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Dario Chioli

PER SENTIERI SFUGGENTI

Poesie dei vent'anni

    

   
Sommario
1976 Lapidi Le isole
  La coppa oscura Osservare le stelle
Nelle tue vene Sopra un seggio d'attesa Bella ragazza dal cuore di vento
Fujiwara no Kiyosuke Soltanto quel cielo Io non dimentico
Ero felice Non ho molto da dire L'uccello dorato
Per il verde silenzio Marinai di terre lontane Attraverso la morte
Una donna m'attende Padroneggia la vita Fermarsi alla soglia
Troppo alte cose L'anfora dei venti Le parole dei bimbi
Il bambino Corre dentro la mia speranza Le nostre grevi speranze
Comparire sulla scena El Eliòn nato due volte Una palla di uomo
Per sentieri sfuggenti Alle porte del senso Non annaspò neppure
Notte di pioggia Disarcionare Dio L'enigma che piange
Il suo corso fremente Lo scherzo del dio Talora un mondo si dissolve
Il libro della stellata oscurità Per amore del mare e della luna Quaranta giorni e quaranta notti
Solo carezze A cercare la mela Un piccolo luminoso elfo
Questo dilemma scaltro Dal balcone dell'Ospite In un eremo inaccessibile
Attendi ancora Mi sorprendo talvolta Giglio e rosa
Il domani Impedito a ferire Con gemme di esperienza
Se all'isola sacra Sansone e Delilà Ad Antonella che mi portò una rosa
Ciò che esce dal cuore Edera bianca Un dies irae
Un grande vuoto L'elica dorata del tempo  
Ignorare Slegate il cordone d'argento 1977
Il gioco La chiave girerò io stesso?  
Come a Mosè gli Ebrei Lamento del poeta che non ha una donna che gli scaldi le giornate Anime in fuga
Meditare o cantare Una notte Antica immagine in danza
La distruzione I cavalli scuri  
 
 
 

Nelle tue vene

Deliro, amico mio, deliro.
Ho trecce arcuate come la luna,
occhi che sfavillano
nelle notti della sua morte.
Sui seni mi si sciolgono le chiome
e una selvaggia solitudine risplende
sul mio viso illuminato dai tuoi sguardi.
Deliro, amico mio, deliro.
I sigilli del ventre voglio infrangere,
e piantar le radici del tuo albero
nella terra ove corrono i miei fiumi.
Voglio scorrere in te, nelle tue vene;
con te essere, mio fiore di delirio,
una bruna vittoria a due corpi.

29.I.1976

   

   

Fujiwara no Kiyosuke

“L’età che m’era parsa triste
ora m’è divenuta cara”.
Fujiwara no Kiyosuke, poeta
del tempo vero, conoscitore,
quest’immobile mondo muta anch’esso
come il pensiero.

2.2.1976

   

   

Ero felice

Colpii col ginocchio uno spigolo:
sentii male, non pensavo a nulla.
Dissi: Non è questo il segreto?
Ero felice.

2.2.1976

   

   

Per il verde silenzio

Con strane contorsioni
cresce il rampicante.
Lo guardo con attenzione:
vorrei avesse parole.
Ma è per il verde silenzio
che l’edera cresce.

2.2.1976

   

   

Una donna m’attende

Lacerato nel mezzo io mi sento
e è il mio essere solo una metà.
Più lontano qualcuno anche lui cerca
la sua mezza persona e non la trova.
Una donna m’attende
o forse un dio.
Io non so perché mai mi senta tale
e so solo che non si può restare
con lo spirito e il corpo lacerati.
Ben ragiona colui che mi disprezzi
e mi dica ammattito ed ignorante,
ma non ha la sua voce peso alcuno
per fermar la ferita che dilaga.
Che ragioni potrò io mai trovare
per chiarir la stranezza dell’evento?
Una donna m’attende
o forse un dio.

5.2.1976

   

   

Troppo alte cose

Troppo alte cose
illudevano la mente.
Ora convengo che la verità
ha segni che nei roghi non appaiono.

5.2.1976

   

   

Il bambino

Il bambino, che è un simbolo eterno,
lo guardi e dici: Avevamo.
Ma io sorrido felice e dico: Ho.
Forse qualcuno si volta
e mi chiede: Che cosa?
Ma io taccio, io taccio: non ho parole.

5.2.1976

   

   

Comparire sulla scena

Comparire sulla scena del mondo -
mi pensavo un attore -
mettere in scena la burla senza fine,
ridere della morte del riso
e propagare avvilita conoscenza.
 

Ma è notte,
gli invisibili orizzonti lanciano fremiti,
il profumo dei tigli sale alla mia stanza:
come potrei soffrire
se non una dolce sofferenza?

5.2.1976

   

   

Per sentieri sfuggenti

Una macchina corre nella strada.
Si protende la musica celeste
per seguirla - il cuore si fa vuoto.
Tutta è protesa la sua viva sete
per andarsene ai giri delle strade.
E m’incammino, come un uomo solo,
per sentieri sfuggenti.

5.2.1976

   

   

Notte di pioggia

Scende la pioggia;
nel suo abbraccio
vorrei protendermi,
irrecusabile dono.
Ho tuttavia timore
ch’essa non cambi tono,
e così io cadrei
verso la terra di morte.
Innumerevoli
sono le sue promesse;
non v’è posto in esse
per un piccolo volo?
Sì, so bene che non
mi potrebbe respingere
se anche soltanto un attimo
durasse il mio volo.
E perciò, dolce notte,
perché non ti protendi?
Non è questa speranza
la tua lode più pura?

