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Sommario del sito

    

Dario Chioli

ISIDE E GIANO

Poesie dei ventun anni

    

   
Sommario
1977

Il pesce luna

Come chi non ha guida

 

L’eremo

Divina Genodis Vargas Guzmán mai conosciuta

La bocca del leone

Una canzone d’addio

L’enigma di Gordio

Così forte che il mondo s’inchina

Quando diverrà silenzioso

Come per i campi la lepre

Sento dire che vi lascerò

Gli uccelli

Il Tempio del Lago

I Savi e i Scempi

Contesa d’amore

Ecate Trivia

Il narciso stremato

A me stesso

Iside e Giano

La fiamma dalla pietra

 

Il Leviathàn di Uruk

Inni al Sole

1978

Con candide mani

Specchio infranto

 

Occhi del deserto

La via di là dal mondo

La fuga dai lumi

La Valle dei Sogni

Le strade della notte

In questa muta vergine chiarezza

Fuga dalla terra

Non affrettarti a vivere

 
 
 
 

La bocca del leone

Contro la sfera azzurra del male
e gli ampi crateri scavati dall’ignoranza,
il fiume rosso del vivere
sgorga di bocca a un leone
cui sono fiori nel cuore,
che ha fauci
più tenui del vento d’aprile.

14.III.1977

   

   

L’enigma di Gordio

Chi infranse l’enigma di Gordio
si volse e non seppe nel cielo vedere
la brevità del vivere, la lancia spezzata,
e il suo cuore strappato, non sciolto.

10.IV.1977

   

   

Come per i campi la lepre

Talvolta accade che un uomo si unisca
a un veloce sogno che fugge
come per i campi la lepre,
e il cacciatore non sa
che mai più la prenderà perché,
fatta scaltra dal vivere,
nei sentieri della vita
sotterranei rimase il suo cuore.

11.IV.1977

   

   

Il Tempio del Lago

Il tempio della solitudine
in cui mi recai giovane,
faceva buio,
e mi parve di vedere oltre la siepe
un volo denso
che oscurava il cielo.
 

Come d’un calice rosso grondante
bevvi nel fondo
le voragini e l’abisso,
e tempestosa innocenza mi sembrò vedere
cadere dentro i gorghi d’un lago.

18.IV.1977

   

   

Ecate Trivia

Quando, Dea, l’accetta verde ti fiorirà di vita
e i tuoi capelli di serpi sciolte vagheranno nel lago
e pervaderanno il cosmo dei miei sogni notturni,
quando il cielo inquieto si vuoterà di Diana
e ai trivi Ecate di nuovo ululerà,
ricorderò la via e m’incamminerò
senz’attesa né dubbio per il ripido pendio
onde dissolva la mia luce l’ombra
della tua effigie.

18.IV.1977

   

   

Iside e Giano

Su di una soglia inquieto me ne stavo
e mi chiedevo che di me mai fosse;
per lunghi mesi stetti e mi chiedevo
che fosse gelo e cosa fosse fuoco.
 
Bruciavo infatti nell’inverno tardo
senza poter porre riparo al freddo;
i mille climi in me si sovrastavano
né maggior pace potevo immaginare.
 
Dentro la lotta, nel ventre terreno,
Iside madre guidava il nostro vivere,
mentre i miei occhi attoniti guardavano
del doppio Giano le porte sui mondi.
 
Così le stelle spesso si travolsero;
correndo, vidi, si diedero la morte;
così si spensero tempo dopo tempo
alef e tau, mille princìpi e fini.
 
Diedi alla vita allora la sembianza
d’una gentile amica. Il verdebruno
bosco abitava, dove la tristezza
preda muta diviene di bellezza.
 
Però è il suo volto che d’incanto appare
tanto confuso in volti di miraggio
che sol lo vede chi segue la Dea
liberamente nella notte fonda.

