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Dario Chioli

LA STRADA PER IL PAESE DI NESSUNO

Poesie dai ventisei ai ventisette anni

 
 
Sommario
1982 Dentro gli sguardi che s’incrociano I figli del sole
  La scala di Giacobbe Sedotto dalla donna Sole
Uomini da niente Il fulmine La Terra segreta
Favola Tra centomila Una luce di folgore bianca
Le gemme ignorate Il destino La rosa delle rovine
  La farfalla Mille cuori
1983 Genii della notte e del sogno Sotto il velo incongruo
  La ruota del tempo Donna aurora
I viandanti del mattino La strada per il paese di nessuno  
Il mio segreto I bambini splendenti  
 
   
 

Uomini da niente
 

Esseri persi, ed esseri già arresi,
con noi venite fuor di queste celle.
Chiamo, seppur non veda altri paesi
chi non sia spinto da sue stesse stelle.

Freddi, sentite, sono terra e cielo,
e ciò che muta è figlio al freddo vento.
Ma nella stanza umana, udite, il gelo
è mezzo a conseguir segreto intento.

Pur voi restate, uomini da niente,
quasi a smentir nostre parole vere,
come colui che, sordo, niente sente.

Ma come quello che non può temere,
socio alle stelle e a ciò che non mente,
vedremo in voi quel che sdegnate avere.

21.VII.1982

   

   

Favola

Cuore, Mente e Sogno
ebbero un giorno bisogno
di dire una parola,
che ancora oggi vola.
In quel tempo nessuno sapeva
quel che l’uomo temeva,
ciò che gli doleva
o piaceva.
Erano gli uomini tutti,
belli e brutti,
liberi d’ogni malia,
privi di fantasia.
Ma il Sonatore celeste
voleva cantare una storia
e nessuno ne aveva memoria.
Ma il Danzatore celeste
voleva ballare una giga o un rondò,
e non si sapeva niente di ciò.
La noia allor prese gli Dei,
e vollero in terra gettare
il peso, la carne e la morte
per potere danzare e cantare la sorte.
E caddero allora per anni
in impareggiabile viaggio,
sognando sognando l’assaggio
di ciò che sarebbe poi stato.
E vollero allora svegliarsi al passato
e dormendo fuggire il destino segnato,
ma più non avevano carne, né fiato,
né peso, né morte, e la vita,
ahimè essa era fuggita
a sposare la morte,
sorella sua in sorte.
Per questo da molto essi dormono
e il canto, la danza e la vita
son sogni da loro inventati,
e vissuti e sognati
da noi che viviamo qui in terra
soffrendo e godendo in questa guerra.
Così gli uomini tutti,
sian belli o sian brutti,
son ricchi di fantasia,
ma in preda a malia.
Pure, un sogno divino s’è inventato,
e così qualche dio s’è risvegliato.
Ancora un po’ di tempo passerà
e allora il sogno tornerà realtà.
E quei che invero credettero vegliare
saran veduti immersi nel sognare.
E quei che vollero vivere e morire
non sapranno se non dormire.
Quello solo che suonerà e canterà,
sarà lui il signore della realtà.

21.VII.1982

   

   

Le gemme ignorate

Gemme splendenti rimangono ignorate,
invendute, sprezzate sul banco dell’orefice.
Hanno il colore per occhi che non si trovano.
Il popolo passa, dice Non è per me,
più non ne parla, il popolo dimentica
nel suo cercare similoro e cerchi di latta.
Le gemme splendenti solitarie perdurano,
non le distrugge l’oblio né la morte dei perduti
può portarle fuor dell’istante sacro
degli occhi che gettano luce.
 

Fu così che un giorno chi troppo vide
gettò sulla terra le pietre preziose delle sue visioni,
e fu fondato un mondo,
e cedette all’abisso il pensiero,
fuor della fredda mano del tempo.
 

O trionfo!
Un ventaglio tutt’attorno gettato dal sole!
Un alone stracciato la mia anima!
Uno sguardo ha gridato luce!
Smeraldo del vento.
 

Acque della memoria su vaste rive
posarono conchiglie, perle di dolore,
vasi di conoscenza effimera,
strappando terra presso i fondali oscuri
ove nascono le pietre di visione.
 

Vacilla il caos:
preso tra il suo ventre e la mano del sogno
vivo una strana orgia e sprofondo nel sonno
perché qualcosa infine possa nascere
nei paesi senza spettatori del mio essere.
 

O Teatro del mondo!
Un singolare autore celò il suo estro
fin nel luogo d’ombra dietro la scena.
Dietro il Pilastro d’Oro un magico Pifferaio
incanta le stelle dell’ombra
e invoca verso la luce
le meraviglie della notte.
 

O Teatro deserto!
Dove son fuggiti gli illusi del second’ordine?
Fuggiti una volta,
la seconda presi per timore e abitudine,
ciò che un dì li salvò li ha ora perduti.
 

O Teatro deserto!
Ricòlmati dei miei pensieri
e apri le porte d’acciaio,
ch’io rida dei tuoi segreti di variopinta cotonina.
 

