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Dario Chioli

SU TUTTI I VOLTI AMANTI

Poesie tra due millenni

   

   

Sommario
1998 2000 2002
    Più nulla da difendere
Giunto da un pezzo ai quaranta Non c'è L'invenzione
Maat Il marinaio è vivo La luna nel pozzo
  Un grande amore Per quanto tu voglia morire
1999 La cattedra degli oratori di Dio La parola più alta
Una barca profumata di resina Del nulla di ogni cosa Capire che il corpo perisce
Una dimentica dolcezza Jalaloddin danzava Forse il verso non è quello
L'uomo nobile avanza lentamente Offerta di fiori Un dono
Le radici nell'aria Tra un millennio e l'altro Mille vite in una
    O terminar di vita
  2001 La canzone del morto
  Il vecchio ronzino Dimmi se sono
  Se me ne vado e vieni Ai taciturni fonti di poesia
  A Mirjana I  
  A Mirjana II  

   

   

   

Giunto da un pezzo ai quaranta

   

Giunto da un pezzo ai quaranta noto
che tutto s’è un po’ svuotato:
svuotata di sogni la testa,
svuotato di piacere il corpo,
svuotata di gente la mia strada.

In tutto tristezza
ma pure verità,
e in questa verità una punta di benessere.

Non più sogni all’orizzonte,
non più speranze,
solo, intravisto, un non facile cammino.

Di compagni
davvero
non molti ne rimangono,
in questo cammino dello spirito
è divenuto un fantasma
quel che pareva vero.

Ma è illecito per noi
perseguire altri intenti,
inconcepibile
l’adulterio del cuore.

Cercare se stessi e dio:
se stessi, sperando che nascosto
in noi giaccia lui,
quello strano virgulto d’essere,
il leone del deserto.

Se queste parole tu dovessi,
amico o amica,
oggi o domani,
in questo mondo o altrove,
sentire,
ascolta la musica che giace sotto di esse,
inaudibile
se non sforzi l’orecchio,
questa inarrivabile luce che sta giù,
invisibile
se non allunghi la testa.

Ma se nel tuo proprio deserto
della tua propria epoca
le vedi e le odi,
sappi allora che perdura,
attraverso tutte le stelle,
tutti i tempi e le anime,
questo nodo di segreto,
questo reciproco amore,
e che per quanto lungi
il tuo deserto possa essere,
prima o poi io e te
vi intrecceremo le dita.

   

5.X.1998

 

   

Maat

   

Credere qualcosa
è proprio una pacchia,
poter dire e contraddire
sicuri di quel che si dice,
leoncelli ruggenti,
splendidi pavoncelli.

Girarsene intorno
affermando il proprio stile:
questo è giusto quello è sbagliato,
questo è da uomo, quello da bestia.

Che piacere
il lusso della civiltà,
il gusto dell’eleganza.

Viene, si sa, il tempo
che l’acrobata non può più
camminare sul filo,
e quando sei raffreddato,
è spiacevole e inelegante
ma bisogna soffiarsi il naso.

E può essere anche
che un giorno semplicemente ti stanchi
di credere a tutto.

Ma tanto è piacevole credere,
quanto è seccante sapere.

Non è infatti che si sappia ciò che si vuole,
proprio no,
si finisce per sapere
solo ciò che annulla il proprio credere.

Il pavone perde le sue piume
e più sai meno appari,
non piaci ai tuoi simili di prima
e non trovi compagni adesso.

Che fare?
Che tiro t’hanno giocato?
Il giocattolo è rotto,
il personaggio che ne godeva
non serve a nulla.

Apri la porta di casa
ed esci fuori,
giù per questo sentiero Maat
con la giusta bilancia
pesa il cuore e una piuma:
così distrutto,
il tuo cuore di prima non pesa.

Ma se lo vorrai,
certo te lo ridarà,
e la bilancia s’incurverà dalla tua parte.
Vecchio cuore, sapore stantio,
l’uccello dell’anima non volerà,
però il gioco riprenderà
finché non morirai
(da idiota).

Se no, sta’ a terra soffrendo
finché non impari a volare,
in fin dei conti non è un cattivo investimento,
gli interessi però
chissà quando li vedrai,
perché la borsa di questo mondo è sempre in perdita,
se in esso vendi le tue azioni ci perderai di sicuro,
e allora prima o poi ci lascerai le piume
(da idiota).

