui. Io sono riuscito a infilarci qualcosa – il capitoletto sulla validità di un punto di vista a-storico, che mi piace perché parla del numero – e poi Clericus ha chiuso, proclamando che il senso del lavoro era compiuto. Secondo lui, sarebbe: “Il Pensiero e l’Uno”. Io ho preferito lasciare quello originario. D’altronde ne avevo abbastanza di fare lo scriba e di affittare il mio cervello a Clericus, che è invadente.

Il discorso sull'obiettività e quel che ne segue è inevitabile. Sembra troppo lungo, ma non lo è. Semmai è incompleto. La soluzione obiettività = possibilità si basa sul significato logico della possibilità: può essere trattata come funtore, cioè come predicato il cui soggetto è una proposizione, e ciò permette di oggettivarla. A parte l’esame del concetto di obiettività, che è stato condotto sotto il controllo del pensiero cosciente, quasi tutto il resto è sviluppo automatico del pensiero laterale e non necessario, cioè è Clericus.

Il pensiero “laterale” (non-necessario e non-antagonistico) non è una mia invenzione. È stato teorizzato e sviluppato da De Bono. Così come non lo è la logica  fuzzy (“sfumata”, indeterministica), che ha impiego in problemi pratici, e che è il fondamento del capitolo Indeterminazione del reale. Le eventuali obiezioni a questi sviluppi sono obiezioni a forme logiche, prima che a sviluppi teoretici. Io ho indicato con “congetturale” sia il laterale, sia lo sfumato.

Il Dio Unico è un incidente, un masso incontrato sulla strada. Sulle prime avevo pensato di aggirare la cosa elegantemente, ma Clericus s’è accorto che il “pensiero” religioso è così cretino da non potersi salvare da solo. E così ho dovuto frantumarlo. Non solo c’era già il martello pneumatico bell’e pronto – diceva Clericus, che è maligno – ma … qualche anno fa, mi era capitato di leggere un articolo di giornale che parlava di un certo Jonas, secondo cui Dio non sarebbe onnipotente per via di Auschwitz. Mi ricordo benissimo che mi sembrava una castroneria, tirata fuori per salvare la religione quando ormai fa acqua da tutte le parti. Ma allora non avevo presente l’eventualità di una autonomia reale della forma religiosa, che tendevo a considerare una forma espressiva, una possibile lettura in termini esistenziali. Finché si ragiona in questi termini, la questione non si pone. Ora, la questione cambiava aspetto: qualcun altro manifestava dei dubbi sulla consistenza del Dio unico e onnipotente. Non solo, ma ho appreso solo poche ore fa che tale questione è ben presente nell’attuale teologia ebraica.

I punti centrali dell’opera sono contenuti in tre note. Il resto è uno sviluppo di queste tre note.

La prima è quella su Hegel. La seconda è quella che esprime il parere di Einstein. La terza contiene il punto di vista di Jonas, scaricato da Internet. Il contenuto della seconda ce l’avevo in mente prima di venirne a conoscenza.

Io ritengo più importante la nota su Hegel, questa è dal mio punto di vista il principio di tutto. Sempre dal mio punto di vista la questione del Dio Unico è affatto secondaria; ma dal punto di vista del lettore, e forse dal tuo, potrebbe essere centrale. Per questo, la nota di Jonas è fondamentale.

Nel lavoro, ci sono sicuramente delle contraddizioni, anche se non frontali. Bisogna lasciarle, per motivi che è lungo spiegare. Diciamo che sono colpa di Clericus. La sterzata che ho fatto, all’inizio del capitolo sul Dio unico, è evidente. Deve rimanere anche se non è coerente con quanto precede. Il lavoro è un percorso, non una sistemazione artificiosa per eliminare le incertezze del discorso. Queste fanno parte del lavoro. Questa incoerenza non dipende da come ho condotto il discorso. Si cerca sempre di procedere in modo consequenziale, ma non si può, se si trova un masso sulla strada.

Jonas è per me solo un pretesto.

La demolizione del masso l’ha fatta Clericus (io sarei più prudente), ma lo strumento lo ha fornito la dabbenaggine del “pensiero” religioso, che nella propria autoesaltazione delirante crede di elevare la propria idiozia a fondamento di sé e del mondo mascherandola col mistero.

Mi è venuto in mente che non sia questa la causa fondamentale del processo di secolarizzazione, cioè semplicemente l’uscire dall’idiozia mascherata da un presunto mistero. E’ una questione maledettamente complicata. Ragionare in questi termini significa postulare un fondamento logico interno al processo mentale del processo di secolarizzazione, il che, esteso a tutta la Storia, implica un ritorno a Hegel, salvo dettagli. Gli aspetti materiali del processo sarebbero stati il pretesto, il contenuto particolare che ha realizzato il passaggio, cioè lo strumento dell’Astuzia della Ragione.

Gradirei una tua risposta e sul problema della contraddizione e sull’ultima ipotesi. La questione mi intriga, e non mi fido sempre di Clericus. Ha la tendenza a ragionare “in grande”, lui.

Cl.


16/6/2002

Caro Clericus, ho apprezzato il tuo ultimo testo, come al solito più che per la cosa in sé, per il come, ovvero perché il tuo scritto aiuta il processo di riflessione. Mi ha anche divertito - e conosco la cosa - la tua lagnanza sull'autonomia del neonato Clericus rispetto alle tue attese - misteri dello scrivere...

Del testo in sé ho trovato personalmente interessanti i collegamenti che tu fai, alcuni in modo particolare, per esempio che il pensiero sia reale proprio perché congetturale, in quanto ciò maggiormente risponde alla non predeterminabilità del possibile, se ben capisco. O che l'idea monoteistica tenda a fare esplodere la contraddizione nell'esperienza umana, e anche che ogni forma religiosa abbia, mutatis mutandis, il suo Uno. O che non abbia senso definire irreale ciò che è efficace. O che il pensiero rifugga in realtà da ciò che ne determinerebbe la fine.

Condivido l'idea di Filosofia come mezzo d'indagine valido, pur nella sua finitezza; solo mi pare di disgiungerlo forse un po' meno di quanto tu non faccia dall'esperienza. In tal senso, come ben sai, trovo difficile dare credibilità ai filosofi accademici e borghesi moderni, che mi paiono in grave deficit sensoriale, e spesso eticamente infantili (se l'etica è fondamentale per la Filosofia, come dar credito a filosofi evidentemente nevrotici e neotenici?).

Se l'esperienza sciamanica è basilare, il che alla grossa condivido, lo è proprio in ragione della sua scelta affine al congetturale, che è agli antipodi dello spirito di sistema dei filosofi. È però vero che in realtà ogni sciamano ha le sue categorie. Dubito tuttavia che si dovrebbe distinguere tra lo sciamano che trova creando (o crea trovando) e quelli che tramandano, i quali ultimi soltanto, forse, ritualizzano e categorizzano dogmaticamente. Rito e categoria sono per me fissazioni, scollamenti dall'esperienza diretta, mezzo mnemonico che rischia di tradire l'oggetto originario, anzi lo tradisce inevitabilmente, in quanto tale Oggetto muta in continuazione, più secondo armonia di congettura che non secondo deduzione logica.

Quanto alla Finis philosophiae, che dire? È chiaro che sembra così per la filosofia naturale o cosmologica, e per tutti i sistemi. Ma se la Filosofia è piuttosto, in senso stretto, ricerca amorosa di sapienza, e tale sapienza è tutt'affatto interiore, come fa tale ricerca ad estinguersi? Certo, che si estingua la cosiddetta filosofia moderna è possibile, forse auspicabile. Ma quella filosofia che è indagine sui sentieri tutti interni dell'anima, che non è teologia nel senso corrente perché autonoma rispetto alle tradizioni codificate, ai dogmi ecc., non penso possa estinguersi. Basta vedere come tanti razionalisti sembrino umanamente così poco raffinati, così facilmente polemici, così precari nel loro equilibrio, da chiedersi cosa gli manca. Ecco, penso manchi loro proprio una filosofia in quanto dialettica dell'anima ovvero strategia etica e psichica.

Comunque è più una discordanza di termini che di sostanza, mi pare.

Tu parli di "un fondamento logico interno al processo mentale del processo di secolarizzazione" Ma da dove parte la suddivisione degli eventi? Ovvero: parte dalle scoperte scientifiche o dalle centinaia di milioni di morti delle guerre moderne? Non vedo migliori ragioni per stabilire un progresso piuttosto che un regresso o un semplice trasformismo. Ecco direi così, che c'è un parallelismo tra autopercezione e storia, e le caratteristiche di questa tendono a esprimere le caratteristiche di quella.

Per esempio alla perdita sensoriale occidentale, enorme, comportante atrofia dell'olfatto, imprecisione del gusto e dell'udito, nevrosi del tatto e ipertrofia della vista, fa da impressionante riscontro l'annullamento dell'ecosistema e della comunicazione diretta e il dilagare della virtualità puramente fantastica (telefono, tv, internet, cellulari). Il limite sembrerebbe un uomo-automa che vivesse ogni intensità in modo virtuale (pillole, elettrostimolazione cerebrale, tute virtuali). Direi che si va a ridurre tutto a visione o fantasia, fors'anche perché il pensiero si va disfacendo in quanto unità armonica e tende a sopravvivere solo nelle sue unità ormai scisse e morte. Ammazzato il direttore d'orchestra, dopo un po' tromboni e violini si fanno dissonanti.

D. Ch.


16/6/2002

Caro Dario, devo dire che mi stupisce la tua capacità di digerire rapidamente i mattoni di Clericus (a proposito: gli ho ricordato che è uno pseudonimo, al più un pretesto per dare libero corso a certe associazioni che mi si presentano come plausibili e probabili, ma non proprio certe, e mi ha risposto che allora firmassi col mio nome e cognome. Gli ho fatto leggere la tua risposta e l'ho mandato in ferie. Vedremo).

Comunque, potrei fare (io) qualche considerazione.

La forza del pensiero come sorgente di congetture è, dal mio punto di vista, indiscutibile, e ne esprime probabilmente la funzione originaria, per la quale prevedere =congetturare. Il fatto è che IO ritengo il congetturare valido finché e nella misura in cui produce previsioni, salvo il vedere se le previsioni reggono. Questo è il modo di ragionare corretto, secondo me. Ma, nello sviluppo del pensiero, che è in parte automatico, il congetturare - cioè l'insorgere delle associazioni - diventa autonomo rispetto alla funzione originaria, fine a se stesso, cioè appare "creativo" e produce un senso di onnipotenza, che è fondamentalmente illusoria. Tuttavia, crea effettivamente, ed è più produttivo di una metodologia rigorosa e di un procedimento deduttivo.

Un punto importante è la questione del deficit sensoriale, vale a dire la separazione tra l'enunciato e il contenuto effettivo. Non saprei per i filosofi "accademici" = intellettuali di professione: Li classificherei in termini marxisti come momenti della "sovrastruttura" , essendo in questo caso la "struttura" il fatto che vi siano cattedre e stipendi. Peraltro, già Schopenhauer diceva "Primum mangiare deinde philosophare" o qualcosa del genere (riferito ovviamente ai filosofi di professione).