Tanto rumore per nulla,
tanto vento per un’esile fiamma.
Non valeva proprio la pena correr tanto,
non fosse che in tal modo potemmo ridere,
sorbendo il nostro oro liquido in mezzo alla folla,
l’ultima eterna risata, la gemma senza pari
sprezzata, invenduta, calda ironia dei solitari
sul banco ingannevole dell’orefice.

21.XII.1982

   

   

I viandanti del mattino

Ho veduto il vento luminoso dei viandanti del mattino
congiungersi amoroso con l’ombra della luna
in una radice d’albero sacro.

Strati di bianco oblio
furon tessuti poi di sopra al fuoco;
ma l’abisso dell’Occhio è senza fine.

21.I.1983

   

   

Il mio segreto

Un bimbo mi vide, congiunse
i suoi occhi ai miei occhi
e ricercava, avido,
il mio segreto.

21.I.1983

   

   

Dentro gli sguardi che s’incrociano

Per ogni attore mille spettatori,
che sempre sognano d’essere ammirati.
Dentro gli sguardi ciechi che s’incrociano,
il mio segreto, vago, non veduto,
mi è arcano riparo dal mondo.
 

21.I.1983

   

   

La scala di Giacobbe

Ora potrei morire:
freccia di parole,
scala di Giacobbe,
uccello proteso verso l’eterno cielo.

21.I.1983

   

   

Il fulmine

Dopo che Dio cantò per primo,
fe’ eco l’uomo e poi poté morire,
e agognato fu il viaggio dei mortali
verso l’Immortale.

Ora vagano per il mondo gli spettri:
la Morte, la Menzogna, la Paura.

Parti dunque, cantore. Ti colpisca
con amore violento Eros dal cielo.
E ti rubi in un fulmine.
 

21.I.1983

   

   

Tra centomila

Tra centomila un uomo,
forse, non mente:
non è sacrilego rimanere nel mondo?

21.I.1983

   

   

Il destino

Ridestino il proprio destino
coloro che vogliono sorridere della morte.

Illusi dal vaniloquio
son gl’inetti idolatri del vivere.

21.I.1983

   

   

La farfalla

Segui la farfalla
coi tuoi occhi sacri
nell’eterno mattino oltre il tempo.

21.I.1983

   

   

Genii della notte e del sogno

Venite, Genii della notte e del sogno,
regnanti di fiori e di stelle.

O voi che la storia perenne cantate,
date a quest’uomo un piccolo posto buio.

Non vuole altro che sentire il racconto
e dimenticarsi nel mezzo del suo destino.

E forse il suo destino è:
ricordarvi cantare.

21.I.1983

   

   

La ruota del tempo

Gira la ruota del mio destino...
Non ho chiamato uomini,
non ho chiamato dèi...
Lei sola, colei che siede nel cuore,
gira la ruota e fa intendere
il suo dolcissimo canto.

Ascoltatemi questa notte,
uditemi, figli della terra:
gira la ruota del mio destino
mentre ch’io guardo in silenzio
nello specchio del vivere.

Vivi e morti ora tramano
ardite congiure:
si muove il Potente!
In verità l’ho veduto abbracciato
dalla giovine Dea.

Non ho chiamato uomini,
non ho chiamato dèi...
Apparenze più nobili vengono,
e più presso è la morte.
Il Gran Viaggio ricordo,
e ricordo la nave,
e le immagini state.

Ho perduto nel silenzio della vita
le chiavi del passato. La memoria
vado a cercare, l’antico tesoro,
il vessillo arcano del mio amore.

Lei mi serra nel cuore l’anima
con mani di fuoco impenetrabile.
Vola il Signore alato della sua passione
lungo i violenti abissi del destino.

O Signora del tempo, in questa notte
m’ascoltino le ombre, gli animali perduti,
le Fenici in attesa.

Tu mi scruti entro il cuore
e vi svolgi la ruota del destino:
rossa ruota, bella ruota,
un fiore di notte, anche un angelo,
e per me un vivo fuoco
dove danzano le stelle.
 

3.V.1983
 

   

   

La strada per il paese di nessuno

Nel segreto del mio cuore alcuni vollero penetrare;
mi chiesero con parole indagatrici
qual fosse la strada per il paese di nessuno.
Risposi e seguirono quel che la voce diceva.

Or soffia tenue il vento e scendono fiori e foglie
alle radici segrete, mentre alcuni
vagano per informi sentieri
il cui corpo è una parola perduta.

Volli io stesso poi che penetrassero
nel solitario incanto del mio cuore.
Diedi loro una strada di memoria,
ogni sasso era un cuore, un respiro ogni vento.

Celato nella notte, un contafavole sussurrava;
dai suoi occhi salivano verso le stelle
tutti i laghi del mondo.

E furon preda gli esseri tutti del sonno,
e la sua voce soltanto risonava,
e il paese di nessuno raccontava.