Se invece insisti,
un sacco di cose le dimenticherai,
altre ne ricorderai,
e di Maat la terribile
finirai per innamorarti,
incantato dal suo gesto
eternamente sobrio.

Nel suo palazzo
appena appena visibile
nessun rumore eccessivo,
solo un’adamantina chiarezza,
una veste di brezza,
un silenzio.

E di questo mondo uscendo
dove stai così folle
come non auspicare
la segreta trasmutazione?

Dietro il tuo stesso viso
come non cercare
in fin dei conti l’enigmatico
profilo della pesatrice?

Sguardo offuscato,
mano ignobile,
mente di demone
non l’afferrerà.

Vuoi dunque per queste vie
perdendoti scoprire
il segreto della bilancia,
o ti sgomenta
quella limpida atmosfera?

   

5.X.1998

 

   

Una barca profumata di resina

   

I.

Un usignolo
canta nella notte
celato negli alberi del sogno del mondo
  
Una barca profumata di resina
un'acqua che esce dal cuore
fiume alle stelle propenso
il barcaiolo invisibile
 
Morenti nell'acqua
fior di ninfee che si dissolvono
 
Ma non ho occhi che per il maestoso fluire
non mi attira lo stagno del passato

   

II.

Non fluido ventre di donna
non soffice piumaggio di signori dell'altezza
non guizzare di singolari dominatori nel fondo del mare
ma questo povero nulla
 
Le mie orecchie non odono
i miei denti non addentano
cado giù disteso per il mio letto di sonno privilegiato
le parole della mia bocca menzogna
 
Non ode la parola vera
che il vero
 
Ma chi canta quel canto?
 
La sfumatura uccide il meccanico
la gamma fa impazzire il filosofo
il gusto ridicolizza la spiegazione

   

III.

Esseri fatati sorgono dalle mie ginocchia
ali dietro la mia nuca distendono gli abitanti delle stelle
dalla bocca aperta ninfe di lago occhieggiano cantando
 
Quest'inutile desiderio
d'essere
 
che ricchezza il mondo
che visioni gli occhi
 
non c'è altra strada
per la conoscenza

   

IV.

Abita l'alto
chi sussurra il liquido canto
chi accende il lume della trasparenza
 
Nature opache non possono contemplare
che la propria opacità
parole dense non sanno dire
che la propria densità
pensieri cupi non entrano
che nella propria prigione
 
Ma se un giorno una natura chiara
ti sottrarrà alle spire del tempo
allora nell'etere di una passione folgorante
spiccherai il volo imprevedibile
 
Nascerà la stella
figlia di Gaia e Urano
 
Taceranno
in reverenza stupita
le voci

   

V.

Di te solo una traccia
un graffio sulla roccia dell'universo
 
Un'impressione
la tua sola eredità

   

3.2.1999

 

   

Una dimentica dolcezza

   

I.

Una dimentica dolcezza
un ventoso oblio
 
Parole che non sono state
mai
parlano ora
 
Nuoto
come mai libero
le braccia fluide nel fluido ventre muovono
le pale del mulino girano
io mi disseto
 
Umido occhio
di pioggia di fauno di belva
di lungi apparso
furtivo

   

II.

Fu quel che non è
e molto di ciò che è
non sarà più
 
Che meraviglia scomparire
di esseri stelle cose
svanire nell'ignoto la forma
fatti vuoto i pieni
 
Ora non più tardiamo
via via
felici coloro
che non perseguita il ricordo dei posteri
 
Il contrario del cercato
è il trovato
 
Pallide nuvole tifoni luna piena
nessuno sa
ciò che gli serba il cielo

   

III.

Un volto che conosco
un'aria che ho già sentito
fluido corpo dell'anima
vergine sorella
madre di tutti i sacri pensieri
 
Cadono da me le scaglie
nuovo e chiaro mi poso
carne di bambino
occhio vuoto
 
Madre del mondo
luminosa Sofia
dall'abbandono della mia potenza
tu nasci
potenza del mio abbandono
 
Madre del padre
sorella divina del mistero
 
Perché tutti i cinti
del serto del mistero
fratelli e sorelle già
furono dentro il fonte del tempo

   

IV.