18.IV.1977

   

   

Il Leviathàn di Uruk

Cospirazioni di dèmoni nell’ombra,
serpentine come il Leviathàn di Uruk,
son la corale corposa ebrietudine che sfonda
le parole velate del vivere, nubi di fumo
e volute d’incenso negli antri d’oblio del naufrago.
Voga talora il marinaro fantasma nelle reti di nebbia del nord,
tra le Færøer scagliate, gridando ai silenzi immensi la sete,
e non beve, non beve che acqua di sale.
Va, povero Ulisse, al tuo povero salario di migrazioni,
va, scandaglia i fondi, cammina fino all’origine.
Irrompono Aurora e Crepuscolo,
Orgia e Tenebra danzano,
la strada percorri e rinnovi
lo stellare malvivere. Infine
tutto termina e posi
là nel mare profondo.

12.V.1977

   

   

Con candide mani

Certo io ho forza di gettarmi nel fuoco,
certo tu hai forza di gettarti nel fuoco;
ma chi altri afferrerà questa forza con candide mani
senza impaurire della sua natura?

Così cammina chi sa come un bimbo in fasce
e non risana nessuno perché ha timore
che il suo medesimo vento spenga il lume.

Così va l’eremita lontano dagli uomini
e li percuote con la sua astensione,
perché sa nel suo abbandono tenace
quanto belli sian la vita e il fuoco.

Perciò cammina e non guardarti indietro
perché nessuno ti segue che non voglia
essere spento nel vento del tuo cuore.

16.V.1977

   

   

Occhi del deserto

Distruggi, distruggi e ancora distruggi
se puoi distruggere, e se non puoi astieniti
e sii vigliacco. Così parla chi vede
e ben sa che il dolore non si spende
per pochi applausi e finzioni di gloria.
 
Accogli, accogli e ancora accogli
se puoi accogliere, e se non puoi astieniti
e caccia via. Così parla chi vede
e sa esser la donna e l’uomo fuoco
per chi s’addentra nel viaggiare eterno,
ché nel vortice dei vivi stretto e bruciante
nessuno ti si appressa, nessuno ti conduce
se non colui che ha gli occhi bruciati dal deserto.
 
Mille esseri vengono, che ti danno fiori,
ma hai tu posto orecchio alla voce dei fiori?
Staccati dalla vita, strappati dalle radici,
recano su di te cumuli di morte.
Essi ti conducono ai loro orizzonti di nebbia,
essi ti parlano con voci melodiose,
essi carezzano il tuo corpo e la tua anima,
ma il lacerante abisso di chi è morto per sempre
perché non vedi? perché hanno distrutto
l’immagine vera di chi seguì le sirene?
 
Guarda dunque negli occhi la Medusa,
e più la guardi più ti s’impietra il cuore,
e ecco i capelli ti si rizzano sul capo,
ecco la morte t’esplode nel petto,
ecco Chimere ti fissano negli occhi,
ecco si sfanno come lacerate ferite,
ecco le parole tue come un diadema
coronano il mondo che s’infrange in basso.
 
Ecco il timore s’è fatto violenza
e la violenza ha dispietrato il cuore,
ecco si offusca ed arde la Medusa
e sulla sabbia riarsa si discioglie,
ecco tu guardi, forte del tuo nome,
dentro il suo cuore. E più non esiste,
e si spalanca agli occhi una visione
di lancinante sangue che si sfascia.

Così ritorni alla vita ed al silenzio,
e un uomo incontro ti corre, ch’era morto,
e un uomo incontro ti corre, ch’era vivo,
e ti sovrastano e vanno orribilmente
a rovinare nella tua ironia.
E guardi intorno e più non vedi fuoco,
e guardi intorno e più non senti vento,
e guardi intorno e più non dici verbo:
la santa Notte infine ti sovrasta.

16.V.1977

   

   

La Valle dei Sogni

Venne il Sogno mascherato alla Valle dei Sogni.
Lo videro che aveva in fronte una stella,
ma i Sogni non possiedono stelle.
 
Gli dissero: Perché vieni a noi mascherato?
Getta nel mondo la tua menzogna,
cala negli abissi del vivere la tua stella.
 
E si tolse allora il Sogno la sua maschera
ma non ci fu attorno a lui che profondo
attonito silenzio. La vetta lontana
gli sorrise smaniosa, e il cammino
gli si schiuse dinanzi. E fu così
che nella Valle dei Sogni fu perduto un Sogno,
ma nessuno si ricordò il suo esistere.