5.2.1976

   

   

Il suo corso fremente

Spesso sogno un torrente
che discende dall’alto,
e sedermi alla riva
e ascoltare il suo gorgo.
Nella sera guardare
il suo corso fremente,
rannicchiato in coperte
contro il freddo dei colli.
Un po’ più in là la nebbia
precluda ogni visione,
così che io resti
separato dal mondo.
E a questo punto
la mia infanzia sorride.
Non verrà forse anche lei,
per un lieve bacio?

5.2.1976

   

   

Il libro della stellata oscurità

L’umanità dorme,
i suoi sogni escono
dai mondi dell’inconsapevolezza,
intrecciano danze di desideri
un tempo sopiti che riemergono
a imprimere il loro segreto
nel libro invisibile
della stellata oscurità.

5.2.1976

   

   

Solo carezze

Non avere parole
è un gran buon segno.
E perché dunque scrivi?
chiederete.
Ma non sono parole
invero, queste.
Sono solo carezze,
ariosi sogni.

5.2.1976

   

   

Questo dilemma scaltro

Corri il rischio di diventare savio:
la minaccia è lanciata
e chi è avvertito
mezzo è salvato
e mezzo è già perito.
Così m’han detto,
o forse m’è sembrato.
Ma non è la saviezza che m’attira,
è ben altro, è ben altro,
né granché mi par giusto
fuggirla, se viene.
Non è questo e neppure quest’altro.
Cos’è dunque?
E che so?
Forse persino
questo dilemma scaltro.

5.2.1976

   

   

Attendi ancora

Assai spesso neppur trovo la strada.
Malinconico vago.
Ed allora mi dico: Attendi ancora.
Certamente vedrai ciò che t’accieca.

5.2.1976

   

   

Il domani

Il domani è passato
prima d’essere venuto.
In piccoli istanti
il tempo infinito è costretto.

5.2.1976

   

   

Se all’isola sacra

Se all’isola sacra volgi la tua prua,
ricordati di me, o viaggiatore.
E se anche te ne dovessi scordare,
basterà l’abbondare del tuo cuore.
 

5.2.1976

   

   

Ciò che esce dal cuore

E questo,
che ciò che esce dal cuore riempie i mondi
e muove le stelle
e sorregge il vecchio cosmo,
questo, se anche parlarne è vano,
io affermo, sottoscrivo e suggello.

5.2.1976

   

   

Un grande vuoto

Un grande vuoto è fatto.
Tutte le cose stanno come so.
I nostri amici impazziti del mondo
possono volger consigli e separarmi
dall’Occhio del mondo un istante,
ma soltanto un istante, e poi mi volgo,
mi volgo e guardo verso la mia estate.

5.2.1976

   

   

Ignorare

Perfettamente sereno me ne sto
sul limite dell’ignoranza.
Ed ignorare
è la mia sola meta.

5.2.1976

   

   

Il gioco

È bello il gioco,
è l’unica saggezza.
E se giocare davvero non volete,
subito allontanatevi da me.

5.2.1976

   

   

Come a Mosè gli ebrei

Sorreggo a me medesimo le braccia,
come a Mosè gli ebrei.
Così, scrivendo con la stanca mano,
mi procuro un ricordo d’infinito.

5.2.1976

   

   

Meditare o cantare

Meditare o cantare:
dov’è il segreto di diamante,
il rubino della purezza,
zaffiro dei pensieri lievi?
Dov’è la pura visione
che dona alle sfere di nebbia degli occhi
un senso? Dove l’impronta
degli uccelli svaniti nel cielo,
l’acqua di bufera danzante
su e giù nei grovigli di favola notturna?
Come decidere di aprire lo scrigno,
come vivere una vita conclusa anzitempo,
come morire se non d’una morte di betulle splendenti?
 

Meditare o cantare:
quale donna assetata d’accenti di purezze quotidiane,
quale uomo, bisognoso
di pensieri di valli coronate di fiori,
quale bimbo, dal sorriso di antica lampada,
che torna dal ricordo come un vecchio fauno,
quale creatura dal grembo dell’inverno
può portare per noi segreti di ninfea,
di radici composte nel segreto di melma,
di steli insorti come brevi sogni?
Chi di noi può vantare
ferro di spada di silenzio
e il canto verde subissato di stelle
d’una stanza che, bimbi, nel suo ventre
di gloriosa Medusa ci chiudeva
e filava per noi luminosi infiniti?
 

Meditare o cantare:
come scegliere la spada per un cuore,
infiggerla in mille,
e disprezzare con voluttà d’Eolo amoroso
ogni cosa che è ferma, ogni sostare,
se anche ingemmato è il seggio
o inghirlandato.

9.2.1976

   

   

La distruzione

Questa notte invocherò
la distruzione di tutte le utopie che infestano il mondo,
invocherò la dimenticanza sopra le bandiere dei fanatici.
 

Ecco guarda, osserva, rifletti:
i figli dell’Islàm ammazzarono gli Amici,
progenie del Messia sorsero gli inquisitori,
dal seno della scienza crebbero i distruttori.
Furono essi cantori di vittorie?
Diedero luce agli uomini con le loro menti persuase?
Furono i loro stermini più che insensata ebbrezza?
 

I nipoti di Tolomeo furono degli stolti,
i figli di Aristotele nemici del pensiero;
ne seguì forse che Galileo mentisse,
o piuttosto non mentivano essi stessi?
 