Su tutti i volti amanti
nel gorgheggio dei cantori del mattino
nel serpentino scatto del pensiero che conosce
ti riconosco
 
Nel sommesso fruscio della brezza
nel sogno eroico
nel cedere
ti riconosco
 
Nell'amore che trasforma il sentire
nelle città scomparse
nella sabbia ardente che le copre
ti riconosco
 
Non v'è conoscenza
né canto
se non è il tuo pensiero a conoscere
se non è la tua mano che suona
 
Lieve è il più grande mistero
non l'odono in molti
 
La corsa ci assorda
il grido ci oscura

   

V.

Se tendi la mano
con fluidi amori ti avvolge
la dolce sapienza, ti afferra
con lieve carezza
e tu guardi
con gran meraviglia che l'occhio
che un giorno vedeva s'è chiuso
che l'occhio
che prima dormiva ora splende
che irradia da esso la sacra
sorella del cielo
 
Una vita s'è chiusa una vita
s'è aperta - che gran nostalgia
sapere che è solo un istante
che il mondo del sogno ci afferra
di nuovo e di nuovo

   

VI.

Infine
sul ponte Cinvat troveremo
la soglia del cielo
 
vestiti di nulla
come del manto più splendido
 
del serpe le pelli caduche
vedendo rotolare nel mondo
 
guidandoci il fulmine
nel fulgido cielo

   

26.III.1999

 

   

L'uomo nobile avanza lentamente

   

I.

L'uomo nobile avanza lentamente
Più avanza più tace
 
Tacendo comunica col mondo
Comunicando col mondo raggiunge la verità
 
Raggiungendo la verità torna donde è partito
Tornando donde è partito gioisce intensamente

   

II.

I metodi celano piccoli segreti
Senza metodo si svela il gran segreto
 
Per  paura di non trovare si tracciano strade
ma l'uomo nobile è a suo agio nei boschi
 
Sapendo dove si va non si va da nessuna parte
ma chi s'affida allo spirito trova la sua dimora

   

III.

Per paura di sbagliare si coniano parole particolari
la mente è tutta presa da tali parole
 
Il saggio svegliandosi al mattino
ha la nuda percezione del mondo
 
Se parla vede le parole
guizzare come pesci liberi nel mare
 
Le chiude allora nella rete del silenzio
di molte facce un unico sorriso

   

IV.

Di mille cose indagando la ragione
mi sono persuaso che è meglio guardare
 
Meglio guardare che intendere
meglio vivere che interpretare
 
Se lo guardi lo spirito è contento
se è contento lo spirito tutto è meraviglia
 
La meraviglia è un sapere migliore
di tutte le graticole su cui brucia il pensiero

   

V.

Gli occhi per guardare lo spirito
sono i tuoi occhi
 
La mente per intendere lo spirito
è la tua mente
 
La mano per afferrare lo spirito
è la tua mano
 
Ma certo sarebbe meglio
che tu incontrassi lo spirito

   

VI.

Per incontrare quello strano personaggio
bisogna essere altrettanto strani
 
Il difficile sta nel capire
che cos'è la stranezza
 
Stranezza è il respiro del mondo
fiume intenso
 
Attingendo al cielo
la terra si feconda
 
Attingendo al fiume
il cielo si feconda
 
Sii fiume terra cielo
respirando
 
Quello che nessuno ricorda
fiorellin di prato
 
Nessuno ricorda lo spirito
nessuno ricordi quel che è in te
 
Nell'oblio fratelli
ignota gioia

   

VII.

Silenzio e nel silenzio una fame
in questa fame quanta sazietà
 
Digiuno e nel digiuno un cibo
cotto al fuoco del silenzio
 
Cecità e nella cecità una parola
che lo straniero ha pronunciato in mondi lontani

   

7.V.1999

 

   

Le radici nell'aria

   

I.

Due modi per comunicare hanno gli uomini:
la parola e il silenzio.
 
Con la parola gli uomini s'allontanano;
con il silenzio non s'avvicinano.

   

II.

La parola è duplice;
il silenzio è duplice.
 
La parola articolata e la parola inarticolata,
il silenzio dell'assenza e il silenzio della presenza.

   

III.

La parola articolata è duplice,
la parola inarticolata è duplice;
duplice è il silenzio dell'assenza,
duplice il silenzio della presenza.
 