23.V.1977

   

   

Fuga dalla terra

Le mille porte della realtà
stavano dischiuse sui placidi orizzonti.
Con quale fretta i pochi naufraghi scampati al massacro
attraversavano colmi di pianto la soglia.
Attingevano la pace con occhi beati,
per lunghi secoli avendo sospirato.

E giunse uno che non aveva stirpe;
né padre né madre aveva, né compagni.
Guardava le mille porte sui placidi orizzonti,
e vi si sporse a indagare e subito
ritrasse gli occhi e fuggì. Fece ritorno,
né più conobbe fuga dalla terra.

23.V.1977

   

   

Il pesce luna

Il pesce tenebra non vedi se non vai
fin dove si spezza il timpano, fin dove
il tuo corpo s’infrange, né tu vedi
il pesce luna immergersi nel mare
della morte se non vuoi penetrare
nel reame del buio e del silenzio.

5.VI.1977

   

   

L’eremo

In eremo chiuso
sepolto, se anche
nel mondo all’aperto
il volto mostrerò,
pure, nel fondo
più fondo del mare,
per anni e anni
mi chiuderò.

5.VI.1977

   

   

Una canzone d’addio

Canto con te una canzone d’addio,
una canzone con parole non belle, forse non chiare,
una canzone della stanchezza di chi ha corso a lungo,
di chi ha veduto la menzogna prevalere sull’innocenza,
di chi ha scordato il senso della parola amore.
 
Canto con te una canzone d’addio al linguaggio dei sapienti,
perché ecco, quest’oggi voglio parlare con parole d’ogni giorno,
la mia voce sarà la voce dei treni che portano maree d’uomini,
la voce delle oppressioni, della gente impedita a vivere.

Canto con te il grande rifiuto del mondo,
il rifiuto di chi ha guardato ed ha visto come nulla
di ciò che vale sia rimasto accanto a noi.
 
Solo io e te siamo rimasti, con le nostre mani di oro tradito,
coi nostri cuori sprofondati mille volte in pozzi neri,
coi nostri volti e baci segnati da mille indifferenze,
le nostre maschere di tristi carnevali per scordare gli spettri.

Non lasciamoci fino a che non sorgerà in cielo una luna diversa,
fino a che i neri fantasmi non saranno colati a picco
nel grande oceano nato dai nostri desideri.

Non lasciamoci fino a che non bruceranno dei loro inganni
le signorie dei roghi nascosti, fino a che
le figlie del sole non danzeranno sulle rive di un mondo nuovo.

Non lasciamoci mai.

11.VI.1977

   

   

Così forte che il mondo s’inchina

Colui che si guida alla lotta
non sarà spezzato.
Chi, affrontando un nemico con coraggio,
non troverà un alleato?

Colui che non fugge dal campo
ma fermo rimane,
forte è il suo cuore, così forte
che il mondo s’inchina.

12.VI.1977

   

   

Sento dire che vi lascerò

Ma perché fuggite lontano, amici miei, da me, perché?
Sento dire che per mille anni vi lascerò,
eppure no, eppure non vorrei lasciarvi.
Sento che andrò in cerca dei reami lontani,
ma come, senza di voi, sì, come?
Amici miei, se le stelle nelle mani potessi avere,
ve le donerei, ma non ho che il mio destino.
Perché non ci uniamo in un unico grande uomo
e non corriamo assieme verso la meta infinita?
Sento che mi toccherà lasciarvi,
perché lasciato m’avete, e non vorrei.
Potessimo bere al fiume della dimenticanza,
dimenticare tutti i nostri deliri
e assieme, verso una terra più libera,
senza più solitudine e orgoglio incamminarci.
Eppure sento dire dagli sbandieratori del vero
che per certo vi lascerò, amici miei, forse per sempre.