Comunque, con "filosofia" non intendevo il mestiere dell'intellettuale speculativo, ma la libera creatività del pensiero come forza autonoma, di cui il "filosofo" è l'interprete, il medium. Il mio punto di vista è che ci sembra di pensare - cioè di essere gli "autori" del pensiero mentre in realtà ne siamo gli "attori" . Perciò, la "fine della filosofia" sta semplicemente a indicare che a partire dalla metà del XIX secolo la "struttura" in senso marxiano ha preso in mano le redini, indirizzando il "pensiero" verso le forme analitiche dell'economia, della sociologia ecc. applicando ad esso stesso la trasformazione da "arte" o "artigianato" a modalità della "produzione industriale". Che la "filosofia" continui a esplicarsi nelle correnti della ricerca individuale, comunque intesa, è inevitabile; il fatto è che tale "ricerca", come dire... è valida individualmente, ma non ha più "validazione sociale" ; insomma, è una scelta individuale, non un'esperienza collettiva.

Per quanto riguarda la separazione che tu vedi tra "mezzo di indagine" ed "esperienza", la questione è estremamente complessa, e non posso in poche righe esaminare il problema, che è importantissimo. Se vogliamo, è in sintonia con le forme della Matematica e della Fisica teorica. Su questo punto, il tuo spostamento verso il polo dell'esperienza ti preclude alcune  chiavi interpretative. Lo sviluppo della Matematica è formale in quanto riflette una struttura assoluta al limite della rappresentazione. L'aspetto esperienziale sta nella manifestazione nel soggetto della forma assoluta che gli appare come rappresentazione.  O, se preferisci, la rappresentazione è la fusione tra una forma assoluta e il soggetto.  Tale forma, appunto perché assoluta cioè non derivabile empiricamente, sembra provenire dall'interno. Il pensiero di Platone è assolutamente incomprensibile senza questo tipo di rappresentazione, anzi perde ogni senso. Lo stesso vale per Hegel. Per quest'ultimo, poi, ci sono altri problemi, che lo rendono quasi incomprensibile. Questo tipo di processi non significano oltre a sé, ma avvengono in sé e per sé; l'esperienza sta nel loro automanifestarsi. Come ogni tipo di esperienza, non è comunicabile. Si riesce a trasmettere solo la formula. La scissione che tu hai individuato è di questo tipo.

Cl.


16/6/2002

Caro Clericus, digerirò con calma questa tua ultima risposta. La buona digestione è una virtù di famiglia. Mi paiono interessanti sia la tua lettera d'accompagnamento, sia la mia risposta, sia questa tua controrisposta. Non ti andrebbe bene se trovassi un modo per mettere anche loro sul web (le parti non personali, in una specie di forum a due)? Trovo che questa forma dialettica più sbrigativa abbia i suoi pregi, introducendo meno strutturatamente ma più direttamente nei problemi trattati.

Quella del "primum mangiare deinde philosophare" (che latino è?) dove l'hai trovata? Mi piacerebbe assai saperlo.

D.Ch.


17-18/6/2002

Se hai problemi di digestione, ci vuole un aperitivo

Cominciamo con la Vera Scienza.

"Primum mangiare deinde philosophari" è il riverbero, in latinus maccheronicus, di una Verità, definibile più propriamente come "principio zero del pensiero filosofico pubblico". Sotto questo aspetto, è paragonabile alla più famosa legge di Murphy (un irlandese, credo) che enunciò la fondamentale "legge della Possibilità Necessaria" (dice testualmente o quasi: "se qualcosa può andar male, lo farà"), cioè in sostanza il metodo di Clericus. La funzione gnoseologica, etica, formale di questa legge è evidente e quindi non richiede illustrazione.

L'origine esatta del principio che ho attribuito a Schopenhauer non ha molta rilevanza, dato che non importa molto chi abbia esplicitato i principi supremi. A differenza del primo - che è evidentemente a-storico - tuttavia, esso è incontestabilmente "storico" , e in effetti si inserisce nella ben nota dialettica "storico / a-storico" che, come tu sai, furoreggia nell'opinione pubblica attuale. In effetti, si è scoperto che molto di quello che si pensa - che, si sa, è prodotto del Pensiero Filosofico - nasce dal rapporto dialettico tra queste due posizioni.

Comunque, anche se è solo una curiosità, la tua sete di sapere merita soddisfazione.

Il costrutto presentato come "principio zero ecc..." in effetti è, come significato, chiaramente espresso proprio da Schopenhauer, che non aveva bisogno di far carriera e quindi parlava senza diplomazia. L'Opera che manifesta questa Verità si intitola "La Filosofia delle Università" ed è pubblicata da Adelphi. Nella mia sterminata biblioteca, occupa un ruolo di primo piano, in attesa di essere sostituita dalle opere di Clericus.

In effetti vi sono in essa diverse frasi che conducono a tale Proposizione, benché essa, proprio in virtù della sua forza indicibile, non venga mai pronunciata nella sua Vera Forma, dato il suo enorme potere di chiarificazione. Comunque, l'incarnazione meglio riuscita potrebbe essere la Massima appunto di Schopenhauer "primum vivere deinde philosophari". A onor del vero, va detto che, come ogni Verità, Schopenhauer ne vede un momento storico specifico.

A parte gli scherzi, diciamo che le tue riserve sulla "cultura ufficiale attuale" , universitaria o meno, in confronto a ciò che dice Schopenhauer sono acqua di rose. Segno che certi processi degenerativi sono assai più vecchi di quel che si crede; anzi, mi viene il dubbio che siano in atto dall'origine dei tempi, e che recentemente siano solo venuti alla luce.

La critica di Marx, per cui l' "ideologia" è semplicemente un riflesso della "struttura" - che tradotto in Italiano comune significa: "si pensa come vogliono i ricchi" -, è solo un pallido riflesso di quella schopenhaueriana. Probabilmente dovuto al fatto che Marx usa parecchia "ideologia" (cioè Hegel) mentre Schopenhauer non aveva queste inibizioni.

Per quanto riguarda il "forum a due" , non saprei. Tieni presente che lo scopo fondamentale del sito non è l'essere un forum, e che difficilmente un "forum" a due non diventa a tre e così via. Però, se ritieni di pubblicare le mie chiarificazioni e le tue (che sono significative, in effetti), non ho obiezioni; vedi però di studiare la forma più adeguata...

* * *

Dopo l'aperitivo, il pranzo

La Vera Scienza si è manifestata in tutto il suo splendore. La Verità Ultima mi è apparsa, in un lampo del Pensiero, nella mattinata del Diciotto Giugno, un poco prima delle 10.27, ora del Computer locale.

Tale evento è stato reso possibile dall'elevata temperatura, ma solo il miscredente potrebbe pensare che essa ne sia stata la Vera Causa.

Essa si identifica, al di là di ogni ragionevole dubbio, nel Supremo Principio Lapalissiano, che insieme alle Leggi di Murphy e Schopenhauer costituisce la somma Monotriade (non quella di Giovanni Gentile, che è una fisima, o una lontana conseguenza). La presenza di Triadi Unitarie nelle più variegate fantasie ne è una prova incontrovertibile.

Comunque i principi supremi non abbisognano di prove; essi si autopongono, rivelandosi a pochi privilegiati.

Tuttavia, è giusto narrarne la prima manifestazione documentata, giacché s'è ormai chiarito che ciò che è astorico in realtà non c'è, se non si manifesta nella Storia.

In effetti non sono il primo ad avere avuto il privilegio del suo manifestarsi, anzi credo che siamo in tanti, ma vi è una rivelazione originaria, che vale la pena raccontare, se non altro per onorare coloro che primi vi giunsero consapevolmente.

Come dice l'etimologia, il Principio Supremo rammenta la celeberrima figura del Signor di La Palice, valoroso generale al seguito di Francesco I re di Francia, morto di mala morte cioè per incidente sul lavoro (il generale, non il re) dalle parti di Pavia, nel 1525 o pressappoco. Essendo un Principio Supremo, esso è ineffabile in sé; i comuni mortali possono coglierne solo i momenti particolari, le singole rivelazioni in sé imperfette. In questo caso, esso si manifestò come esperienza poetica collettiva, nelle forma contingente e storicizzata di una canzonaccia dei suoi soldati, che diceva

Monsieur d'La Palice est mort... Un quart d'heure avant sa mort  il était encore en vie.

Stabiliti i tre principi supremi, bisogna porli nel giusto rapporto gerarchico; e per questo, bisogna cogliere gli altri due nella loro Essenza.

La legge di Murphy, cioè la Possibilità Necessaria, deve essere riformulata così: "se una cosa è possibile, prima o poi accadrà" ; la sua derivazione dal Principio Ultimo è evidente, giacché una cosa che non accadrà mai è impossibile. È quindi l'estrinsecazione gnoseologica del Principio supremo, che così può procedere attraverso la sua Emanazione, come è giusto e auspicabile, creando le infinite forme del Pensiero. Il quale parte dal possibile, come già dimostrato.

Ma ci vuole una motivazione; perché altrimenti, chi può obbligare la Verità Ultima, chiusa nel suo Principio Supremo, a uscire da se stessa? Ci vuole una Volizione. Ma una Volizione è un Bisogno. E qui, tolte le maiuscole, che sono realmente una mistificazione, il principio di Schopenhauer nella sua Vera Forma "primum mangiare" , è senso e causa efficiente di tutto il resto.

Il quale resto comprende le oscurità del pensiero accademico e non, il "deficit" sensoriale e ogni particolare forma del "deficere".

* * *

Come dessert

ti fornisco i documenti autentici che attestano la legge di Murphy e il principio dell'autoevidenza, ovvero di La Palice.

È chiaro che la legge di Murphy in senso stretto è inadeguata, giacché l'inesperto vi coglie solo il principio negativo dell'inevitabilità del pessimismo. Ma è ben noto che i Supremi Principi non possono essere colti nella loro pienezza e altitudine; di essi, il profano può vedere solo alcuni aspetti, spesso secondari. Tuttavia, anche nella sua forma negativa esso è ricco di insegnamenti pratici, scientifici, storici.

Per quanto riguarda il Supremo Principio Autoevidente, aspettarsi che esso venga colto da chiunque è come credere che gli eunuchi facciano figli. E infatti il travisamento è completo: si pretende che la suprema Intuizione dei soldati sia un inno al valore. Ma è chiaro che l'emergere della Verità abbaglia; il Vero Senso emerge dopo, per effetto della saggezza.

Cl.


19/6/2002

Caro Clericus, guarda un po' che te ne pare.

Quando citi

Monsieur d'La Palice est mort

è giusta questa citazione, cioè hai trovato il verso della canzone con l'elisione "d'La"? È possibilissimo, ma vorrei saperlo con certezza.

D. Ch.


19/6/2002

Carissimo Dario,

A quanto vedo, pensi di esternare ogni cosa. Tutto sommato non è una cattiva idea; anche perché l'0pinione Pubblica [Si noti che delle iniziali di 0pinione Pubblica la prima è uno zero, rispecchiando quel che ne pensa l'amico Clericus] non solo trarrà necessariamente vantaggio nonché salvezza dalla sua indiscutibile scientificità e attualità, ma perché è, direi, abbastanza comico.