Figli di tradizioni di vita e indipendenza,
alcuni crescono come flauti interrotti;
privi di vita, sepolti nel passato,
s’adirano quando dalla sede del tempo
sorge il minuto che dà luogo al presente.
 

E si danno da fare per spezzare la vita,
gelosi di coloro che la possedettero;
e minacciano fini e timori splendenti,
come vecchi mendichi che ci gridino i canti
di Siòn prigioniera nelle terre di Assùr.

18.2.1976

   

   

Lapidi

Ciò che fu vero,
se lo porti nell’oggi,
è come un nume
di lapidi morte.

Di sopra pietre
chi caverà,
se non è saggio,
spirito e vita?

18.2.1976

   

   

La coppa oscura

Guardo la coppa oscura della valle:
segue il mio cuore un rivo che vi scende.

Ed ecco a un tratto mi colpisce il vento
e gli occhi leggono immagini nel cielo.

Guardo le nubi, sento quel richiamo,
e triste chino il capo sospirando.

18.2.1976

   

   

Sopra un seggio d’attesa

Vi son giorni che passano
dentro l'ozio e il disagio.
Io mi distendo allora
sopra un seggio d’attesa
senza lottare, sapendo
che le cose dispaiono.
Alla fine del giorno
il grigiore s’attenua,
poi nel grembo notturno
è infinito riposo.

18.2.1976

   

   

Soltanto quel cielo

Perché rivolgi gli occhi al cielo,
dimmi, perché tu guardi il cielo?

Non so la causa, non so neppure il modo,
soltanto so quel cielo.

18.2.1976
 

   

   

Non ho molto da dire

Non ho molto da dire, in fondo;
ho un solo pensiero, in fondo.
Perdonami se non ti do canzoni
per quelle ore che non ho vissuto,
ma il mio fastello di silenzio brucia
sempre di più, sempre di più.

18.2.1976

   

   

Marinai di terre lontane

Marinai di terre lontane,
trovatori, ciambellani, buffoni,
ridatemi il mondo che non può tornare,
il mondo delle vaste imprudenze
del bambino ignaro. Ma forse
rivivrei come è stato, non saprei
come fare altrimenti.

18.2.1976

   

   

Padroneggia la vita

Padroneggia la vita e non scordare
d’esser fecondo.
Ma se non dai nessun seme alla terra, si sa,
la pianta tua non crescerà.
Così non credere che perché è un’era folle
tu debba vivere privo di ragione,
ma estirpa fuori dalla tua campagna
le gramigne di morte e decadenza.
Abbi pigrizia nell’alzar lamenti
e invece fretta a deriderli, assai più.
Infatti al mondo non stanno le cose
come tu credi ma come tu vuoi:
se più non vuoi, rovescia la tua mente
e affida al cielo la tua rivoluzione.
Abbi dunque certezza di lottare
e i tuoi rami, nell’ora che verrà,
s’empiranno di fiori frutti e foglie.

18.2.1976

   

   

L’anfora dei venti

Venite all’anfora dei venti
e rinchiudetevi in essa.
Per mille e mille luoghi danzerete,
vedrete e udrete turbini, canzoni.
E le colonne della mente tremeranno,
timorose che s’incrinino
i pilastri della terra.

18.2.1976

   

   

Corre dentro la mia speranza

Un bambino corre dentro la mia speranza
e è fede, luce e fuoco il volo dei suoi passi.
Non rimarrò nella nuda terra fra gli esseri oscuri;
alzerò i miei stendardi verso le sorgenti del ripido cosmo
e troverò nel buio vorticosa rinascita.

25.2.1976

   

   

El Eliòn nato due volte

El Eliòn nato due volte
dopo che dimenticato l’avevo
è tornato a distruggere
le mille menti di morte
che in spire di fumo avvolgevano
i miei canti di bimbo.
 
Come potevo cantare se lui
non veniva per ardere
nel suo fuoco di sterpi
gli occhi di Mosè?
 
Nei canti di Quello
che di più lungi viene,
nato due volte io
ravviverò la memoria
alla luce dei misteri che mi pare
d’aver compreso a volte, mentre poi
a più alto luogo se ne fuggono
rapidi accecandomi
d’immortale nostalgia
nata due volte.

17.III.1976

   

   

Alle porte del senso

Alle porte del senso mi affaccio
e guardo al di là. Pare talvolta
che andare si possa, eppure
sempre ci chiude l’anima
il sigillo oscuro. Venti
da noi corrono alla meta,
e non possiamo seguire noi stessi,
e la corsa si chiude in cavità
da noi lontane ancora, e siamo,
con doloroso spasmo, ancora
due in uno, e non sappiamo
quest’esilio perché si protragga,
e cercare noi stessi ancora dobbiamo
sebbene il luogo e l’entrata altre volte
abbiamo contemplato, e veduto
in rapidi secondi il viso
di noi più vero, quello
che nel silenzio scolora
di quest’ora la vita.

17.III.1976

   

   

Disarcionare Dio

Perché accetti l’incenso e bruci
i sacrifici dell’anima, Elohìm?
Perché non bruci l’anima? Forse
dovrei lanciare potenti richiami
ai forti cavalli dell’anima mia
che cavalcando sempre mi rapisci
su montagne lontane trascinandoli
separati da me, che non ho briglie
per trarli a me.
Disarcionare Dio: come potrei?
Pure tu dici, tu canti, tu sfidi:
Infine uccidi
in Me stesso te stesso.