15.VI.1977

   

   

I Savi e i Scempi

I Savi e i Scempi vennero alla guerra,
e il povero poeta fu nel mezzo.
O stupido poeta! - disse il Scempio -
che troppo intrattenesti le tue nuvole!
O fesso d’un poeta! - fece il Savio -
che dal mondo reale rifuggisti!
Così compresi di vari sentimenti
i Savi e i Scempi vennero più accosto,
ed ecco presto fucili ed armi varie
sulla capoccia poetica puntarono.
Guardò l’Olimpo e l’Ade il bel bersaglio,
si chinò in terra e li lasciò sparare.
Ma nella foga un po’ troppo si spararono
i Savi e i Scempi, nessuno ne restò.
Da quel momento non vi fu seguace
più sulla terra, né maestro alcuno:
li seppelliva l’odio, seppelliva
le loro voci bugiarde, e nessun uomo
tessé l’elogio dei morti. Solamente
sonava il canto melodioso e lieto
di colui che era stato fermo in mezzo
senza paura e senza desiderio.

17.VI.1977

   

   

Il narciso stremato

Quando per giorni e giorni avrai camminato,
stanco, sotto il sole ardente,
quando volti di amici e amanti avrai cercato,
inutilmente, per anni innumerevoli,
quando tanto oltraggio avrai sofferto dal vivere
che il dolore ti parrà persino giustizia,
quando per i viali avrai passato la tua giovinezza,
girovago in cerca di sogni inavverabili,
quando così a lungo avrai cercato
segreti che nessuno potrà svelarti,
quando sarai passato per i fuochi di mille dubbi
laceranti fin giù nella vasta cavità del cuore,
quando sarai giunto alla completa stanchezza,
stremato dal mondo della follia,
e da oltre i monti lontani avrai saputo tuttavia
ricondurre nell’estremo viaggio un otre di Pandora,
uno scopo che servirà altri tempi,
quando avrai percorso infinite strade nel buio,
su orli di abissi cercando il calice di un fiore più lieve,
circondato da mille primavere,
all’apogeo del tuo regno difficile,
suoneranno i flauti notturni e ti potrai fregiare
col narciso stremato dei poeti.

17.VI.1977

   

   