Bisogna però correggere qualche errore.

Anzitutto, attenzione alle Verità Supreme. Esse vanno citate alla lettera, altrimenti perdono buona parte del loro potere evocativo. La Vera Forma del Principio di Schopenhauer usa il verbo "philosophare" e non "philosophari". Tieni presente che è Parola Divina o quasi, il che deve pur manifestarsi con qualche divergenza dal linguaggio comune. La correzione, pur grammaticalmente ineccepibile, è una caduta nel profano.

Un errore reale c'è invece (me ne sono accorto dopo che ti avevo mandato il messaggio) nella frase "primum vivere deinde philolosophari" nella "lettera" il cui titolo è "se hai problemi di digestione, ci vuole un aperitivo"; infatti, ho messo "lo" due volte. Qui bisogna correggere, perché è discorso profano. È un po' dopo la metà del testo della lettera.

Un altro errore è la data della Rivelazione Suprema, che non è il 6 Giugno 2002, bensì il 18 Giugno. L'errore è dovuto alla violenza stessa della Rivelazione, che, come tu sai, è un'esperienza sconvolgente, e lascia un po' di confusione mentale. Qui si deve correggere, essendo un momento di evidente rilevanza storica.

Per quanto riguarda il "d'la Palice", perché ti perdi in queste inezie grammaticali? È già tanto che i profeti siano riusciti a connettere alcunché, dato che si tratta del Principio Supremo. Comunque, è effettivamente così, in base a entrambe le versioni in mio possesso.

Per la verità, credo di averti inviato un ultimo messaggio (anzi l'ho inviato come dessert, infatti c'è nel Dialogo Semiserio) nel quale vi sono come allegati la Murphologia - la cui lettura può solo essere vivamente raccomandata - e appunto la citazione della famosa canzone.

Non credo sia il caso di pubblicare anche questa. C'è già abbastanza da ridere.

[Si è provveduto a reintegrare secondo le indicazioni di Clericus i punti del suo precedente messaggio che per eccesso di zelo erano stati corretti]

Cl.


21/6/2002

Esimio Dottor Clericus, può visionare il "Dialogo serio e semiserio di varia filosofia" integrato secondo le sue indicazioni...

D. Ch.


21/6/2002

Carissimo Dario, Vedo che hai pubblicato le nostre conversazioni non più private. Mi sembra una buona idea, anche se tra la prima parte - molto seria - e la seconda (semiseria, ma fondamentalmente serissima) ci può essere, in apparenza, qualche scollamento. Ma non si può essere sempre seri, anzi la forza del comico sta proprio nel suo potere di demistificazione: in questo caso, delle vuote formule, siano accademiche o metafisiche, mediante l'infallibile metodo dell'imitazione dissacrante. Senza contare che, tutto sommato, non è male che il numeroso pubblico (ma quanti sono alla fine, cinque o sei? sono curioso di saperlo...) di SuperZeko si faccia anche quattro risate, se non altro per la propria salute

Devo anche dire che sono rimasto soddisfatto dall'esito della vicenda italiana ai mondiali di calcio. Non è che le partite non divertano, ma sono stufo dei minchioni che si deprimono perché la squadra perde e dei grassatori mentali che ci campano sopra. Anche perché in Italia e non solo capitano, da qualche tempo, cose di una certa gravità. A parte i nostri conflitti di potere interni - che sono ormai un processo degenerativo strutturale, spero senza conseguenze fisiche, ciò che accade in Medio Oriente va oltre l'immaginabile.

Parlare di "terrorismo" è ormai una mistificazione, una formula buona per i fessi e per Mr. Bush e la sua corte di affaristi,che invece ragionano fin troppo bene (per loro). Si ha l'impressione che le varie fasi del rincretinimento si stiano globalizzando, e che non si tratti di qualcosa di spontaneo o dello "spirito del tempo" , come direbbero quei bravi sapientoni che, per ascendere nella considerazione di un pubblico semiscemo, debbono dimostrare con lo Spirito e con i Tempi una dimestichezza e una confidenza, che si potrebbe acquisire solo parlando con queste Entità tutti i giorni, quasi fossero animali domestici. E non mi riferisco solo agli "accademici" - che sono per lo più illeggibili e quindi in "deficit" di significato - ma anche di soggetti intellettivamente molto, molto al di sotto di costoro, che scrivono e parlano dietro compenso (raramente lauto), e il cui senso della Storia, anzi qualsiasi senso, è inferiore a quello che potrebbe avere un Tapiro.

Insomma, come hai già capito il discorso verte sul concetto di "deficit" sensoriale, anzi di "deficit" senza specifiche, da te messo opportunamente in rilievo nel nostro carteggio. Solo che mi pare tale "deficit" non essere né conseguenza primaria di qualche mancanza individuale, né un "segno dei tempi", parola ridicola il cui significato nullo nasconde, nella migliore delle ipotesi, l'assoluta mancanza di qualche spiegazione. La mia impressione è che i deficit collettivi sensoriali siano essenzialmente culturali, non potendosi separare il "sentire" dal "credere"; ne è prova incontrovertibile il fatto che l'autosuggestione - cioè una particolare modalità del convincimento - riesce, in taluni casi, ad annullare una sensazione di dolore che altrimenti sarebbe fortissimo, anzi pare che addirittura vanifichi gli stessi effetti fisici. Cose che d'altronde sai meglio di me. D'altronde, quanto appena detto credo ti trovi concorde, almeno nella sostanza; solo che ho l'impressione che la cosa sia più "strutturale" e "costruita" di quanto forse tu non creda. .

Esaminata con la dovuta calma, la tua risposta alla mia lettera di accompagnamento tocca in sintesi diverse questioni centrali. Intanto, l'interpretazione che hai dato di certi aspetti dell'ultimo saggio, pur non essendo esattamente uguale alla mia (che passa soprattutto attraverso forme logiche), è perfettamente compatibile con essa, anzi ne evidenzia certi aspetti che non mi erano del tutto presenti. Per esempio, che l'idea monoteistica "tenda a far esplodere" le contraddizioni si può correttamente derivare da quanto scritto, anche se la mia attenzione era rivolta piuttosto alla sua "impossibilità", in quanto le contraddizioni già preesistenti confluiscono in essa. Insomma è come un limite estremo che la coscienza in qualche modo coglie, senza però poterlo riconoscere e "oggettivare" in modo univoco, universale.

Un'idea veramente interessante è l'accostamento tra l'esperienza sciamanica e il pensiero congetturale, che interpreto come contiguità tra la libertà del costituirsi dell'interiorità (che si esprime come modo di operare sulle rappresentazioni sentendole) e l'indefinitezza del pensiero (che si esprime come modo di operare sulle rappresentazioni parlandone). Almeno, così mi pare di aver capito.

Se questa interpretazione dell'interpretazione è corretta, lo "sciamanesimo" andrebbe inteso non come una fase "originaria" nel senso solo di precedente nel tempo, cioè prima delle diversificazioni storiche, come io tenderei a fare, ma nel senso più forte, come possibilità eternamente latente ma compressa da istanze "razionali" , che ne svuotano la funzione sociale. Ci penserò sopra.

Cl.


22/6/2002

Caro Clericus, circa il calcio, quel che tu dici dei "sapientoni" mi pare che in certo modo giustifichi la fuga in esso dei semplici, anche se certo pure i semplici potrebbero talora darsi da fare per capire qualcosa... Mi pare tuttavia una specie di autodifesa: il proprio discorso pubblico è innocuamente assorbito dal calcio, quindi il proprio discorso privato/interiore rimane immune dallo spirito dei tempi nel senso che nessun predicatore alla moda vi accede.

Quanto ai giri di affari sporchi tra i potenti del mondo ed al terrorismo, se sapessimo per davvero cosa succede, saremmo forse bell'e morti da un pezzo. Mysterium iniquitatis... et salus ignorantiae...

Che i deficit culturali siano programmati e gestiti mi pare evidente, altrimenti perché pagare i pubblicitari e i politici? Tuttavia credo che spesso accadano degli incidenti, che fanno sì che non sia tutto così prevedibile, per fortuna...

Uno di questi provvidenziali incidenti è il manifestarsi di un sapiente o di un santo (mentre il frequente insorgere di pseudosaggi e pseudosanti non è paragonabile, perché la differenza è evidente a chi ha una qualche apertura spirituale, se perlomeno ha la fortuna di incontrarli ambedue).

Un Padre Pio non era gestibile, come non lo erano Madre Teresa di Calcutta, Râmakrishna, Gandhi.

Al massimo il potere li ammazza, ma così facendo ne evidenzia con proprio danno la santità svelando nel contempo la propria iniquità e debolezza spirituale anche a quelli che magari non ci arrivavano. Ora il problema dei potenti non è che i santi tolgano loro la poltrona, cosa di cui generalmente i santi sono incapaci. Il problema è che l'occasione crei divisione al loro interno, che cioè qualche secondo cerchi di diventare primo e ingeneri un processo disgregativo per fini personali. Perché il potente huius mundi non ha se non fini personali e non può seriamente convincere altri all'obbedienza per nobili fini che non possiede.

Sulle relazioni tra sciamanesimo e pensiero congetturale siamo abbastanza d'accordo; solo non separerei troppo drasticamente il sentire dal parlare, anche perché ambedue queste funzioni convergono nell'ideazione. Direi dunque che si tratta forse di ricostituire un'"ideazione sciamanica", dove i pensieri siano densi di emozione e le emozioni illuminate di armonia e consapevolezza (logica) - il tutto portando a una visione del mondo agli antipodi di quella sistematicamente propagata dai mass media. Mass media che tuttavia, proprio per questo secondo me, istintivamente la gente non prende davvero sul serio, anche se i "sapientoni" più o meno prezzolati lo credono o vogliono farlo credere. L'equivoco sorge dal fatto che la gente in genere è disposta a dire e a comportarsi secondo ciò che ci si attende da lei, senza tuttavia crederlo più di tanto.

Io insomma non sono così pessimista, ho incontrato troppa brava gente per esserlo.

D.Ch.


26/6/2002

Clericus è tornato dalle ferie. Cioè, sta venendo fuori un nuovo lavoro. È peggio degli altri: ma stai tranquillo, prima che abbia finito ce ne vuole ancora un bel po'. Devo rivedere tutti i ragionamenti, controllare certe cose e metterlo su file (l'ho scritto completamente a mano, in modo che Clericus non intervenga troppo con i suoi automatismi).

Nel frattempo, stammi benissimo.

Cl.


4/7/2002

Carissimo, Clericus è tornato dalle ferie e si è rimesso a lavorare. Quindi, preparati al peggio. Questa volta ho limitato la sua libertà d'azione, dato che l'argomento deve essere trattato in modo deduttivo. A proposito: l'argomento riguarda il rapporto tra esperienza e logica. In realtà, è solo la prima parte di una questione più complessa, cioè la struttura (se c'è) della coscienza. In effetti, ho accertato che se ne sa assai poco, e quindi mi sono ritenuto credibile nel trattare la questione, che comunque dovrebbe interessarti. Perciò, tutto l'insieme è necessariamente diviso in più parti. Devo però ancora limare il lavoro e controllare che non vi siano errori logici (non dovrebbero essercene, ma non si sa mai). Perciò, questo messaggio è solo una preparazione all'angoscia...