17.III.1976

   

   

Lo scherzo del dio

Per lunghi giorni se ne va in giro
questo mio io, e poi guarda e si avvede
che un dio gli ha giocato uno scherzo,
fatto bere il rosso calice
che moltiplica l’istante,
che divide ciò che sta unito.

17.III.1976

   

   

Per amore del mare e della luna

Come spuma nel mare mi figuro il mondo,
come bolla che un po’ in alto si tende,
s’ingrossa, s’incavalla ad acque, svanisce
nel salire al frangente dall’abisso
per amore del mare e della luna.

17.III.1976

   

   

A cercare la mela

T’alzi verso il ramo più alto a cercare la mela.
Ecco stai ferma, non chinare le braccia
e lascia andare la mela.
Resta così, la mano tesa...
Non vedi la speranza che ti lacera,
protesa,
l’intervallo dal tuo cuore al cielo?

17.III.1976

   

   

Dal balcone dell’Ospite

Se il corpo opprime, l’anima è legata,
non c’è una spada che mi faccia in pezzi?
Buona sorte se ci uccide un dio:
non potrà ricusare di mostrarsi.
Da noi la morte non sarà veduta:
le nostre ceneri giocose bruceranno
nei gorghi del vento.
Nessuna memoria di noi, così la morte
non saprà dove andare
e noi staremo affacciati a guardarla
dal balcone dell’Ospite che nessuno ricorda.

17.III.1976

   

   

Mi sorprendo talvolta

Mi sorprendo talvolta che non so
più né tempo né spazio, me ne sto
fisso a guardare una cosa qualunque
senza emozione, senza riflessione.
Ma poco dura e, subito riscosso,
torno al pensiero che avevo rimosso.

17.III.1976

   

   

Impedito a ferire

Tu dolce riposo, ninnananna dei pensieri lievi,
tranquillo gioco del tempo, oceano dell’assoluto,
tu morte che dissolvi la frode e il rimpianto,
chiave di volta della nostalgia, cupa insanguinata
bandiera della speranza, figlia della verità,
tu balia del dolore dell’uomo, madre dell’innocenza,
onda che fluttuasti all’origine, terra ove disparvero
gli alti voli tesi nel cielo, uccello cieco
che fosti luce agli uccelli incatenati dalla luce,
tu morte, manto dei ripetuti silenzi, grembo d’acque,
seme di rigogli vegetali, segreto degli affetti,
lato nascosto d’ogni paravento, parola di Dio,
mi tendo ai miei fini perduti, mi tendo
alle disperse cose del silenzio, alla vergine
foresta dell’ingenuità, mi tendo al tuo cuore
con archi e lance, e povero e nudo mi spogli e mi guardo
impedito a ferire, impedito a sanguinare.

21.III.1976

   

   

Sansone e Delilà

Nella notte Delilà, impegnando la tua anima,
derubi Sansone di tutti i suoi segreti;
però non puoi rubargli la parola
che gli spezza la vita.
 
Inutilmente insisti, Delilà,
lungamente chiedendogli il segreto;
il suo sguardo d’un tratto egli richiude
e più nulla ti dice.
 
Tu piangi e ti disperi, con ardore
veritiero lo abbracci, Delilà. Sansone
pensa che l’ami e tu, tutta pervasa
di sete di sapere, lo assicuri.
 
Sansone ha ucciso molti, le sue mani
grondano sangue di mille filistei;
il suo pensiero anche è così stanco:
desidera riposo, Delilà.
 
Tu lo conosci, conosci la sua mente
rude, inadatta a un conoscere sottile,
e con parole stillanti sicurezza
chiedi a Sansone che t'apra il suo cuore.
 
Preme il segreto con lance solitarie
la sovrumana grandezza di Sansone;
sopra il tuo seno, entro il tuo ventre dolce
prometti, Delilà, la pace.
 
L’eroe vorrebbe completo riposo,
di te si fida, in te si vuol vuotare;
solo rimane come un paravento
contro di te il seme di El Sciaddài.
 
Come una dea, Delilà, ti ergi
davanti agli occhi abbagliati di Sansone;
e come dea gli addossi come colpa
questo silenzio di separazione
 
Irrequieto, trafitto dal segreto,
desideroso d’averti, l’eroe mente;
ma come dea che conosce il mentire
la sua menzogna gli provi, Delilà.
 
Per ogni volta, Delilà, che mente,
con mille spade gli trafiggi il cuore;
a dura prova lo metti, ché egli vuole
sempre più avvicinarsi al tuo mistero.
 
Coi tuoi capelli nella notte scura,
Sansone, avvolgi la tua Delilà;
ma non delira, è come freddo sasso,
il muro del segreto sta tra voi.
 
Ed ecco che sussulta in tutto il corpo
e si fa dolce e t’avvolge con le mani:
“Oh perché mai non cacci la tua spada
dentro il mio petto, che più io non soffra?”
 
Mille catene d’un tratto ora t’appare
facile sciogliere, con poche parole;
lei svelerà il suo mistero infuocato,
e allora parli e tutto si rinnova.
 
Sta Delilà con te e t’accarezza
ogni pensiero, ogni perduto anfratto,
e nella notte profonda e serena
gusta il dolcissimo frutto del potere.
 
La vittoria che adesso appare a entrambi
è come un fremito di sangue splendente:
sogna Sansone i luoghi dell’Antico,
beve il latte di vita Delilà.
 