La fiamma dalla pietra

T’appressi nudo al cammino del fuoco:
guardati indietro, che tu non sia perduto.
T’appressi nudo al cammino del fuoco:
bada ai tuoi passi, sul terreno spinoso.
In faccia a te, se vuoi entrare, è il vuoto,
e la paura ti aspetta, e non c’è pace,
se ora ti inoltri, in nessun luogo mai,
solo spavento, il cammino del fuoco
che non illumina, che distrugge l’amore.
Nei sette veli velata Iside guarda
e non è che un terrore, una Gorgone
che t’impietra il sentire: non c’è vento
per rinfrescare il tuo cuore, non c’è pace,
è questo soprattutto, non c’è pace.
Ade ti guarda, Persefone ti guarda,
Vàruna il mago ti guarda, Mara, Atlante
condannato alla vita ti guardano, t’irridono,
Mitra il glorioso ti spezza con la spada,
la luce di Oromasdo è una tenebra che corrode,
Arimàne ha aperto piane strade lucenti.
Suvvia, nudo bambino, sulle strade di Arimàne
affrettati e va, se ti vuoi salvare.
Zeus è folgore che brucia, Giano è una fonte
di veleno, e giammai, no, non c’è pace.
Geb e Nut ti schiacciano nel loro amplesso di fuoco,
Set ti veste di Osiride e ti uccide
mille volte, e mille volte Orfeo
sei fatto a pezzi, lacerato in brani
dalle Mènadi pazze. Diòniso, tu bruci
nell’abbraccio di morte, od anche in croce
sei inchiodato come un assassino.
Krishna per te è un’idra, ha mille teste,
Rama ti abbatte in un mucchio senza storia,
Arjuna tu ti sognavi e non sei altro
che un porco irriso da Circe in antri oscuri.
Né sei Thor né risiedi nel Walhalla
né Valchirie ti guidano il cammino,
né hai un sogno, un’idea, Eros, la Madre
o qualcun altro, no, non hai nessuno.
Guarda, bambino nudo che cammini,
guardati indietro, più oltre non andare.
Non puoi oltrepassare i mondi della morte
né le barriere della follia,
né i turbini d’Averno;
non è per te la Terra dei Beati,
e Saturno ti guarda con disprezzo.
Vattene via da questa strada lunga;
chi sei tu per conoscere la strada?
Non c’è posto vicino a Milarepa
e la mano del Buddha non conosci,
il convivio di Shankara è invisibile
e la terra di Amon non risuona.
Canta El Shaddài per i guerrieri suoi,
Giosuè il sole dirige, ma tu cadi
nella fossa di fuoco coi ribelli
abbattuti dal grande Guidatore.
Mosè non ti ha guardato, il fulmine ha invocato
e la tua carne terrestre ha bruciato.
Chi sei tu per guidarti nel conflitto
tra Yin la terra e il cielo Yang stridenti
o nell'etereo spazio della Kundalìni
o nel mare tremendo di Nettuno?
Va, che la Madre del cielo non ti salva,
Amaterasu t’ignora, non c’è verso
di salire i gradini con Ermete.
Vattene via, idiota senza senno,
dovrai competere con le Erinni senza cuore,
con le Furie, le Parche, con il Caos.
Vuoi tu salire alle regioni di Manu
o con Ghilgamesh condurti alla vita?
Cader nel vuoto è la tua sorte certa,
lacerato come i Titani, in balia di Hypnos.
Quetzalcoatl non sei, non hai speranza:
gli dèi si persero e tu non ti vuoi perdere?
Sulle scogliere di qualche Sirena
al primo incontro certo crollerai.
Hai raggiunto tu il Dao, l’Innominabile,
la pazzia ragionevole del Chan
o la via di Confucio, o quel cammino
ch’era del vecchio Lao, e di Zhuangzi?
Vattene via, idiota, e non parlare
della luce di questa strada a alcuno,
ché non venga a ammazzarsi qualche stolto.
Al massimo puoi andartene ad un sabba
a chiamare Astarotte o un principe minore
e comprarti il piacere, prezzo della tua vita.
Fors’anche potrai trovare un Mefisto
meno seccante dei demòni coi piedi di porco,
un elegante interprete dell’età moderna,
un fautore del progresso e della pace
cerebrotecnica pronta per ognuno.
Non aspirare al volto di Horus,
né tanto meno a fonderti con lui,
o per un cammino di fuoco senza fine
per mille secoli ti toccherà andare.
Se poi discorsi non vuoi ascoltare,
i Guardiani della soglia dovrai ingannare.

23.VIII.1977

   

   

Inni al Sole

I.

Amaterasu, dea del Sole,
non della tua stirpe io sono,
non sono il Tennò.
Io sono il Sole,
Amaterasu io sono.
 

II.

Horus, nelle erte rupi del passato
quasi disperso, pure inali luce.
Horus, non sono un tuo figlio,
né un tuo discendente, un seguace.
Horus, io sono il tuo lume.

III.

Credi tu forse, o fervido Mitra,
credi tu ch’io ti veneri, ch’io
sacrifichi al fuoco tuo?
O Mitra, a me stesso tu stesso
inni alzi sull’ara.

26.VIII.1977

   

   

Specchio infranto

Osservo i bambini giocare.
Il cuore è una rete d’amarezza.
Chi è che opprime il canto, ché non esca?
Specchio infranto, e fuoco che l’include.

26.VIII.1977

   

   

La via di là dal mondo

Oltre le porte del mare della vita,
di là dalla terra del serpe che si erge
con le sue spire di caparbia illusione,
sporto di là, sull’orlo, io guardo.

Io guardo e nessuno mi conduce,
io guardo e nessuno mi è asservito,
io guardo dalla mia lancia ferito,
dal fuoco della libertà colpito.

O Astarte che guidasti la terra
nel suo cammino di fertili sottosuoli,
contro di te lo stendardo del Sole
crea desertiche lontananze.

O Mitra conducente di eroi temprati,
su di te si riversa l’oblio del tempo
e contro di te invocano i Tori
maledizioni di sangue e di languore.

Io mi stendo su la destra e la sinistra,
io mi riverso nell’acqua e sui cespugli,
io mi ricolmo di stelle e d’argilla,
io mi congiungo alla notte ed al giorno.

Facile strada tra aspri cammini
spesso invocata con cuore bruciante
ora, più freddo che stele di marmo,
trovo che incrocia la strada in pianura.