Cl.


5/7/2002

Carissimo, attendo con piacere novelle di Clericus.

D.Ch.


7/7/2002

Carissimo Dario, c'è anche Clericus 4 (o 5, non so bene) [Logica ed esperienza ovvero la Forma e il suo Essere]. Se sei occupato, come credo, con gli Shivasûtra, leggilo dopo, perché richiede attenzione.

Clericus dice che è un'opera notevole, ma parla così perché ha paura di restare disoccupato.

In realtà, "lui" non ha fatto granché, perché stavolta ho usato metodi deduttivi.

Potrebbe darsi che ci sia qualche contraddizione, ma è difficile. Però, guarda bene.

Non fare correzioni; per esempio, extracosciente va lasciato così, perché non ha relazione con l'"inconscio" di Freud.

Anche in questo caso, c'è una lettera di chiarificazione. Però non la pubblicherei [è riprodotta qui sotto...], perché è meglio che chi legge (se c'è qualcuno) si faccia un'idea completamente personale.

Cl.


7/7/2002

Carissimo Dario, i procedimenti mentali qui [Logica ed esperienza ovvero la Forma e il suo Essere] utilizzati divergono un poco dai tuoi, e questo potrebbe creare qualche difficoltà nella valutazione di quanto scritto.

Dato che, non so bene perché, il senso delle mie connessioni emerge piuttosto verso la fine, fornirei alcune linee interpretative.

La prima è che la logica riflette l’etica, intesa come inevitabilità della scelta. La valenza assoluta della Logica non è di per sé essenziale; inevitabile è la questione della scelta, e qui non è possibile distinguere tra logica ed etica. Infatti una scelta contro logica non ha senso, e una logica contro l’etica non deve avere seguito. Il fatto che io parli di logica potrebbe essere un prodotto storico: la logica è connessa con il sapere scientifico, che attualmente è strutturale, mentre l’etica tende a cadere sotto l’opinione. Almeno, questa è la mia percezione. Comunque, la separabilità di fatto tra i due poli mi autorizza a individuarlo come logica, che ha un carattere più incontrovertibile, e si estende allo stesso mondo fisico. In compenso, ne segue una certa astrattezza, e ho dovuto spendere parecchie parole per evidenziare l’autonomia delle forme logiche rispetto all’esistente: cosa a mio avviso banalissima, ma che per motivi diversi non sembra certezza comune.

Le conclusioni, rispetto alle premesse, autorizzano l’interpretazione che quanto scritto sia logica negativa. Questo non era intenzionale. Ciò va bene, se negativa non significa autodistruttiva. Per i motivi di cui sopra, dalla logica bivalente per me non si deve uscire.

Penso ad un seguito, incentrato sul problema della coscienza. Per quello che mi sembra di capire, non se ne sa molto, perciò mi sono sentito autorizzato a dirne qualcosa. Ecco perché c’è il titolo “Prima Parte”.

Cl.


16/7/2002

Caro Clericus, sono finalmente riuscito a trovare la Testa per leggere seriamente il tuo Testo; te lo rimando con alcune annotazioni facilmente distinguibili, alcune integrazioni suggerite (altrettanto visibili) e alcune contestazioni. Ti suggerirei infatti di chiarire taluni punti. Ciò che non ho commentato mi trova perlopiù d'accordo o perlomeno non in disaccordo (ovvero: formulazioni a mio avviso legittime ma effettuate in modo diverso da come farei io o secondo diversi intenti). Nel complesso mi sembra un ottimo stimolo alla riflessione. E certo non è adatto a farsi leggere da chi non ami riflettere...

Valuta se delle cose che ti scrivo talune possano esserti utili. Se così fosse, utilizzale come ti pare. Potresti di qualcosa forse anche fare delle note, vedi tu.

Attendo con impazienza il tuo quinto lavoro.

D. Ch.


16/7/2002 / bis

Caro Clericus, ti invio qualche annotazione sulla storia della matematica e dell'astronomia indiane.

* * *

Già Mario Vallauri nella Treccani, 1933, specificando dapprima che "I testi sanscriti di matematica pura costituiscono, quasi tutti, una sezione dei testi di astronomia", così poi si esprimeva:

"Ma in matematica pura ben più notevoli sono stati i progressi e i risultati conseguiti dagl'Indiani. E se la questione è tuttora sub iudice, pure sembra molto probabile che il fondamento di ogni calcolo moderno, cioè il sistema numerico decimale nel quale ogni cifra ha, oltre al suo valore assoluto e immutabile, un secondo valore relativo alla sua posizione nel composto numerico, sia un ritrovato della mente indiana. Le sezioni matematiche dei testi astronomici... di Âryabhata, Brahmagupta e Bhâskarâcârya dimostrano lo svilluppo eccezionale dell'aritmetica e dell'algebra presso gl'Indiani. La geometria ha in India un'origine molto antica e risale ai vedici Shulvasûtra «Le regole della corda (per misurare)», nei quali la tecnica relativa alla misurazione e all'apprestamento dell'area sacrificale rivela molte conoscenze geometriche, compreso in esse il noto teorema di Pitagora. Ma nelle età successive la geometria rimane in seconda linea. La trigonometria la ritroviamo collegata con il calcolo astronomico; ed è, a quanto sembra, un'importazione dalla Grecia. Un'opera circoscritta al puro campo matematico e meritevole di particolare rilievo è il Ganitasârasamgraha «Il compendio della quintessenza del calcolo» del jaina Mahâvîrâcârya (sec. IX). L'opera, divisa in 9 capitoli, con un totale di 1131 strofe, è ricca di dati e di esempi su tutta l'aritmetica generale, sulla misura delle aree, sul calcolo delle escavazioni e delle ombre."

* * *

Nella Storia della filosofia orientale, del 1952, curata da Sarvepalli Radhakrishnan (Feltrinelli, Milano, 1962), il capitolo XVI (pp.541-565), di A.N. Singh, parla della matematica e dell'astronomia indiane, confermando e ampliando quanto detto dal Vallauri.

Si può notare che dal Singh viene ormai data per scontata l'origine indiana del sistema decimale, dello zero e della notazione posizionale, dei metodi di scrittura ed elaborazione delle frazioni, delle regole della proporzione e dei problemi sul calcolo dell'interesse, dell'algebra, di metodi di misurazione geometrica diversi da quelli greci ("il metodo più efficace... potrebbe venir denominato teoria delle deformazioni che lasciano inalterati le aree e i volumi"). Egli afferma inoltre che gli indiani calcolarono un valore del pi greco migliore di quello dei greci, applicarono le proprie conoscenze sulle equazioni indeterminate alla costruzione di figure razionali, elaborarono, particolarmente con Varâhamihira e Bhâskara II, la trigonometria appresa originariamente - mi pare lo ammetta implicitamente anche Singh - dai greci.

In astronomia, oltre a introdurre tutta una simbologia (zodiaco solare, case lunari, nomi dei giorni della settimana), determinarono la precessione degli equinozi, l'anno lunisolare, un calendario astronomico, le velocità medie dei pianeti, la forma sferica dei pianeti della terra e del sole e le loro distanze. Âryabhata I inoltre riconobbe la rotazione della terra intorno al sole. Fu elaborata "l'ipotesi dell'attrazione interplanetaria, per spiegare l'equilibrio" e furono prodotti orologi ad acqua ed utilizzato lo gnomone. "Quanto precede è tutto quanto era conosciuto in India fino al secolo dodicesimo".

* * *

Dello Shulvasûtra non ho trovato da alcuna parte una datazione, il che probabilmente vuol dire che non se ne sa nulla di preciso. Bisogna infatti  tener presente che le datazioni dei testi indiani sono tutt'altro che sicure, oscillando anche di parecchi secoli, quando pure se ne può dare una datazione ipotetica. Il problema sorge dal fatto che in sanscrito è una lingua dotta e statica, senza particolari evoluzioni che non siano quella dal vedico al sanscrito classico, per cui non è possibile utilizzare come criterio cronologico efficace lo studio delle caratteristiche grammaticali e sintattiche della lingua utilizzata (ammesso che tale metodo sia mai efficace). Inoltre si sa di una sola opera storiografica, kashmira del XII secolo, la Râjataranginî di Kalhana, che è un po' poco per tracciare cronologie precise.

Spero che quanto su riportato possa interessarti.

D. Ch.


19/7/2002

Carissimo Dario, ho rivisto e riformulato più adeguatamente il testo [Logica ed esperienza ovvero la Forma e il suo Essere], tenendo conto di tutte le osservazioni che hai fatto. Ho cercato di chiarire un po' la questione della "teoria", e ho allungato parecchio il discorso; non ci dovrebbero essere dubbi su ciò che intendo, in compenso mi ripeto un po'.

Ho riportato nel testo, evidenziandole, alcune tue osservazioni. Anche se non fanno parte del lavoro originario, tuttavia lo integrano; cioè, senza di esse il punto di vista espresso è troppo limitativo. L'argomento infatti è "Logica ed Esperienza", non "l'esperienza solo secondo la Logica". Sulla tua osservazione sulla concretezza sono d'accordo pienamente; ho dovuto pertanto chiarire cosa io intendo per "concretezza" ecc. e fare degli esempi.

La tua osservazione sul "monoteismo" non contrasta con il mio punto di vista ed è molto significativa, e mi sembra opportuno che vi sia una chiarificazione al proposito. In ogni caso, se ancora qualcosa non quadra in quanto a chiarezza, dimmelo pure: ma non esagerare, se no Clericus si dimette.

Ti mando anche una "Risposta alle Osservazioni" che riassume tutte le considerazioni che ho fatto, appunto, sulle tue osservazioni. La parte sulla matematica è decisamente prolissa, ma può darsi che ti interessi. La questione è molto più intricata di quanto ho scritto. Ed è estremamente difficile stabilire cosa sia in realtà la Matematica, se si accettano anche solo i punti di vista dei matematici dal XIX secolo in poi.

 

Risposta alle Osservazioni

Carissimo Dario, dalle tue note deduco che hai letto il testo molto più attentamente di quanto io stesso non abbia fatto, dopo che l’ho scritto. Certi rilievi mi sembrano perfettamente legittimi: anzi, mi stupisce che tu abbia fatto così poche obiezioni; si vede che non eri particolarmente pignolo, quando l’hai letto. Non vorrei però suggerirti di riprendere in mano la cosa e di trovare un’altra dozzina di osservazioni. Clericus rischierebbe l’esaurimento mentale. In ogni caso, questi rilievi mi hanno permesso una notevole autochiarificazione, e sono stati molto utili.