Finché la luna si fa chiara in cielo
giace Sansone, dorme ed ha visioni;
la lunga chioma abbraccia Delilà,
la bacia, taglia e prende fra le mani.
 
Attratti, giungono ora i filistei;
con catene Sansone vien legato,
mentre lo abbraccia Delilà nel sonno
che ancora dura qualche breve istante.
 
All’improvviso poi si rizza in piedi
ma non sa infrangere le proprie catene;
malcerti vengono vicino i filistei,
mentre ferma lo guarda Delilà.
 
Fissano gli occhi l’uno dentro l’altra,
lui sbalordito, ebbra Delilà,
che anche lo bacia. E tace il forte eroe,
penetrando il mistero della morte.
 
Rassicurati, tornano i soldati
e da Sansone dividon Delilà;
rabbiosamente Delilà si oppone
nello splendore della sua potenza.
 
Ma i filistei non sentono ragioni
e la separano violenti da Sansone;
egli la guarda addolorato e stanco,
mentre è abbattuta in terra Delilà.
 
Corrono via, trascinano Sansone
senza curarsi di lei, senza vederla;
sotto il fardello d’un disprezzo antico
Delilà crolla, priva d’ogni forza.
 
Ma poi d’un tratto il mistero si compie
e la perduta potenza va inseguendo:
nelle sue mani ha la chioma di Sansone
e dentro il cuore ha amore, Delilà.
 
Sansone è cieco, per amore cieco,
Delilà è cieca, per amore cieca.
El Sciaddài va pregando Sansone,
verso di lui si fa strada Delilà.
 
Come una volta Sansone non sarà,
ma non si uccide con gli occhi un mistero;
sopra il suo seno gli darà riposo,
e dalle labbra la potenza perduta.
 
Ecco lo segue sui gradini del tempio,
tra le colonne lo vede appoggiarsi;
forte lo sente ancora come un tempo
e una violenza selvaggia la percuote.
 
Ecco si tende Sansone, ecco con rabbia
di Delilà sente l’ultimo grido;
su Delilà crolla il tempio e la vita,
crolla il tempio e la vita su Sansone.
 
Le colonne si spezzano e trionfa
con la forza di Sansone El Sciaddài.
Una gloria di sangue e di mistero
la sua grazia riversa sulla morte.
 
Ecco si levano Sansone e Delilà
dai propri corpi, ecco se ne vanno:
la loro ultima selvaggia solitudine
si discioglie in oceani di stelle.
 
La potenza perduta di Sansone,
la potenza insorta in Delilà,
ecco sono una unica potenza,
una bacca dell’albero perduto
sopra gli occhi di entrambi.

22.III.1976

   

   

Edera bianca

Ho congiunto per te 
le sette colonne d’argento dell’universo,
per te ho inventato amache di liane
da un pilastro all’altro del mondo.
 
Tu giochi con mani di stelle
dentro lo specchio galattico,
e sostengo i tuoi piedi 
con anima d’arcobaleno,
mentre tu ti tendi, ti tendi
verso il grido della città perduta.
 
Padrona dell’anima mia, 
concedi a me turbato cantatore
una morte di riposo sereno
tra le tue mani e il tuo corpo di edera bianca.

25.III.1976

   

   

L’elica dorata del tempo

Strisce di giallo lucente
sciabolano nel cielo il blu;
le acque azzurre sciaborda
un’elica dorata di tempo.
Vanenti remiganti passano
verso il tramonto e presto
dispariranno. Solo me ne sto
con gli occhi fissi nel bianco
di più vicine regioni, intento a scrivere
sotto il cielo che attende la notte.

25.III.1976

   

   

Slegate il cordone d’argento

Slegate il cordone d’argento,
lasciate correre l’anima lontano,
nel vasto nulla.
Le onde del mare fluttuanti
gettano schiume alla luna:
sciogliete le onde del desiderio
e lasciatele ricadere sul cuore.
Non v’è cosa che si possa fermare:
la cima del monte d’acqua ricadendo
spezzerà la vita.
Lasciatevi cullare dal vento,
dal vento che porta nel mare:
vi condurrà lontano,
con ali invisibili, in mare.

25.III.1976

   

   

La chiave girerò io stesso?

“Maestro vieni, accorri” -
così dice il discepolo,
così può dire.
“Maestro dammi una parola di verità,
un verbo che conceda allegria” -
ma io che dirò?
Io, solo, muto, di me stesso
la chiave girerò io stesso?
Potrei volgere la mente a cose straniere,
cercare la menzogna che mi metta in pace;
ma chi sopporterà così forte in cuore
il peso assurdo dell’ignoranza?
Potrei divenire di me stesso maestro;
ma quale orgoglio potrebbe condurmi?
Se un uomo venisse e m’insegnasse,
e io credessi ai suoi insegnamenti,
a me stesso crederei
eppure penserei che a lui ho creduto
e così salverei
l’interiore umiltà.
Ma se nessuno viene -
non posso accecarmi -
come mai potrò sfuggire
la schiacciante grandezza
che ferisce il cuore?

25.III.1976

   

   

Lamento del poeta che non ha una donna 
che gli scaldi le giornate

Il quale, troppo certo di volere
libera donna padrona di sé,
finisce per restare solo e in dubbio
se non cercasse invero se medesimo.
 
Il quale dubbio angustiandolo a fondo,
lo fa guardare attento fuor di sé,
ma non trovando allora alcuna donna
decide infine di tornare indietro.
 