La parola articolata può essere insipida o sapida,
la parola inarticolata può essere debole o forte;
il silenzio dell'assenza può essere doloroso o gioioso,
il silenzio della presenza può essere umano o divino.
 
La parola insipida è quella detta per caso, per follia, per obbligo;
la parola sapida è quella motivata, saggia, illuminante.
La parola debole è il grido di chi si arrende, di chi soffre passioni;
la parola forte è il grido di chi combatte, di chi gioisce delle proprie vittorie.
 
Il silenzio doloroso è la distruzione delle forme;
il silenzio gioioso è la consapevolezza che proviene dalla distruzione delle forme.
Il silenzio umano è addentrarsi nel sentiero inespresso;
il silenzio divino è stare di qua e di là secondo i dettami della volontà inespressa.

   

IV.

I dettami della volontà inespressa si carpiscono dal vento:
se il vento scema ti fermi, se accelera ti affretti.
 
Carpire dal vento è facile e difficile;
seguirne il ritmo è sublime passione.
 
Per udire lievi brezze bisogna tacere;
per reggere il ciclone bisogna starne al centro.

   

V.

Tre cose vi sono nella tua coscienza:
ciò che sai, ciò che non sai e ciò che non sai se sai.
 
Vi è chi s'attacca al sapere e ne gode
finché dura.
 
Vi è chi s'attacca al non sapere e ne gode
finché dura.
 
Vi è chi non s'attacca perché non sa dove attaccarsi
e quello dura.
 
Chi non mente è trascinato dal vento del nulla
mentre chi mente è distrutto dal vento del nulla.
 
Chi mente ha messo radice nel mondo mortale,
chi non mente ha posto radici aeree.
 
Le radici del mondo mortale
sono fatte per essere strappate.
 
Le radici nell'aria
sono fatte per giocare col vento.

   

VI.

Cinque sono i sensi,
uno il vento che li nutre.
 
Cinque le sapienze,
una l'amante che le nutre.
 
Chi possiede cinque cose
le perderà tutte.
 
Chi tutte le ha donate
è per sempre in ognuna di esse.
 
Una è l'amante,
uno l'amore.
 
Il vento è la parola ultima:
il corpo dell'abbandono è infinito.

   

VII.

Sette sono i giorni con cui scandisci il tempo,
uno però è il tempo stesso.
 
Quest'uno se lo cerchi non lo trovi
e così è per tutto.
 
La natura del tempo non è chiara,
e non è chiara la natura della mente.
 
Dalla parola articolata insipida
risali alla sapida,
da questa all'inarticolata debole
e da questa alla forte,
da questa al silenzio dell'assenza doloroso
e da questo al gioioso,
da questo al silenzio della presenza umano
e da questo al divino.
 
In questo sentiero più volte
le domande cambieranno.
 
La divina presenza
è la cosa più chiara,
eppure è fosca notte
per la mente destinata alla morte.
 
Chi vuole una facile chiarezza
distrugge la propria vita.
 
Chi vuole un facile onore
perde il proprio nome.
 
Se il mondo è un sogno è certo che tale sogno
è stato sognato da un vero artista del sogno.

   

VIII.

Profondo sonno, sogno e risveglio
sono tre volte legati al nostro essere.
 
Una prima volta al corpo,
che dorme, sogna e veglia.
 
Una seconda volta alla parola,
che dorme, sogna e veglia.
 
Una terza volta al silenzio,
che dorme, sogna e veglia.
 
Il sonno del corpo è l'universo,
il sogno del corpo è la mente,
il risveglio del corpo è la sofferenza.
 
Il sonno della parola è la parola articolata insipida,
il sogno è quella sapida,
il risveglio è l'inarticolata debole.
 
Il sonno del silenzio è l'inarticolata forte,
il sogno il silenzio dell'assenza doloroso,
il risveglio quello gioioso.
 
Oltre a questi nove ci s'incammina per il sentiero della presenza
dove sopravanza se stesso chi se stesso abbandona,
nella propria presenza trovando il lume segreto del dio.

   

IX.

Di là da tutto
resta l'inespresso.
 
Sfugge chi afferra,
dolce si dà a chi lascia.
 
Se davvero non lo trovi,
sei su una buona strada.
 
Realtà che consistono nel donarsi
non possono essere comprate nel mercato della tua mente.