Le tue osservazioni sulla questione della logica bivalente e della “Teoria” mi hanno indotto a puntualizzare e, spero, a chiarire. Quello che ho detto ora sulla Teoria (ridimensionata a “teoria”, perché in effetti la maiuscola non convince) corrisponde a quello che avevo pensato: ma è molto più lungo, e avevo cercato di essere sintetico; però se il lettore non intende bene si deve rimediare, e ho cercato di spiegare estesamente ciò che voglio dire. In queste cose il lettore ha ragione; chi scrive deve cercare di farsi capire, e spero di non aver esagerato in senso opposto. Quello che voglio dire è che l’esperienza è tutto, in un certo senso, ma contiene in sé un principio logico, difficile a esprimersi, che è la condizione per cui è percepita come una unità, insomma contiene una forma, una teoria, senza la quale non sarebbe quel che è. Quindi non è tutto, lo attesta il soggetto stesso. Ma non riesco a spiegarmi meglio, anche se l’idea mi è chiara (non so se è vera: non ho esplorato altre vie). Anche sui “saggi” ho cercato di spiegarmi meglio.

Non sono del tutto d'accordo però su Socrate quando tu dici che

"trovare un sistema in Socrate è molto difficile, se non lo si intende al negativo, il che in genere non usa".

Un metodo è veramente scindibile da un sistema? Nessun metodo è del tutto indipendente da certi principi di base. È vero che anche Socrate fa affermazioni positive (gliele fa dire Platone): sembra che egli voglia far arrivare gli altri alle sue conclusioni, o che voglia mostrare come non vi sono conclusioni, secondo i casi. Assomiglia ad una tecnica che distrugge le posizioni altrui attraverso il principio di contraddizione, e che opera su un materiale fornito dall’interlocutore: ma l’uso del principio di contraddizione implica un po’ di ipotesi, in quanto lascia sopravvivere solo certi costrutti esplicitamente formulati e non altri. Di fatto, distrugge quasi tutte le posizioni: ma queste, sono veramente inconsistenti, o è il principio che non è capace di riconoscerne il senso? Inoltre, l’azione di un principio dipende molto da come e quando lo si usa. Che i metodi “negativi” siano dialetticamente efficaci non c’è dubbio, ma che tipo di efficacia è? Se la dialettica è negativa, allora le idee non sono costruibili discorsivamente: ora, io potrei essere d’accordo, dato che lo stesso sviluppo scientifico procede anche in questo modo, cioè per confutazione delle ipotesi. E queste, da dove vengono? Ma un metodo come quello di Socrate significa che le idee ci sono già non per costruzione ma perché il soggetto le scopre o interviene Socrate e gliele mostra: ma è proprio sicuro che la conoscenza emerga tutta intera solo per estrazione e non per costruzione? Chi mi dice che il maieuta, invece di tirar fuori quello che c’è già, non lo ponga lui stesso, riorganizzando il materiale mentale dell’interlocutore attraverso lo svelamento del suo processo? Questa ipotesi mi sembra estremamente problematica: i processi mentali sono pieni zeppi di costruzioni. È un bel Sistemone, quello di Socrate e simili: non appare tale perché non è formulato esplicitamente. Astuto, veramente.

Invece, non ho accolto la tua obiezione proprio alla fine del capitolo L’esperienza come totalità dell’io individuo, quando osservi:

"ma l’origine dell’autorappresentazione essendo secondo te la Teoria, e questa derivando dall’organismo biologico, com’è che dici che non si possono fare ipotesi sull’agente reale delle operazioni inerenti all’autorappresentazione? Non è nel tuo discorso tale agente la Teoria stessa, o piuttosto, a monte di essa, l’organismo biologico?".

La Teoria (che ho peraltro ridimensionata a “teoria”) non è origine di nulla: è la posizione del soggetto, il suo punto di vista, è la stessa autorappresentazione; in un senso più forte, che il soggetto possa veramente esaminare se stesso, è una sua teoria. L’agente reale non è il soggetto. Non può essere lui a determinare la propria autorappresentazione. È illogico che ponga se stesso. Almeno, io intuisco così. Non è una questione empirica, il fatto è che niente si pone da sé. In quanto al corpo, esso è il sostrato materiale: in quanto tale, cioè in quanto ente fisico, non agisce affatto. Un ente fisico è un processo, se si adotta il punto di vista della Fisica; non è agente e causa di nulla. Le cause non esistono veramente in Fisica, e io adotto un punto di vista estremamente ortodosso. Di più: se l’organismo è un sistema fisico classico, esso è un processo deterministico, cioè non ha nessuna autonomia. Nulla prova che la coscienza sia deterministica o che il suo determinismo, se c’è, consegua a quello dei processi materiali che avvengono nel cervello. Inoltre, nessuno, assolutamente, ha nemmeno lontanamente dimostrato una derivazione della coscienza dal sistema nervoso centrale. Questo è il sostrato, non è la causa, non è detto sia la condizione sufficiente dell’affermarsi dell’essere cosciente; è solo la condizione necessaria, e l’essere cosciente gli deve pure qualcosa, cioè fa proprie le sue esigenze costituendosi in un certo modo. Non è affatto insensato che l’anima sia creata da Dio, che sia un frammento della Coscienza Universale, che sia il riflesso del Brahman, e non intendo affatto precludere queste interpretazioni: esse non contraddicono frontalmente il mio punto di vista, salvo il fatto che non sono scientifiche e, credo, hanno problemi con la logica. E inoltre si può anche pensare che la dinamica della coscienza sia determinata da operazioni inconsce: se sono tali, che ne sappiamo? L’inconscio non l’ho inventato io; mi pare ovvio che, se c’è un agente, si nasconda proprio lì. È quello, secondo me, che dice al soggetto cosa deve pensare di sé e come comportarsi nei riguardi degli elementi della coscienza. Il punto di vista materialista ha difficoltà forse peggiori: per esempio, niente dimostra che la “materia” esista, anzi: potrebbe essere anche solo un colossale Giuntore, una parola che indica esperienze su scala ordinaria, assolutamente irrilevante per comprendere l’Universo. Ma, su un piano logico, è estremamente ragionevole che il soggetto sia costituito in funzione del corpo. Questo è la causa materiale e basta; la causa efficiente non la si deduce solo dall’esperienza: questo volevo dire. Per quel che se ne sa positivamente (cioè non molto), ebbene, è probabile che la coscienza cognitiva abbia la sua lontanissima sorgente (causa efficiente) nei pattern di attivazione della rete neuronale; che il processo causale, se c’è, che conduce dal sostrato alla coscienza è complesso cioè irricostruibile nei dettagli anche se ci fosse; in quanto alla coscienza fenomenica, è da molti ammesso che resiste ad ogni tentativo di riduzione.

Le tue obiezioni nel capitolo “Non basta postulare il Sé ecc…” sono corrette, e integrano la mia posizione, molto sbrigativa, forse troppo. È verissimo che non è così semplice distinguere tra realtà oggettiva e impressioni soggettive. Ma questa storia, per cui la “realtà” non è facilmente definibile, produce operazioni mentali che in generale non condivido. Il senso comune dice che le nostre idee devono riferirsi a qualcosa che idea o sensazione non è, perché altrimenti che ce ne facciamo delle idee? Ce le inventiamo perché sono belle? O dimostrano la nostra capacità creativa, o davvero ci sono solo perché si possa vedere la scintilla divina che c’è in noi? Le nostre percezioni hanno luogo perché sono un bellissimo spettacolo, e tutto il mondo esiste perché noi possiamo trovarlo significativo, interessante e in funzione della nostra coscienza, quasi questa esistesse dall’inizio dei tempi? E questa che fa, si diverte coi propri stati di coscienza allo scopo di dimostrare che c’è anche quando non ci fosse tutto il resto? Allora, tutto l’Universo che ci sta a fare, è lì perché uno possa contemplare il cielo stellato e cantare alla Luna?. Il senso comune sarà povera cosa, ma distingue tra realtà e illusione. Non c’è nessuna definizione della realtà: c’è la realtà, oggettiva, e basta. Che poi vi si sovrappongano una serie di proiezioni ecc. non lo discuto, ma una cosa è come si vedono le cose, altro che ci siano. Ma se il nostro modo di vedere la realtà riflettesse davvero il nostro essere, allora, il fatto stesso che essa venga messa in discussione, che cosa rifletterebbe veramente? L’instabilità del nostro giudizio e del nostro stesso modo di essere, ecco cosa sarebbe riflesso: veramente un bel fondamento della propria idea della realtà, che il soggetto instabile si faccia un’idea di ciò che è costante. Io non voglio negare che si possano aprire squarci e che si possa chiaramente vedere ciò che altri non vedono. Ma ci sono troppi, che si consolano facilmente illudendosi sulla concretezza della realtà, mentre camminano sulle nuvole. Questo era il senso: comunque, ho completato questo punto, ma attraverso altre considerazioni, dandogli più forza, come risposta alle tue osservazioni che però sono in sé esatte.

Quando scrivo:

"Poiché gli Esiti Ultimi, benché in sé illuminanti, di fatto non ci illuminano, vediamo almeno di definire la questione con i modesti mezzi a nostra disposizione. Forse teorie e comportamenti stereotipi danno forma all’esperienza, impedendo il Caos. Può darsi che farne a meno sia molto più difficile di quanto non si possa credere. Anzi: non se ne fa a meno per niente. Non solo: chi ci dice siano solo principi regolatori, fissazioni di ciò che fissabile non è? Non è che siano preformanti la stessa esperienza?"

la tua domanda:

"non è un’estensione dell’idea per cui la Teoria è origine dell’essere conscio?”

corrisponde all’idea, per cui abbiamo strutture fondamentali che guidano ogni sviluppo, e che pongono stereotipi, immagini ricorrenti, ecc; può essere inteso come tu hai interpretato sia pure in modo dubitativo: ma lasciamo che il lettore (se c’è) ci pensi sopra, mica deve fare tutto Clericus.

Per quanto riguarda gli sviluppi matematici, quando affermo che

"lo sviluppo della Matematica è avvenuto in Occidente",

tu commenti che

"dire che lo sviluppo della Matematica sia avvenuto in Occidente è un po’ precipitoso, se si pensa che Talete e Pitagora avevano studiato in Persia, che significa probabilmente anche India, come relazioni culturali, ben chiare al tempo di Alessandro".