E tornato che è indietro, ecco continua
a rimanere da solo, e più non spera
trovar la donna bramata, e ricomincia
a colorir fantasticando i giorni.
 
E allora si lamenta e ride e canta
né più vuole mutare condizione:
dare vorrebbe amore della vita,
ma dov’è il ricco che riceva il dono?

29.III.1976

   

   

Una notte

Una volta ci siamo incontrati
sotto il manto di stelle.
 
Poco importa fosse un manto artificiale
con lampadine al posto delle stelle
e tanta gente attorno che danzava:
subito io e te fummo persuasi
che una nuova esistenza s’appressava.
 

Il gran frastuono più non sentivamo,
quasi nessuno attorno a noi danzasse,
e la marea di folla con malizia
a poco a poco ci spinse fuor dell’uscio.
 

Non c’erano stelle né più lampadine,
e aguzzando gli occhi nel gran buio
camminammo e camminammo,
finché si fece silenzio nelle strade.
 

Un ubriaco passava cantando,
lo seguimmo; ma ci vide e fuggì.
Seduti su un muretto, un uomo e una donna
si abbracciavano; ma ci videro,
salirono in macchina e corsero via.
Sentimmo dietro un angolo un miagolio:
svoltammo, e non c’era nessuno.
Un bimbo su un balcone ci guardava curioso;
ma venne qualcuno e lo trasse a forza in casa,
chiuse le persiane e fu di nuovo buio.
 

Allora ci sentimmo liberi di vivere
e ci fermammo in silenzio nella strada deserta.
Dentro di noi correva una linfa
pulsante, desiderosa,
e ci unimmo nella notte fonda.
 

Si avvicinò un passante, ma non ci muovemmo:
chi ha giudizio, di notte non passa
per strada, riposa nel sonno,
già esausto dei suoi scandali diurni:
non ha fantasia, non pensa
che io e te ci possiamo anche unire
di notte, per strada,
perciò non ci cerca,
perciò non ci vede,
perciò non ci odia,
perciò il nostro amare
intatto perdura.
 

Il passante svanì nella notte,
immerso in pensieri, e non si volse.
 

Di notte, di notte
suonano chitarre.
Di notte, di notte
scintillano fuochi.
Di notte, di notte,
su sabbie marine,
di notte, di notte,
in sentieri montani,
di notte, di notte,
su asfalti e su viali,
di notte, di notte
si fanno canzoni.
 

Si fanno canzoni di notte, si fanno
ricordi per giorni ancora a venire,
per giorni e momenti in cui poseremo
senza rimpianti di fronte alla vita,
quando l’età c’imbiondirà i capelli,
raddolcirà l’ardente cuore e i sensi,
quando chi avrà ricordi spegnerà
volentieri la luce della sua esistenza.
Ricco di cose, non si volterà.
Tutto ha nel cuore: perché si volterebbe?
Solo, di notte, si volge chi ha paura,
chi dietro sé non ha nessuna strada:
vede la vita come un muro alto
che ostruisce il cammino.
 

Ma in questa notte noi ci leveremo
verso le dune del cielo, chiameremo
la sorella del sonno. O tu che a caso
corri nel mondo, fermati qui presso,
vieni qui subito, non ti recare altrove.
 

Ma la richiesta esaudita non è,
maliziosa la morte se ne va lontano:
ama inseguire chi cerca di fuggire
e per fuggire dimentica la vita.
Che farebbe di noi, come potrebbe
privarsi della veste di dolore?
La congiunzione nostra è così vasta:
sicuramente perderebbe la strada.
 

Vanno a zonzo per il cielo le stelle,
con le nuvole giocando a nascondino;
a moscacieca invece gioca il cuore
di chi guarda nel blu.

3.IV.1976

   

   

I cavalli scuri

Tanta gente dietro di me ho lasciato:
dove si sono fermati? dove sono andati?
Quale uomo o donna mai potrà seguirmi,
accostarmi, parlare?
Ecco fuggono via i cavalli scuri:
nella pista di gara io solo
fisso le stelle notturne.

24.IV.1976

   

   

Le isole

Scioglierò i nodi del tempo.
Lo spirito e l’anima si protendono
e fuggono tra le cuspidi gialle del sole
i mille pensieri.
Tosto io cado dentro un abisso profondo
e qui inquieto annerisco al fumo dei distruttori,
e ne salgo come per voto
verso i celesti cardini dell’ora.
Quali chimere voleranno lontano,
affinché le segua nel loro perdersi oscuro?
Mille vortici divini furono sotterrati
in cuori putrefatti, avviliti recisero
da se stessi la vita.
Astarte, Afrodite, grande Dea del mare,
in questo lontanissimo nulla
i vostri segreti come, come ritorneranno?
Gelidi, ambiziosi di morte, i Mortali eterni
dove deposero i figli, i Mosè delle acque?
I Simboli delle notti, delle stelle,
delle nostre parole profonde come oceani,
succhiarono latte dal seno delle Madri
e dai vortici delle parole spente
trassero sopra il mondo silenzio.
Ho veduto Isole vaganti sopraffare
la sordità del cuore, le Isole lontane
dei mostri obliosi dell’infanzia.
Ho udito le Parole evocate
nei canali del corpo vagare,
in cerca d’un’anima che dolore o speranza
accendessero infine, e non ebbero voce,
e spezzate ricaddero in un vortice quieto.
Poiché un giorno forse torneremo dai nostri esilii
e guarderemo negli occhi brucianti gli Dei del cielo,
tornati ad essere i nostri Avi interiori
che per lunghe vite cantarono del viaggio e del ritorno,
conosceremo allora, come mantici gioiosi
accendendo la vita nella spirale dell’abbraccio,
le Parole dell’essere e la terra.