Io vado innanzi, non posso seguire
ciò che altre volte ho cercato e non ebbi;
non ha più senso per me sulla terra,
agli sciacalli nutrirsi dei morti.

Viaggio là dove nessuno mi guarda;
appena gli occhi levare vorranno
già assai più lungi di essi sarò
e oltre il confine disparirò.

Non c’è nel mondo sottile sfortuna
per chi la Luna può ancora guardare
coi sensi antichi di età già scordate
quando le fate potevi osservare.

Ma non mi credere un uomo perduto
alla ragione, al sogno venduto;
non ho illusioni da darti ma credo
a ciò soltanto che sento o che vedo.

Di là dal mondo oscura regione
da lungo tempo s’è ormai celata;
s’io abbia preso la via che ho sperata
non lo sappiamo né tu né io.

8.IX.1977

   

   

Le strade della notte
 

Il sonno s’avvicina:
non ne conosco il mistero,
non so le strade che conducono
al paese della notte.
Chissà che là il tempo non sia
più lungo assai che in questa nostra sfera.
 

Cent’anni ho dormito,
cent’anni ho sognato,
e per un breve giorno mi sono svegliato.
Presto tornerò al mio chiaro riposo
e resterò nella sede del tempo dove i giorni
scendono lentamente e ti ricoprono
d’una coltre infinita
d’indisturbata pace.

20.IX.1977

   

   

Non affrettarti a vivere

Non affrettarti a vivere
e non affrettarti a morire:
chi con calma discerne la luce dei giorni
campa cent’anni e poi s’incammina.

Va per la strada del suo ultimo viaggio
come un bambino che insegua le ore;
percorre il cielo e percorre la notte
con dentro il cuore un canto di gioia.

E su di lui non può nulla il male,
e sopra il ponte passa, e non s’accorge,
e all’altra sponda dell’abisso passa,
e non s’accorge.

20.IX.1977

   

   

Come chi non ha guida

Così mi conduci, angelo,
come chi non ha guida
e lo conduce il vento e la parola
infinita del sole.
Guardo intorno
e indifferentemente tutto
è bellezza o sfacelo.
Solo importa
se alla fine del giorno levo gli occhi
nel rito antico di guardare il cielo.

20.IX.1977

   

   

Divina Genodis Vargas Guzmán mai conosciuta

Ho sognato che a Santo Domingo
dolce ragazza mi stava a aspettare,
dalle dolci catene del cuore
tutta avvinta, il mio volto a sperare.

Sulla strada di un duro riscatto
dalla vita, mi volto a guardare,
della nostra difficile età
una fine lontano a cercare.

E mi viene di Santo Domingo
un radioso sogno leggero
di ragazza seduta in veranda
il suo amore lontano a pensare.

4.X.1977

   

   

Quando diverrà silenzioso

Quando il mio cammino diverrà silenzioso
e i miei passi si chiuderanno
in un silenzio di cristallo,
donerai tu forse, Immagine di Dio,
la parola che conduce alla meta?

16.X.1977

   

   

Gli uccelli

Ad Aurora

 

Nelle tue mani il tempo
è come una piuma
giù dal cielo discesa,
che vi torna.

Torna e vola nel cielo
quasi fosse un ricordo
dell’uccello perduto
verso mari lontani.

Spesso afferro la piuma
che qualcuno ha perduto;
mentre scende la fermo
e la stringo sul cuore.

Quel che in terra cade
non è che polvere,
tutto ciò che volava
non è mai dissolto.

Volgo tra le mie dita
un ricordo gentile
di quel dolce toccare
ali senza più terra.

È volato l’uccello
verso terre lontane;
ben più lontano è andata
la sua piuma perduta.

Così tra le tue mani
scorre vivo il passato
di ali e uccelli perduti,
dissoltisi nel vento.

Così guardo i tuoi occhi
e mi par più lontana
l’inevitabile schiuma
del nostro tramonto.

Così guardo il tuo volto
che talora sorride
e mi sembra che un arco
miri verso l’abisso.

Un abisso ho toccato
e subito s’è infranto,
dalle nebbie gelose
subito fu velato.