La questione è complicata. Pare che sia come ho detto; ma gli storici della matematica sono pochini, e può darsi vi sia molto materiale archeologico non esplorato. Dunque: la tradizione attribuisce a Talete viaggi in Babilonia e in Egitto, dove apprese alcune nozioni di geometria; ma la dimostrazione deduttiva del famoso teorema, per cui l‘angolo inscritto in un semicerchio è retto, è attribuita a lui: la questione riguarda le dimostrazioni, che i Pitagorici padroneggiavano benissimo. La tradizione attribuisce a Talete anche alcune importanti dimostrazioni, e lo considera l’inventore della dimostrazione matematica. Qui è il punto. I matematici greci operavano mediante dimostrazioni, e questo metodo non è riconoscibile sistematicamente in altre culture; infatti, non c’è altrove una esposizione della Geometria paragonabile agli Elementi di Euclide, anche se certi singoli risultati (non tutti) si ritrovano in India, Cina ecc. Ma è possibile che molto materiale sia passato dalla Grecia all’India (non viceversa) come conseguenza della spedizione di Alessandro Magno e di influssi successivi. Per esempio, lo zero (il simbolo) è noto agli alessandrini, che lo rappresentavano talvolta con un segno interpretabile come omicron, intesa da qualcuno come iniziale di oudèn: e compare sicuramente in India solo dopo alcuni secoli. Dopo la chiusura delle scuole filosofiche, molti matematici emigrarono in Babilonia e forse in India, o gli indiani ebbero informazioni attraverso i persiani. L’astronomia indiana rivela influssi greco-alessandrini, esplicitamente riconosciuti da al-Bîrûnî nel Paulisha-Siddhanta. Anche i fondamenti di Trigonometria sono passati dal mondo ellenistico in India, però è vero che gli indiani la svilupparono autonomamente, e pare che le funzioni trigonometriche (seno ecc…) siano state inventate da loro, e poi trasmesse in Europa attraverso gli arabi. È vero comunque che sui flussi di informazioni tra greci e indiani i pareri degli studiosi occidentali e, appunto, indiani, divergono, chissà perché... Però manca nella matematica indiana una impostazione deduttiva sistematica. Si ammette avesse un carattere prevalentemente “intuitivo”. Non mi risulta che vi sia qualcosa di paragonabile al trattato sulle sezioni coniche di Apollonio di Perga, e non mi sembra che recentemente sia veramente emerso qualcosa che cambi il quadro tradizionale.

Quando scrivevo che della distinzione tra Forma e Oggetto non v'è traccia se non in ambito greco, alla tua obiezione inerente al rapporto tra Prakriti e Purusha, forse si dovrebbe rispondere con una contro-obiezione. Non sono però un esperto del Sânkhya, e mi limito a considerazioni non conclusive.

È vero che tutti i dualismi si assomigliano, e questo perché riconoscono uno stesso problema, e che cioè il mondo è ordinato, ovvero che il mondo è intelligibile. Il punto di vista del Sânkhya, mi pare di capire, è il secondo; la materia però si attiva attratta dal Purusha. Questo punto di vista assomiglia a quello di Aristotele. In questo senso, la tua obiezione è giustificata. Però il dualismo tra la matematica e la materia non è di questo tipo: la matematica non è intelligente e (secondo i fisici) è la forma del mondo in un senso forte: la materia non fa assolutamente nulla, se non obbedire alle leggi di natura.

La questione è incasinata, perché la Forma di Aristotele deriva dall’Idea di Platone ma non è quella esattamente, e non è neppure esattamente quello che si intende ora quando per esempio si dice “sistema formale”; l’Idea di Platone mi sembra deriva dalla Matematica come modello ideale del mondo, ma la Matematica è un modello ideale, in realtà, perché è un sistema formale, ma si riesce a operare matematicamente senza rendersene conto. È vero che un’idea (una immagine, come quella della retta) non è una formula, ma è anche vero che gli enti ideali (gli indefinibili) della Geometria rappresentano operazioni (uso di riga e compasso) anche se possono essere intesi come la possibilità di eseguirle materialmente (l’idea della retta implica che ho una immagine di come tracciarla), e le operazioni rimandano al sistema formale nel senso attuale del termine, perché questo in definitiva rappresenta, mediante segni astratti, delle classi di oggetti, relazioni, operazioni: insomma l’idea di Forma deriva mediatamente, mi sembra, dalla oggettivazione di operazioni di un certo tipo, che di per sé non hanno particolare valenza; il suo significato sta nel riconoscere in queste oggettivazioni non un risultato di operazioni eseguite sempre allo stesso modo, ma il motivo per cui vengono sempre eseguite in un certo modo. Difficile è anche capire il punto di vista di Pitagora; questo non saprei se è ricostruibile come si crede, perché le ricostruzioni fatte dagli studiosi in generale mi sembrano molto simili ai processi mentali di uno schizofrenico, il che è improbabile. La mia impressione è che i Pitagorici abbiano riconosciuto nel numero intero la chiave per esprimere le proporzioni, e che abbiano scoperto che un po’ di cose del mondo fisico corrispondono a proporzioni. Ciò fa intuire che la natura è intelligibile in un certo modo, che prima di questa intuizione non era presente, il che può anche produrre sconcerto non tanto in chi se ne accorge, ma piuttosto nella testa dell’uomo comune, il che giustifica una certa riservatezza, che a poco a poco ha perduto la sua ragion d’essere. Non è poi tanto ovvio che i numeri abbiano certi poteri. Infatti, non ne hanno proprio nessuno: esprimono operazioni mentali riconoscibili, ma, finché queste non sono riconosciute, hanno qualcosa di misterioso e possono diventare le cose più incredibili. Peggio ancora se si scopre che con i numeri si fanno tante cose: allora, diventa una questione di potere, e il potere ama i simboli. Ma i Pitagorici tendevano al mutismo, e i commentatori antichi per lo più non erano pitagorici per nulla: al più erano platonici o neoplatonici come Proclo, che scrive dieci secoli dopo Pitagora, e non pare proprio sia la stessa cosa. Aristotele non si interessava granché di Matematica, Diogene Laerzio probabilmente non ne capiva un c..., Archimede non si interessava di storia della matematica, e i filosofi commentatori attuali hanno una conoscenza della materia che sprizza da tutti i pori, cioè al livello liceale attuale: cioè, senza calcolatrice non ci arrivano. Perciò, puoi prendere il mio parere come perfettamente accademico e attendibile in senso relativo (in senso assoluto, no).

Però, il tuo dubbio pone una affinità vaga ma che comunque ci potrebbe essere, e mi è sembrato giusto mettere una integrazione ipotetica a proposito.

Quando poi alla mia affermazione:

"Non c’è, al di fuori del Neoplatonismo, una affermazione così chiara della Matematica come scala che conduce alle Idee, all’essenza divina",

tu così obietti:

"Considerando che nelle civiltà antiche le lettere sono numeri, e che in tali civiltà le lettere sono piene di significati sacri anche in virtù del loro valore numerico, siamo poi così sicuri che la situazione sia così diversa rispetto alla Grecia, il cui alfabeto aveva anch’esso valore sacro, per quanto si siano di ciò persi i particolari? Inoltre i testi cabalistici, sufici e tantrici sono pieni di speculazioni e valori mistici relativi ai numeri; e visto che gli indù conoscevano la precessione degli equinozi, com’è possibile che non avessero nozioni geometriche? Tieni conto che anche in Occidente Matematica è stata a lungo sinonimo di Astrologia e Magia e che mathematici erano gli astrologi".

Non saprei rispondere con assoluta certezza. Certamente non basta che i numeri abbiano certe valenze simboliche e sacre. L’idea che l’Universo sia intelligibile matematicamente non è la stessa, per cui sia intelligibile simbolicamente. Che questo passaggio intermedio ci sia stato, non lo discuto; ma per completare il passaggio bisogna riconoscere che la logica dell’Universo è la stessa di quella Matematica. La valenza simbolica non è di per sé molto significativa, come dimostra il fatto che la Fisica sia sorta in Occidente. Può essere sia una questione tecnica: nel XVII secolo, in Europa, era possibile riconoscere la forma delle traiettorie dei pianeti (Keplero), ed era possibile riconoscere che le traiettorie dei proiettili sono parabole (Galileo). Se non si sanno trattare le sezioni coniche, non c’è niente da fare. Inoltre, non è sufficiente fare osservazioni di astronomia, e il fatto che sia noto il fenomeno della precessione degli equinozi è irrilevante. È un dato empirico, ricavabile dal semplice confronto con le osservazioni astronomiche dei secoli precedenti, la cui interpretazione era affatto ignota alle civiltà tradizionali. Piuttosto, è fondamentale la rivoluzione copernicana, che non deriva da osservazioni.

Il nome di mathematici si riferisce, nel Rinascimento, a molte categorie, non solo ai matematici in senso stretto; ma c’erano matematici che non si interessavano particolarmente di astrologia. Non erano tutti come Cardano. Inoltre, questo deriva piuttosto dalla tradizione culturale; in sé la matematica non ha nessuna valenza simbolica. Durante l’ellenismo, mathematici designa i neopitagorici; ma non giurerei che Erone, Apollonio di Perga ecc. fossero dei neopitagorici e ho forti dubbi su Tolomeo. Sicuramente non si riconoscono nella tradizione pitagorica molti matematici greci. I grandi matematici della tarda Grecia classica, come Eudosso di Cnido, furono spesso allievi dell’Accademia di Atene. Inoltre è molto difficile stabilire quale fu l’influenza di Platone sulla matematica. Il problema è forse posto male, perché i matematici possono facilmente sviluppare una mentalità molto simile a quella di Platone, anche senza sapere nulla di Platone. Non solo, questo vale anche per quelli di impostazione formalista, come Goedel. È questo particolare aspetto che esplode nell’idea che il mondo sia matematicamente intelligibile, non il simbolismo: quello è sterile e porta fuori strada, se condotto fino in fondo; porta all’astrologia, non all’astronomia. Comunque sia, il distacco della matematica dall’aspetto algoritmico-costruttivo è ben precedente a Platone, ed è probabile che proprio questo distacco, per cui le dimostrazioni non sono più costruzioni, abbia influito su di lui e non il viceversa; di per sé, esso non è però sufficiente a produrre l’idea che la matematica abbia un fondamento ideale e non operazionale, cioè che diventi contemplativa perdendo la sua valenza tecnica, e che attraverso di essa il mondo sia intelligibile. Questa idea è espressa chiaramente da Platone. E neppure il platonismo è sufficiente perché il mondo divenga realmente intelligibile. Non sono nemmeno sicuro che sia necessario, ma storicamente le cose sono andate così. Infatti, non so in quale libro, o lettera, Platone afferma che i metodi dei matematici a lui contemporanei procedono in senso discendente (deduttivo) ma essi non ricercano i Principi delle cose; è necessario muoversi verso questi Principi in modo ascendente, altrimenti non sono visibili; ma cosa intende esattamente? Vuol dire che la Matematica non è ancora il mondo delle Idee e bisogna considerarla un ponte, una scala, o vuol dire che la ricostruzione dei principi della Matematica (assiomi e postulati) è paragonabile al moto ascendente che conduce al mondo delle Idee o Forme che dir si voglia? Ora Platone prendeva la Matematica maledettamente sul serio ed è letto e commentato da persone che si intendono di Matematica come io mi intendo di pittura rupestre del Tagikistan ammesso che esista ergo sembra dedursi che egli ritenesse tali principi della Matematica di pari livello delle Idee o appena al di sotto: e infatti, guarda caso, la ricostruzione assiomatica (ipotetico-deduttiva) cioè non solo deduttiva della Geometria compare completamente sviluppata senza un solo errore logico in Euclide di Alessandria, alcuni secoli dopo e non prima di Platone, mentre proprio di questo e cioè di un sistema completo e coerente di assiomi mancano tutti i trattati di Matematica di tutte le altre civiltà India compresa, per quanto mi risulta. Non solo, ma se veramente, come tutto fa pensare, la Geometria dei neoplatonici era coessenziale al mondo delle Idee e cioè alla forma ideale del mondo, se ne deduce che il mondo è razionalmente e non simbolicamente intelligibile attraverso la Geometria e quindi, per estensione, delle sue derivazioni. Ciò non esclude l’ambivalenza e la coesistenza delle due visioni, quella mistico-simbolica (pitagorica? mah…) e quella ideale-assiomatica (platonica) ma è la seconda (Geometria=Struttura ideale del mondo) che pone il pensiero scientifico moderno.