   

17.V.1999

 

   

Non c'è

   

Non c'è sé, non c'è io,
solo il dono della tua mano.
 
Non c'è isola, non c'è mare,
solo la scia del tuo passaggio.
 
Non c'è ieri, non c'è domani,
solo l'arte del tuo apparire.

   

30.III.2000

 

   

Il marinaio è vivo

   

Sulla nave della mente
m'inoltro nel mare interno dell'anima.
 
Mille correnti s'incrociano,
la nave è molte volte scossa.
 
Non so se sia vero quel mare,
o vera la nave, o le correnti.
 
Ma so che il marinaio è vivo
e nobile persegue il suo cammino.

   

30.III.2000

 

   

Un grande amore

   

Un grande amore perdura senza segni
do tutti i miracoli del mondo
per questo
tutte le visioni del mondo
per questo
 
Su questo cammino gli angeli tacciono
guardano meravigliati
un po' indietro
 
In ognuno dei tuoi volti
amico
non vedo che nuvole.
 
Ma la mia visione non è una visione
sono dietro me stesso
 
So che l'amore non ha corpo
né viso né sensi
 
Dietro tutto dentro tutto

   

17.VI.2000

 

   

La cattedra degli oratori di Dio

   

Un solo accenno nella lingua degli uomini
uno qualsiasi in una qualsiasi
e scende su di me
il sopraffacimento d'amore
 
Amo e neppure lo riconosco
nessuna delle molte lingue della mia mente parla amore
 
Una lingua che parla amore
chi la parla?
 
La cattedra degli oratori di Dio
suona per il gran silenzio
in questo mondo
 
Grandi parole poca cosa
il cuore geme e attraversa mondi
che neppure conosce
 
Palinsesti così strani
sotto l'apparenza del mondo

   

17.VI.2000

 

   

Del nulla di ogni cosa

   

Del nulla di ogni cosa
è grande il segreto
 
Amore sta nascendo
dove nessuno vuole

   

17.VI.2000

 

   

Jalaloddin danzava

   

Jalaloddin danzava
non poteva spiegare
quest'intenso mistero del vento
raccolto tra le chiome
dell'albero del cuore
 
Sta' sotto e riposa
tutto va ma tu sta'
Se di tutto viene il nulla
parlerai allora
di colui che sopravvive a tutto

   

17.VI.2000

 

   

Offerta di fiori

   

I.

Non ho nessun messaggio
solo un cammino da compiere
secondo una decisione da prendere
non ancora svelata
 
Se guardo nel centro del vortice
quanta misura d'attesa
quanta misura d'inganno
ci vedo
 
E tuttavia c'è un giardino
dove gli sguardi s'incontrano
di tanto in tanto, furtivi
da dietro le spalle del mondo
 
Non è così semplice andarvi
ed ancor meno sostarvi
ma forse è persino impossibile
non capitarci per caso
 
Ci capiti in un giorno di pioggia
se perdi la strada
oppure col sole splendente
se scordi la via
 
E lì nell'oblio si nasconde
quel che ripetere è vano
perché ripetuto è già morto
da sempre da sempre
 
Non è così facile andarvi
amore vi porta ed è porta
l'amore ed importa
scordare ogni strada già nota

   

II.

La chiave che apre quel sogno
è ancora da fare o è già fatta?
mi chiedo e non so cosa dire
e nessuno può dire
 
So solo in un giorno di pioggia
percorrere il manto del cielo
con gli occhi offuscati e la mente
offuscata
 
So anche avvertire stanchezza
per tutto quanto ho operato
sentire fatica del noto
e nell'ignoto svanire
 
So anche che quanto è sottile
lo coglie ragione non densa
di sotto pesanti passioni
levissimo sguardo
 
E udire una nota che salva
nel tristo frastuono del mondo
so anche possibile a volte
se taccio
 
E allora un'offerta di fiori
dai mille colori è la vita
e nulla più turba - mi dico -
nessuno

   

2.XI.2000

 

   

Tra un millennio e l'altro

   

Tra un istante e l'altro
tra una soglia e l'altra
ospiti inattesi
 
Non vedo
tra un pensiero e l'altro
legame
 
Non vedo
tra un amore e l'altro
ritorno
 
Spazi improvvisi
cieli illeciti
non mi è chiaro il domani
 
In assente chiarezza
arde un gioco
di impensata dolcezza
 
Per noi oggi
il viaggio di vivere
è questo

   