Pure squarci rimangono
senza velame alcuno,
se seguiamo le strade
percorse dal vento.

Molti da sempre caddero
dove tacciono le onde;
quivi si disfecero,
divennero statue.

Tra le tue mani, sabbia,
scorre in eternità
tutto ciò che traduce
la morte in vita.

Tu lo lasci andar via
come chi è troppo ricco
per inseguire la piuma
di chi s’allontana.

Ti accarezzo le mani,
i piedi ti accarezzo,
e non scorre più il tempo
né si sperde la sabbia.

Tra le tue mani un pensiero
mentre la voce muore
vive e rinasce
in tempi senza confine.

Dentro l’illimitato
ho scordato il mio essere,
raccogliendo in mare
dolci conchiglie d’oro.

Chi è passato tra noi
non si è mai fermato,
perché andava lontano
verso una fine oscura.

Dentro il mio cuore scorre
a lungo, molto a lungo,
come da una clessidra,
una vivida sabbia.

Vivida come il cielo
che risiede di là dal sogno,
vivida come il cammino
di chi insegue gli dèi.

Spesso verso la morte
veloci corridori,
da se stessi ammaliati
inseguono illusioni.

Ma illudersi non è
questo dipingere il cuore
con gli splendenti colori
dell’universo.

Così tra le mie mani
i tuoi piedi accarezzo
e dolcemente immergo
nel sogno la vita.

Tu che trascorri lenta
come se fossi sabbia
tra di me fatto vento
e il vento che tace.

19.X.1977
 

   

   

Contesa d’amore

“Vorrei con voi, Madonna, aver contesa
aspra sì che la terra stessa spaia,
come è in colui che con la lancia tesa
si contrappone al mondo che l’annoia”.

“Messere, tal contesa è bella cosa,
e ben più bella quando dolce sia,
sicché, Messer, vi prego in cortesia
che troppo fondo non colpiate il cuore”.

“Quale servaggio inutile le ore
lasceremo da parte combattendo
io contro voi a braccia a mani a mento
finché il mattino ci troverà stanchi.

Allora, avvoltolati in stessi manti,
giungeremo le menti con le stelle
a cantar delle mille cose belle
che van nel cielo senza alcuna fine”.

“Sire, così sarà il nostro volere
appagato da Dio, dal mondo tutto,
e quel che in noi rimase in fondo brutto
bruceranno d’Amor sognanti schiere.

Poi volgeremo gli occhi a fronte a fronte
a carezzarci l’anima ed il corpo
e poseremo là in quei mondi donde
si leva il Sole, e dove si nasconde”.

26.X.1977

   

   

A me stesso

A me stesso meditando sulla morte
poche parole dedico, favole
una volta esposte fuor dal nostro cuore
al vento freddo del mondo.

25.XII.1977

   

   

La fuga dai lumi

Verso il tramonto, al nascere di luna
volgo i miei passi, vagando per la costa.
Tutti i battelli si sono assiepati
nel riparo dell’onda che li batte,
e più feroce è il gorgo più gli riesce
di nascondere il cielo. Così l’uomo
guarda in basso con cura, per paura
di vedere nell’aria Dei lucenti,
dissolventi di quel che egli fissò.
 

Chi, volgendo lo sguardo nell’abisso,
mai sentì trar se stesso e, lancinato,
la Gorgone che impietra il brulicante
vivere verminoso dei dispersi
mai udì, timoroso d’esser visto?
 
Meglio è certo disperdersi nell’acqua
come i giri che muoiono nel mare
quando alcunché sulla sua schiuma posa,
trascinato dal vento delle rive.

4.I.1978

   

   

In questa muta vergine chiarezza

Ogni attimo perso è dare a sé
un’immagine ancora e la feroce
ossessione dei volti incrementare.
Mille voci che nascono al di dentro
dal di fuori ritornano esternate
come vive creature, vivi dèmoni
a ricordare noia e derisione.
Così dei nostri istanti la passione
si allontana per sempre, ed il sostare
in questa muta vergine chiarezza
fosse anche un’ora non sarebbe poco.

4.I.1978

   

    

   

 

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