È però vero che quello che ho detto nella nota non è affatto sufficiente; ma lo lascerei lo stesso, può incuriosire il lettore (se c’è).

Veniamo ora alle questioni fondamentali relative alle Quattro ipotesi.

1. La tua obiezione sul Quid:

"ma in quale misura il “Quid che è libertà assoluta” del punto 2 si differenzia in effetti dallo Spirito qui - al punto 3 - descritto?"

Ho usato questo termine perché non voglio suggerire nessuna interpretazione al lettore: l’origine deve essere assolutamente indefinita. Assomiglia al Sé, ma non si deve identificarlo in questo modo: si sovrapporrebbero a quello che intendo delle associazioni illecite. Io sono partito dal presupposto che senza strutture non c’è realtà: e quindi, coerentemente con questa posizione, il Principio è assolutamente incondizionato. Tieni presente che la molteplicità è già una struttura, sia pure molto elementare: “più cose” è definibile solo se il Principio è già molteplice, quindi contiene una struttura. Un Principio condizionato che Principio è? Per esempio, la matematica contiene un principio relativo a tutto il resto della costruzione, quello di contraddizione; è un principio perché non c’è nulla, all’interno della Matematica, che lo pone e lo condiziona; un Principio come il cosiddetto Quid non rimanda a null’altro, e non ci sono altre cose “prima” delle strutture: c’è solo lui, anzi Lui, L’Essere prima di ogni forma.

Questo Quid rispecchia logicamente la Materia dei materialisti. Il problema è lo stesso: la materia, chi o cosa la organizza? Niente, se c’è solo la materia. Già, e il vuoto da dove viene? Non c’è, è pieno come un uovo. Già, ma allora come mai si distingue dal (resto della) Materia? Perché questa non è omogenea e indifferenziata? Chi o cosa organizza la Materia? Perché si differenzia? Se si differenzia secondo una regola, allora non c’è solo la Materia; questo allora è un Principio fasullo, c’è anche la Regola. Se si differenzia senza regole, allora la sua differenziazione deve cambiare di continuo e si genera un processo caotico; dunque non c’è la regola ma c’è il processo; perché quel particolare processo e non un altro, dato che un processo senza regole deve avvenire in infiniti modi?; dunque la Materia deve scegliere; sceglie in base a che cosa? non sceglie in base a un modello, perché allora c’è un modello oltre alla Materia; si inventa un modello, e perché se lo inventa in un modo e non in un altro? Dunque la Materia ci pensa su e sceglie a casaccio; ma ci deve essere allora un insieme di possibili scelte; allora la Materia si è inventata una serie di possibili scelte; perché quell’insieme di possibili scelte e non un altro? Bene, la Materia è astuta e si è inventata tutte le possibili scelte; dopo un enorme sforzo deve però fare la sua scelta; come fa la scelta? Non solo, un momento, che dico: quali possibili scelte? Se c’è una limitazione, questa è un secondo principio: la Materia si è inventata tutte le scelte perché non vuol spartire il suo regno con la Possibilità, ergo non c’è differenza tra possibile e impossibile: questa se la deve inventare poi; ma se la inventa, certe cose non le può fare come conseguenza di una limitazione, ma appunto la Materia è il Principio e tale resta se non si frega da sola: quindi non c’è limitazione, la Materia resta il Principio Unico, solo che deve fare la sua scelta nell’insieme di tutte le scelte che lei stessa s’è inventato. La Materia ci pensa su, e si accorge che non c’è una regola in base alla quale scegliere; ma scegliere deve, perché altrimenti non si organizza, e al posto della regola di scelta ci vuole un processo di scelta che segue esattamente lo stesso schema di prima: dunque la Materia non ce la fa ad autoorganizzarsi. Deve seguire una regola: può anche inventarsela, ma che la debba seguire è già una regola di per sé, e non c’è nessuno spazio logico tra essa e la sua regola.

2. La questione delle monadi. Commentando il punto 2 tu dici:

"non è poi così scontato, mi pare, che ciò che è anteriore alle strutture logico-matematiche debba essere identificato con una cosiddetta libertà assoluta, potrebbero esservi anche più cose dietro le strutture"

e quindi chiedi:

"ma sarebbero poi così caotiche e inconcepibili innumerevoli monadi ognuno col suo mondo?"

Non ci ho mai pensato seriamente. Dire che ogni monade ha il suo mondo vuol dire che il mondo veramente non c’è, a meno che le monadi non siano coordinate tra di loro. Chi o cosa le coordina? Il coordinamento sarebbe una struttura, ergo il Principio è matematico: ma il Quid non è matematico. Può diventarlo se vuole, ma un Quid matematico non si distingue dalla Matematica. Ho parlato di Quid per evitare che le strutture siano il fondamento di tutto: questa era già la prima ipotesi.

3. La terza ipotesi è in sostanza Hegel. Si differenzia dalla seconda, e questo rivela che era molto intelligente, perché non distingue Forma ed Essere, li fa coincidere. L’Essere è un farsi senza nessuna scelta: non c’è nessuna scelta da fare perché esso incorpora la propria regola, è la sua stessa regola. Il problema di qualsiasi cosmogonia è lo schema del mondo, che non è il mondo: bisogna creare il mondo insieme allo schema. Ma lo schema del mondo è solo uno degli schemi possibili, quello è lo scoglio. Nessun racconto cosmogonico riesce a essere consistente; non c’è niente da fare, se possibilità e realtà non coincidono. Ma perché coincidano la realtà deve essere necessaria, cioè non può essere diversa da quella che è. Ma allora l’Essere è una immensa Tautologia, e la dialettica è la forma di questa tautologia; solo che la dialettica non è consistente con la logica convenzionale. È un processo dinamico, non riesce a rappresentare ciò che c’è di costante nell’Universo, non riesce a produrre la Fisica (Hegel rifiutava Newton). Deve concepire il Reale come Storia, ma è impossibile ridurre la causalità del mondo fisico a storia.

4. Quando io dico:

"Non è forse vero che gli stati di coscienza sono stati psicofisici?"

tu osservi:

"Non sarei così sicuro che “tutti” gli stati di coscienza siano psicofisici; lo sono tutti gli stati che hanno relazione con il contesto psicofisico e pertanto la quasi totalità degli stati riconosciuti, in quanto si tende a riconoscere per accostamento e condivisione; è infatti il riconoscimento stesso che tende ad essere psicofisico. Tuttavia di talune sfumature od “orientazioni” che perdurano in qualsiasi stato d’animo o di talune “dilatazioni interiori” non ad altri comunicabili non direi che siano con certezza psicofisiche".

Sul fatto che gli stati di coscienza siano tutti fenomeni psicofisici, o siano solo fenomeni psicofisici, non saprei; non ho una idea certa in proposito. Ho l’impressione che chi si pone il problema ponga la soluzione prima di averla indagata, e comunque, come si fa a indagare se non si adotta un punto di vista? Ho messo una nota a questo proposito, perché la tua osservazione è una integrazione necessaria e chiarificatrice di quanto ho detto.

Importantissima è la tua domanda al punto 4) della Discussione delle quattro ipotesi. Quando io scrivo:

"La quarta sembra più facile: ma rende il problema definitivamente insolubile"

tu osservi:

“Se il problema fosse solvibile razionalmente, a che servirebbe vivere?"

Questa domanda è assolutamente centrale e carica di significato.

Dunque, io non sarei così tragico; in primis, perché un problema non riconosciuto non è tale; in secundis perché viene riconosciuto dai più, ma non si affronta direttamente la soluzione. Può essere che la vita di ciascuno sia orientata verso la ricerca di una soluzione che risolva la tensione, ma non verso la soluzione reale, se c’è. Come potrebbe benissimo essere che ci sia una soluzione estremamente banale, solo che il soggetto non vuole vederla o non può vederla.

Mettiamo ordine. Un problema non si pone da sé, di solito. Ci sono due questioni: il metodo e la soluzione. Non è detto che ci sia la soluzione. Oppure ci può essere la soluzione, ma il metodo non è quello corretto; oppure c’è la soluzione, ma nessun metodo permette di arrivarci. Ma bisogna anche vedere se c’è il problema. Quello che tu dici apre delle porte. Infatti è come dire: una soluzione razionale rende la vita senza senso e, a parte il significato esatto di razionale, questa potrebbe essere una chiave, che spalanca però una porta in una direzione poco piacevole. Ora, io sono del parere che la consistenza del soggetto cosciente, per qualche strano motivo che qui non interessa, sarebbe in gran parte compromessa se non vi fosse un “senso” non precisabile ulteriormente. Ovviamente è una impressione, ma se è così, la consistenza stessa del soggetto implica che esso non possa vedere la soluzione razionale o, anche se la vede, questa rimane allo stato di teorizzazione, cioè non modifica sostanzialmente il soggetto. Insomma, nulla vieta di pensare che lo stesso processo mentale crei delle costruzioni che impediscano la consapevolezza di una soluzione, se questa fosse distruttiva dello stesso processo mentale. O che esso impedisca a se stesso di lavorare verso una soluzione. Non solo, ma questo vale per qualsiasi soluzione che minacci l’integrità del soggetto.

Ma c’è un’altra questione che intriga ancora di più. I processi mentali pongono continuamente associazioni mentali che non sono finalizzate. Anzi, nessun costrutto mentale ha un fine. Il fine - la conservazione dell’individuo - è codificato nel genoma e in parte nella struttura fisica del sistema nervoso centrale; ma questo evolve plasticamente e la coscienza lo usa solo come sostrato: la sua struttura è larghissimamente indipendente dal fine originario. Cioè una parte enorme del lavoro mentale non ha nessun orientamento. Esso potrebbe benissimo porre una enorme quantità di associazioni che ipso facto sono problematiche. Nulla esclude che non ci sia proprio nessun problema: questo potrebbe essere originato dal processo mentale. Questo pone tutto il materiale e lo struttura, orientando la stessa personalità.