Scosse il sonno: si presentò la morte.
Scosse la morte: si presentò l’inganno.
Scosse l’inganno: non si presentò alcuno.

E giacque il contafavole, annegato
dentro i laghi del suo stesso cuore.

3.V.1983

   

   

I bambini splendenti

Due bambini che non conoscono la storia del mondo
gridano nel deserto delle mie passioni
parole senza fine.
 

Com’è grande il deserto!
 

Sopravvivono ancora,
falchi lontani irraggiungibili,
le mie ultime visioni,
il rosso amore segreto.
 

E i bambini splendenti,
dèi nascosti imperiosi,
disciolgono la radiosa notte
in perle eterne di lacrime e di luna.
 

16.VII.1983

   

   

I figli del sole

Stamane i figli del sole sono scesi a parlarmi.
Trame si tessono fin verso le luci invisibili degli abissi.

Io guardo con cuore avido di voli il Tempio della Luce.
La vita mi è esilio, mi è gioco, mi è spazio.

Vagano i miei pensieri, incerti, sul manto del giorno,
ricordando tutte le aurore e i tramonti e lo stupore
di nascere, nascere ancora.

4.IX.1983

   

   

Sedotto dalla donna Sole

Sedotto dalla donna Sole
abbraccerei l’universo;
abbraccerei ogni essere,
sotto l’oscuro manto,
nel suo cuore.

4.IX.1983

   

   

La Terra segreta

Un luogo ci attende, che crearono le nostre parole
d’inascoltati artefici, di voci senz’eco:
ebbero i desideri della nostra purezza
una parte di cielo, il regno luminoso.

Quando ci troveremo, amici, di là dal tempo,
andranno le nostre barche lungo i fiumi infiniti,
e lì coglieremo dalle canne e dai vortici
voli di farfalle vermiglie e pesci dorati guizzanti.

Certo il nostro corpo, già schiavo,
splenderà come la luna e il sole
e, astro, guizzerà tra altre stelle
che posero antichi vati nel cielo.

Ma il cielo, amici miei, non è quello
che vedono gli occhi ciechi al mattino;
è quel che ha veduto il mio cuore,
la sconfinata Terra segreta.

La stella del mio cuore vi si posa
in attimi che non vorrò scordare.

4.IX.1983

   

   

Una luce di folgore bianca

Vorrei chieder saggezza,
ma chieder saggezza a chi?
La gemma del lago interiore
sempre splende, non è mai opaca.

Cerco la forza per entrar nel profondo.
Il delfino e il vento mi guidano,
il mare e la pietra del cuore.

Chiedo al destino, interrogo le stelle:
l’amore muto, una sfinge di marmo,
mi obbliga a chiudere gli occhi.

Ti guardo, Signora, e ne soffro,
e vorrebbe coprirmi l’oblio.
Spezzata, la roccia mi getta
una luce di folgore bianca.
 

26.X.1983

   

   

La rosa delle rovine

Canta, Arpista, chiudi gli occhi e suona:
il destino intona profetiche melodie.

Non si è mai dato che solitudine lasciasse
il poeta nella sua cerca favolosa.

Piange e sanguina l’essere mio profondo.
Dalle rovine però sorge una rosa
che bacerà la flautista cieca del sogno.
 

28.XI.1983

   

   

Mille cuori

Questa mia terra muore. Eppur io guardo
e tutto pare fermo. Ho mille cuori:
ne vedo pochi, gli altri ora combattono
per morir tutti o tutti trapassare
nella terra del Sole.
 
Bisogna anche spezzare
questo che veggo con la luce nera
della memoria: faticoso compito,
non potendo scordare tanti errori,
né fuggir le passioni. Morrà certo
supponendo sua morte un dolce oblio.
L’ingannatore getterà se stesso
in disfrenata danza.

1983 circa

   

   

Sotto il velo incongruo

Volevo un tempo dimostrarmiti uomo. Vedi ora
se nel gorgo dei paradossi fantastici,
nei regni iperbolici dell’umanità,
sotto il velo incongruo, il ballo autocritico delle parole
non ci sia, scagliato verso il cielo a guisa di stella,
qualcosa, una vita, una patria, forse anche
una antica umanità, una roccia d’amore.

1983 circa

   

   

Donna aurora

Un’anima s’è aperta in me ed ho veduto
mostrarsi il mondo illusione, e esser la terra
un fungo madido di ego lontani e morbidi.

Esser vivi,
com’è proprio a miseria e spenta cenere,
sotto cui cova oblio
un radioso splendore.

La raggiera del mondo è tutto un cuore
uscito dal tuo petto.
Chi si china lo vede, vede tutto,
ma non si china che il grande umile mare
nei tuoi fori perduti, o Sogno.

Ombre vagano e in fretta occhi si storcono
a non vederle, a non compirle, a farne
solo un oblio celato, un’implosione
di fuoco nero. Incide in cielo
il solitario mio stupore una cifra
che mai si perde, un santo glifo d’amore
nel tenero abbraccio della donna aurora.
 

1983 circa
 

   

 
   

 

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