31.XII.2000

 

   

Il vecchio ronzino

(sul proprio quarantacinquesimo compleanno domani)

   

Non festeggio l'uomo terreno
con le sue vaste chiacchiere
ma il sogno che in una notte d'inverno
sbocciò nel mondo a percorrere
impensabili spazi tra le sere e i giorni
fievoli addii e densi arrivederci
 
fatto di ricordi e scoperte
di lasciti e ritorni
 
Non festeggio gli anni della nobile carcassa
ma i magici cunicoli scavati dal pensiero
entro cui nascosta
siede silente la madre
 
gli istanti che svelano
le ore non grigie
i brindisi
 
Non festeggio il resistere e il correre
ma il giocare attento
agli scacchi della morte
sola guida
 
quello
che nessuno può togliere
perché la luce vera vien dal togliere
e da questo togliere
nessuno rasperà via niente
 
Non m'importa nulla
dei miei decenni e quinquenni
né m'importa la storia
di me stesso o m'angustia
il dilemma futuro
 
Conosco entro la valle dell'angoscia
un passaggio ignoto a chi costeggia in alto
e so che esiste una strana porticina
che di lungi non scorgi
ma s'apre al solo toccarla
 
Conosco fiori magici
e alberi della visione
 
e che quant'è non pare
e viceversa
 
E i mille ardenti destrieri in fuga so che non gusteranno mai
il segreto elisir che risana il vecchio ronzino
abbandonato per sprezzo nel fondo della valle.

   

27.I.2001

 

   

Se me ne vado e vieni

   

I ragionevoli
fermi
e i maghi che inseguono il destino
prigionieri
 
Vera magia è lo starsene
partecipi del dono
in cuore acqua forte
di cascata
 
Immemore
contemplo a occhi chiusi il cielo
 
Non ho parole da dire
né cerchi per circondare lo spirito
Non ho nulla da fare
 
Il vivente e il morente
due generi diversi
 
Se me ne vado e vieni
qualcosa muterà

   

8.X.2001

 

   

A Mirjana I

   

Ogni giorno,
ogni ora che passa
sempre più t'amo.
Tutto l'amore del mondo è mio,
tutto l'amore di Dio.
 
Ogni ora,
ogni istante che passa
sempre più ti cerco.
Tutto il cielo e lo spazio,
tutto il sogno del mondo è mio.
 
Ogni sguardo di te,
ogni gesto che colgo
sempre più m'afferra.
Tutto il sole e il deserto,
tutto il canto del mondo è mio.

   

16.XII.2001

 

   

A Mirjana II

   

Passano gli anni, sì, passano,
e la morte, si sa, s'approssima.
Ma forse farò le valige,
e non mi troverà.
 
Nelle valige infilerò me stesso
e le spedirò da te.
Lì non mi afferrerà la morte.
 
Se poi lo vuoi, ti renderò il favore,
io da te e tu da me,
e la morte a inseguirci.
 
Se perdo me stesso,
chi afferrerà?
E se tu perdi te stessa,
da chi correrà?
 
Sempre più t'amo
e sempre più invisibile divento
(se sparisco non morirò,
e non m'importa, con te,
più d'apparire).

   

16.XII.2001

 

   

Più nulla da difendere

   

Solo davanti allo specchio
peli bianchi nella barba
mai così bene ho saputo
che dovrò morire
 
Ma non è credetemi
una paura un tormento
è volgere al vento
un cuore ricco di finestre aperte
 
E non è credetemi che desideri
compassione
non io ma il mondo
ne ha bisogno
 
Che chiarità tra le foschie
che luce tra le cupole del sogno
Io qui per pochi istanti
vivo e leggo e scrivo
 
Non so a che serva farlo non so
quel che Dio ha voluto dire
in quest’abitarmi di nulla
 
In testa non ho più niente
ragiono con l’esperienza
 
Memoria e sensazione
perdita e attesa
 
E se qualche idea c’è ancora
penso che infine la perderò
così non avrò più nulla da difendere
nel mondo dei liberi innalzantisi

   

4.2.2002

 

   

L’invenzione

   

Perché vieni ogni tanto
e così spesso te ne vai?