Non sono sicuro, ma ho osservato i processi mentali: emergono, se l’intenzione è quella di rivelarli, ma non si vedono se li si cerca esplicitamente. Il metodo è questo. Il soggetto è guidato dall’attenzione verso gli oggetti. Se guarda direttamente le proprie rappresentazioni, è ipnotizzato da queste e si muove tra i prodotti delle operazioni mentali. Perciò queste ultime gli sfuggono; potrebbe vederne i riflessi nelle catene associative tra le stesse rappresentazioni. Ne ricava qualcosa, come risultato di una autoesplorazione: per esempio, riconosce l’autocostruzione mentale (si opera sulle stesse operazioni e si procede ricorsivamente). Ma l’autoesplorazione è essa stessa una operazione, e attiva i processi che generano le rappresentazioni e le catene associative: quindi il suo risultato visibile è dello stesso genere, cioè è essa stessa rappresentazione, cioè la spiegazione dell’oggetto mentale x è ancora un oggetto dello stesso tipo di x. Questo dovrebbe fregare il soggetto, ma frega lo stesso processo mentale: le spiegazioni che il soggetto trova, tutte le spiegazioni basate sull’introspezione, sono solo prodotti del processo mentale, e questa stessa spiegazione è un prodotto. Conseguenze: il processo mentale ci fa credere che esplorandolo si trovino spiegazioni; il soggetto ci casca, e ciò alimenta il processo mentale, che attira il soggetto e diventa ipnotico; a questo punto, proprio perché le difese si abbassano, si presenta automaticamente la soluzione: ogni spiegazione introspettiva è in realtà una costruzione del processo mentale. Questo perde il suo potere ipnotico e appare quello che è, una autocostruzione, che opera sulle proprie stesse operazioni dopo averle rappresentate. Così l’ho visto. Dunque, se da questo non si esce, che valore hanno le spiegazioni ovvero le costruzioni che fornisce? E i problemi, non si risolvono, direi. Ma questo - se la tua osservazione è corretta - apre le porte: forse il processo mentale impedisce di trovare una soluzione perché inonda il soggetto di costruzioni, e la vita continua ad avere senso.

Ma anche questa è una costruzione mentale. Quindi…sembra che le strutture mentali siano costruite in modo tale, da impedire ogni esito. Il fatto è che il gioco mentale è ipnotico: non le rappresentazioni soltanto, anche il processo sintattico, come trapela attraverso le rappresentazioni. Anzi, lo è ancora di più: esso conduce il soggetto verso costruzioni che vengono interpretate come “problema” e come “soluzioni”.

Sia ben chiaro che io non credo affatto di aver trovato niente di speciale; ma mi si è presentata questa interpretazione, che è una teoria del processo mentale sul processo mentale.

Ho lasciato integralmente le tue considerazioni finali. Mi sembrano molto significative, e si ricollegano all’impressione di logica negativa che emerge dalle ultime parti del lavoro. Inoltre, allargano un po’ lo spazio mentale ed esperienziale: dalla logica non si esce, secondo me, ma evidentemente la logica non è tutto.

Cl.


21/7/2002

Clericus4 Parte Prima è partito, ed anche il "Dialogo semiserio di varia filosofia" è stato aggiornato (cambiando pure il titolo troppo restrittivo).

Ho pubblicato anche qualcosa che tu non volevi, spero non ti secchi, è che tutto sommato faceva gioco al discorso.
 
D.Ch.

22/7/2002

Carissimo Dario, non c'è termine al peggio, e devi abituarti. Bisognerebbe licenziare Clericus.
Comunque, vedi di orientarti in questa matassa. Penso che ti interesserà, e mi piacerebbe sapere se ti risulta che vi siano stati casi di persone che sono impazzite o rincretinite completamente o si sono ammazzate cercando di compiere qualche operazione teurgica o tantrica o qualcosa del genere. C'è un punto del testo che pone questo problema.

C'è qualche interpretazione nota dell' "applauso di una mano sola"? Voglio dire una spiegazione esauriente del simbolo.

 

Introduzione all’ultimo lavoro.

Se ti illudevi di rimanere tranquillo, ebbene sei servito. È giusto che tu lavori, visto che si tratta di analisi mentale [Logica ed esperienza ovvero Autoanalisi della mente].

Dato che l’argomento ti interessa, penso che questo ti potrà divertire, perché il suo svolgimento è curioso. Non dico che sia un granché, dico che è fuori dalle trattazioni consuete. Assomiglia molto vagamente a certi procedimenti di Wittgenstein, e può darsi che inconsapevolmente ne abbia riprodotti alcuni. Però lui partiva dal linguaggio, io dalle rappresentazioni.

Il panorama qui illustrato è vario e poliedrico. Non mi pare che ci sia nulla che assomigli alla parte metodologica. Sulla sua consistenza è lecito avere più di un dubbio, ma è comunque un processo mentale possibile. Si separa discorso e pensiero, e si scopre che quello può precedere questo, attraverso un senso evocato. Si chiarisce cos’è in realtà una teoria. Si asserisce che le parole pongono un senso quando non ce l’hanno, cioè il linguaggio attira le rappresentazioni, e queste determinano la visione del mondo. Si manifesta la simmetria, operazione nel contempo logica e illogica, che scinde gli sviluppi del processo mentale e crea i mondi (quelli che ci sono nella testa). Si asserisce che l’intelligenza non è la coscienza, ma è la asimmetria del processo logico. Non solo: compare il processo di chiarificazione, una entità mai evocata, che ristabilisce la asimmetria e con ciò ritrova il senso.

Di peggio: in questo scritto stravagante compaiono alcuni personaggi illustri, come Gesù, Buddha, Socrate nel ruolo di chiarificatori. Infatti hanno avuto un ruolo anche distruttivo, e in ciò consiste la chiarificazione. Che c’entra con la mente? Si deve capire che l’analisi mentale è una chiarificazione, perché cerca il senso di certe parole, ma una chiarificazione è anche una analisi mentale. Infatti una chiarificazione ricostruisce il modo di pensare, e anche una analisi mentale fa lo stesso. Questa relazione non è affatto evidente, e il lettore, se c’è, penserà che si va fuori tema. Così si deve rompere la testa per capire il senso, e scoprire che la stessa chiarificazione è oscura. Critica del comportamento e critica della mente sono la stessa cosa. Dunque ti aspetta un lavoro ingrato.

Non solo: compare, inaspettato, assolutamente imprevedibile, il Terrificante, e vi compare come sviluppo logico di una posizione logica, con una immagine terrificante, che deve fare un effetto terrificante, ammesso che il modo astruso con cui si procede non abbia già prodotto tutto ciò.

Si discute, ovviamente, della realtà e dell’illusione, e si individua la forma di questa; sulle cause, ho fatto un tentativo di analisi nell’appendice, dove, tanto per completare il quadro, compaiono la musica, il mantra e lo sciamano.

Ho messo qualcosa anche sulla visione del processo mentale, l’identità ipotetica del soggetto, dell’evento mentale, e della risposta. Non sono sicuro che avvenga realmente, perché ho l’impressione che la mente cerchi di impedirlo; ma se si tenta, si produce un evento al quale seguono delle risposte. Uno sviluppo è la scoperta del gioco mentale. Le risposte sono molto interessanti, mentre si gioca, ma questo va oltre il presente lavoro.

Se ci sono dubbi sui poteri della mente, bisogna leggersi la seconda parte. La varietà e la stravaganza delle soluzioni non è meno stupefacente delle mie elucubrazioni. Certe cose sono di per sé astruse, tipo il ragionamento di Penrose, e qui non credo si capisca granché, salvo il senso complessivo. Ma il problema è la valutazione della posizione di Searle. Il suo argomento sembra banale e se ne discute da quindici anni, perché nasconde un nodo difficile da chiarire. Non sono sicurissimo della mia interpretazione, e dovresti controllare bene se è così. Merita una analisi.

Il fatto è che (mi sembra) il suo esempio si può tradurre in una implicazione che è indimostrabile o evidente a seconda del significato della parola “intelligenza”: se “intelligenza”=”coscienza” regge, se “intelligenza”=”comportamento adeguato” cade. Cioè, è un mostro logico: una immagine che tradotta sintatticamente pone una implicazione vera o falsa in base alla semantica, cioè una cosa che non si dovrebbe fare; ma potrei sbagliarmi, perciò controlla bene.

Interessante, ben impostata metodologicamente, la posizione dei Churchland. La posizione di Fodor è meno assurda di quello che sembri, perché la mente opera in quel modo. E’ la parola algoritmo, che non serve. Gli algoritmi sono gli schemi fissi del processo mentale, non viceversa.

 

Postscriptum

Questo Nasruddin [Avevo spedito a Clericus alcuni aneddoti su Nasruddin tratti dal sito ora chiuso http://www.maxmat.it/ - D. Ch.] era un tipo interessante. Vale la pena dire due parole sul secondo paradosso, che viene inteso in senso semantico (perché implica una negazione della verità in senso assoluto).

I paradossi semantici hanno sempre intrigato, a partire da quello di Epimenide e varianti (“io mento”, sottinteso sempre), e sono pericolosi, perché o si pretende di dedurne l’indistinzione assoluta tra vero e falso, o si crede di dedurre l’incoerenza del discorso. Nessuna delle due interpretazioni deve essere sostenuta.

Anzitutto, la questione della verità. Potrebbe benissimo essere assoluta, anche se siamo in possesso di verità “relative”, cioè strumentali o provvisorie. L’errore sta nel credere che, proprio perché non siamo in possesso della verità assoluta, questa non ci sia. Se ciò fosse veramente creduto, non avrebbe senso fare nessuna ricerca, e la vita stessa sarebbe assai più disordinata di quello che è. Anzi, è proprio la sicurezza che c’è la verità assoluta che permette di riconoscere le verità relative, e ciò solo per il principio di contraddizione. L’errore semmai sta nell’identificare la verità assoluta in una particolare azione o legge o posizione: nessuna formulazione è la verità assoluta. Infatti la verità collega la formula con ciò che formula non è, in quanto è a prescindere da ogni formula. La verità è una relazione, in generale, a meno che non sia autoposta, come per esempio nel caso del principio di contraddizione, che è autovero. Se si nega il principio, la negazione è vera o no? Ogni affermazione sarebbe vera insieme alla sua negazione, dunque il principio di contraddizione sarebbe vero insieme alla sua negazione? La verità non avrebbe senso per niente: non ci sarebbe una qualche verità relativa, ci sarebbe una non-verità assoluta. Quindi qualche punto fermo c'è.

Il fatto è che i paradossi vanno benissimo contro i fanatici, che scambiano le loro fissazioni per la “verità”. Ma vengono utilizzati anche da venditori di fumo, i quali vogliono ad ogni costo che la “logica” abbia qualche limite, perché ci campano. La “realtà” deve essere fatta così e non cosà, a modo loro. Ma ci sono anche altri simpaticoni, i quali si illudono che le loro fantasie abbiano qualche consistenza, e per potersi illudere devono pensare che tutte le verità siano al loro livello. Questi ultimi poi danno da mangiare ai primi, perché il loro stesso “processo mentale” gli fa credere l’incredibile, e non credere il credibile. Il fatto è che trovare il giusto mezzo tra il fanatismo e il relativismo non è così semplice. Quest’ultimo genera il primo, e viceversa.

Cl.


30/7/2002

Visto che stai per andare in vacanza, ho pensato di inviarti ancora questo [Colloquio tra il soggetto e la mente].
Molto di quello che c'è corrisponde apparentemente a giochi di parole, ma credo vi sia qualcosa che ti possa interessare, per esempio qualche punto di vista che non ti si era presentato in questa forma.

Dopo di questo, credo che smetterò di scrivere per un bel pezzo. Debbo riformularmi.

Cl.

   

 

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