25.IV.1976

   

   

Osservare le stelle

Di sopra le vane chimere del tempo
volgo lo sguardo entro il mare dell’essere.
Lentamente si muove di là dai nostri occhi
l'immoto nume genitore dell’esistere.
Noi non possiamo conoscerne la strada,
essa è come un’onda che sempre s’infrange.
Dell’onda spezzata nessuno troverà
in nessun luogo del mondo la sede.
Essa è un paradiso d’innocenza perduta,
dispersa nel volo di cento pensieri.
Si stende nel cielo a mille soli la sete
di uomini che sempre ritornano alla terra.
Ma per tale sete io non torno più
e trovo il morire come fonte di luce.
Ciò che infine resta è soltanto la morte:
di là da questa soglia perché non andare?
Tutto ciò che sta di qua è solo canto:
si riposa il cantore di là dal nero velo.
Chi canta, chi ride infine troverà
ragione del canto, una causa per il riso.
Di noi sulla terra ragione non esiste
e mente pauroso chi dice di saperla.
Saggezza è ricordare d’osservare le stelle,
infrangere il tempo con mille visioni.
Di qua dalla vita fantasmi del futuro
ritornano anche, se tu li sai vedere.

30.IV.1976

   

   

Bella ragazza dal cuore di vento

Bella ragazza dal cuore di vento,
porta lontano dolore e ricordo.
 
Lasciami immerso in un lago di stelle,
cantore cieco perduto in un sogno.
 
Verrà la notte e mi perderò
dentro uno stormo di uccelli profondi.

16.V.1976

   

   

Io non dimentico

Perché t’avvicini?
Perché t’allontani?
Resta dove sei.
Io non dimentico.

16.V.1976

   

   

L’uccello dorato

L’uccello dorato volava sopra la terra.
E su ogni terra lasciò cadere una piuma.
E ogni piuma divenne un essere umano.
E l’essere umano si fece uccello dorato.
E volò lontano verso i mille tramonti.

17.V.1976

   

   

Attraverso la morte

Come fasci di rose si sono perduti,
come voli nell’aria da nessuno veduti.
 
Sono andati lontano dove il mare si perde,
dentro abissi di gemme non ancora fiorite.
 
Come nuvola in volo trascinata dal vento
attraversa gli spazi il Vascello di Luce.

18.V.1976

   

   

Fermarsi alla soglia

Anni ed anni e qualcuno viene,
ti guarda nel volto e ti dice:
Chi sei tu?
Anni ed anni e qualcuno è fuggito,
e nella sua corsa folle si volge e ti dice:
Chi sei tu?
Anni ed anni e qualcuno si è perduto,
e dai suoi sogni emerge e ti dice:
Chi sei tu?
Anni ed anni e qualcuno il suo peso ha portato,
il suo cuore ha alleviato e ti dice:
Chi sei tu?
Anni ed anni e qualcuno ha cessato
il suo dire, il suo fare,
e ti fermi alla soglia e non senti nessuno,
ed ascolti, ed ascolti dentro il vuoto lontano,
ed ascolti, ed ascolti, e vorresti sentire,
e nessuno tu puoi più sentire.

2.VI.1976

   

   

Le parole dei bimbi

Libere come stormi d’aurighi
nell’alto cielo perduti,
guidano i carri di Febo le parole
dei bimbi, cariche di bianche
previsioni remote.

2.VI.1976

   

   

Le nostre grevi speranze

Da noi qui sulla terra
verrà un giorno forse
Qualcuno. Ciberà di vento
le nostre grevi speranze.

2.VI.1976

   

   

Una palla di uomo

Una palla di uomo, un nanerottolo
ho veduto una volta sulla strada,
e mi parve una stella che guidasse
la fiumana dei sogni.

2.VI.1976

   

   

Non annaspò neppure
 

Si fermò,
stette, ristette e si guardò
ben bene sul pelo dell’acqua
e si gettò,
e scomparve giù in fondo,
fece pluff,
non annaspò neppure,
fece pluff.
 

Inutilmente ho atteso tutto il giorno
che ritornasse a galla, gonfio d’acqua,
il mio io cadavere,
ma su non è tornato.
 

Ditemi, amici, ditemi perbacco:
chi lo ha veduto?

2.VI.1976

   

   

L’enigma che piange

Un enigma
(oh il bell’enigma!)
guardatelo in faccia,
guardate l’enigma
ben bene sulla faccia.
L’enigma piange:
perché mai piange
questo mio enigma?

2.VI.1976

   

   

Talora un mondo si dissolve

Talora un mondo si dissolve,
un domani precipita e condensa e si fa presente.
Noi dimentichiamo le cose passate,
ciò che credevamo non ha più spazio alcuno.
Tace la storia, tacciono i passati richiami,
ché ogni cosa è destinata a perdersi nel nulla,
o forse più lontano del nulla.

5.VI.1976

   

   

Quaranta giorni e quaranta notti

Quaranta giorni e quaranta notti,
quaranta giorni e quaranta notti camminò Elia
per giungere al Chorév.
Camminò quaranta giorni
e poi quaranta notti
finché si fermò davanti al Chorév
a deporre se stesso.
Nel suo cammino
quaranta giorni stette,
quaranta creazioni,
e poi vide il cielo.

8.VIII.1976

   

   

Un piccolo luminoso elfo

Lampeggia un piccolo luminoso elfo ed io ogni volta
odo il suo nome, Nulla, e mi dissuado
dall’azione inattuata. Mi ritrovo,
da sepolto che ero, mentre volo
libero verso l’inafferrabile indicibile
unica meta.

15.VIII.1976

   

   

In un eremo inaccessibile

In un eremo inaccessibile,
senza nessuno che parli,
ingiudicato e senza giudicare,
quello è un posto adatto.
Osservare da fuori,
dalle porte del nulla,
gli uomini, le bestie,
il grande mondo, gli alberi.
E rimanere liberi
per sentire la voce
di se stessi quando
più non c’è voce.
Restare così,
un frutto abbandonato
come per consuetudine
nel campo del raccolto,
un frutto soltanto,
lasciato nel campo
per le mani del viandante,
di chi va lontano.

1.XII.1976

   

   

Giglio e rosa

Giglio incrociato a rosa,
la purezza e il sangue,
a notte un uomo va cercando intorno
alla luce lunare, la perversa
tetra follia fuggendo. Chiara
dentro luoghi cosparsi di dolore
è la stanza profonda, viva
di fiabeschi commiati, arie di bimbo
che con palle di vento gioca in cielo. Pure
cerca l’uomo nel mezzo delle morti,
dentro il segreto delle disperazioni,
l’urna di vetro fragile che insegna
a tenere la sorte dolcemente
senza fuggire mai, senza guardare
troppo di fianco, troppo di lontano.
Giglio incrociato a rosa,
la purezza di ogni cosa che vive,
sangue rosso fluente che si contrappone
per vie diverse nella stessa via,
via che corre, dentro il buio, un uomo
sopraffatto dal sole.

15.VIII.1976

   

   

Con gemme di esperienza

Con gemme di esperienza
arricchisco ogni giorno
il prezioso tesoro dei tuoi doni.
Tra le rive del pianto
tu mi sei di guida
come un dolce vento d’autunno.
Docile la mia mano
si aggrappa all’esistere,
pronta a lasciar la presa
se appena ti veda.
Ancora per un attimo,
un nulla innanzi a te,
io resterò quaggiù
arricchendo il tesoro.

1.XII.1976

   

   

Ad Antonella che mi portò una rosa

   

La vidi entrare con la rosa in mano:
Shenandoah solleva gli occhi al cielo,
sorge la luce dal profondo azzurro.
 
La vidi entrare col suo rosso fiore:
Shenandoah mi canta dentro il cuore
il leggero sussurro d’un giorno nuovo.
 
Io sospirai parole dolci
quando mi prese Shenandoah.
 
Shenandoah guarda la luna,
la falce specchiata dal mare:
nel mare degli occhi si specchia lei,
si specchia negli occhi miei Shenandoah.
 
Fu una rosa che tendeva alle stelle
il primo pensiero di Shenandoah,
il primo dono alla vita fu il sogno
d’un calice rosso dall’aroma lieve.
 
Shenandoah si china sull’onda
del mare profondo, dal glauco fluire:
nella galassia delle sue mani
pongo la sfera dei miei pensieri.
 
Ripongo il destino cullato dal vento
dentro i correnti rapidi flutti
che con le braccia levate alle stelle
lancia nel cielo Shenandoah.

3.XII.1976

   

   

Un dies irae
 

Un dies irae, un cammino perduto nel bosco
tra i demòni notturni, gli gnomi scipiti
grigi come lo smog che ricopre la vita
di noi uomini e donne sopraffatti dal niente;
un parlare di canti e d'annate lontane,
un vantare di spenti deliri incendiari,
un narrare di vite ce ne andiamo a cercare
tra lo scrivere vano di Petrolpoietài.
Pietroburgo se anche si scosse una volta
sotto il fuoco dell’odio, e Versaglia e Berlino,
senza fine nel mondo potremmo cercare
una furia di vita, un desiderio ebbro
nei silos vuoti in cui, protetti dall’ozio,
pigri si giacciono i seguaci di Hedoné.
In odio ad essi, anche oggi tuttavia
la nota pura udiremo, eterno flauto.

3.XII.1976

   

   

Anime in fuga

Intorno ai marmi rosati
dei templi antichi, spossate
d’irrefrenabili unioni
di donne, uomini e sogni,
su strade colme di serpi
che si rigirano al sole,
nell’aria tersa al mattino,
nel bianco incesto aurorale,
volgono i passi a ritroso
anime in fuga, per sempre.

1.I.1977

   

   

Antica immagine in danza

Subito con passione
chiuderti fra le braccia
come un fiore d’oro,
come un fiore di vento.
 
Sciogliere nel fuoco
le chitarre del cuore,
ferire con spine di rosa
le tue cosce danzanti.
 
Colmare con neve sciolta
e trasportare in cielo
mille ruscelli di vita
sopra il tuo ventre e il mio.
 
Modulare con flauti
e zampogne di fauno
le melodie barbariche
delle ere di fuoco.
 
Cogliere dal tuo respiro
nubi radiose e leggere
e premere in cieli notturni
i calchi delle tue braccia.
 
Un’antica immagine danza
con mani al di sopra del capo,
traendo nel gorgo profondo
i cento pensieri d’un uomo.
 
E l’uomo si sferza, si frusta
con occhi di onda lacustre,
in stagni fissando lo sguardo,
fremendo di sete di mare.

23.I.1977

   

    

   

 

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