Non è facile dire qualcosa
a chi è tanto sovente via.
 
Perché vieni ogni tanto
e così spesso te ne vai?

Non sempre la memoria soccorre
se l’occasione è troppo breve.
 
Perché vieni ogni tanto
e così spesso te ne vai?

Non so che dire agli altri
di un così astuto fuggitivo.
 
Perché vieni ogni tanto
e così spesso te ne vai?

Non so convincerli che so
come cigola e s’apre la porta.
 
Perché vieni ogni tanto
e così spesso te ne vai?

Vuoi che credano un’invenzione
il tuo segreto e il mio?

   

4.2.2002

 

   

La luna nel pozzo

   

Vive a lungo chi è stanco
Muore chi non ha neppure vissuto
La gente ha mille spiegazioni per questo
Quanti centimetri è larga la luna nel pozzo?
 
Eredi di un passato ignoto
Padri di un futuro imprevisto
Sappiamo soltanto
Che siamo vivi
 
E non sappiamo se è il caso
Di perder tempo a guardare il bicchiere
O se è meglio bere il vino
Quest’oggi

   

4.2.2002

 

   

Per quanto tu voglia morire

   

Per quanto tu voglia
morire, sospetto
che in qualche parte tu celi
un desiderio di canto
 
E allora raggiungimi presto
e brinderemo alla luna
che va e viene e incanta la terra
eppur non è sazia d’andare
 
Patisci perché vuoi tenere
con te mille nomi di pianto
ma sciogli il tuo cuore e la mente
sia vuota e deserta
 
E allora raggiungimi presto
perché brinderemo alle stelle
ai soli di mondi lontani
che ignoti trascorrono il cielo

   

4.2.2002

 

   

La parola più alta

   

La parola più alta, o Dio,
io non la voglio dire
in questo mondo fuggevole,
di opaco mormorio.

Giace nel dì che avviso,
presentimento fievole,
mentre m'attardo a seguire
refolo arcano improvviso.

 

11.XI.2002

   

   

Capire che il corpo perisce

   

Capire che il corpo perisce
con una certa ironia,
sapere che il vento scolpisce
nel monte interiore una via,
e infine aver preso coscienza
che il mondo di noi può far senza
ma che non c'impone la sorte
di chiudere tutte le porte,
e che di taluno è smarrita
memoria, ma eterna la vita.

 

11.XI.2002

   

   

Forse il verso non è quello

   

Forse il verso non è quello
giovane, bello
d'un tempo.

Forse la speranza non è tale
né così tanto vale
il corpo.

Ma passa, la vedo, una nave
lenta nell'anima, grave,
quest'oggi.

Una mano incorporea lieve
mi fa un cenno breve
adesso.

E so che qualcuno mi attende,
ed è già domani, e si fende
l'anima.

   

11.XI.2002

   

   

Un dono

   

Non ti seppi trattenere,
scoraggiato di vedere
che quanto capivo era
più grande del mio capire.

Come un amore implicito
che fatica ad apparire,
perché l'oggetto gli sembra
imprendibile e vicino.

Ma in questo fuggire d'anni
c'era, occulta, una ragione,
c'era un difficile dono:
quello di ciò che sono.

   

11.XI.2002

   

   

Mille vite in una

   

Mille vite in una. Meno male
che infine si muore, si va
dall'una nell'altra stanza.

O benedetta incostanza
della sorte che ci trasporta
di là da una storia morta.

Nuove luci, nuovi suoni
nel mondo delle visioni
che a chiudere gli occhi sento
esplodere nel mondo spento.

   

11.XI.2002

   

   

O terminar di vita

   

O terminar di vita, o luce
smarrita, e di là poi risorta,
o storta, e raddrizzata via,
o morte mia!

O amante
immagine d'eterno istante,
o diamante
che ogni pietra di dolore incidi
e recidi
ogni legame!

O lame
del dolore che prende
chi a te scende, chi ascende
verso l'ignoto!

O noto
sorriso dell'abbandonare
quanto infine non ti può legare!

   

11.XI.2002

   

   

La canzone del morto

   

Stanotte nulla
m'accarezza il cuore
eppure vengo a te
pieno di sogni.

Uno in me è quasi morto
e l'altro è vivo.
Quant'è strano! Nessuno
sa la canzone del morto.

Saper vivere forse non è facile
ma è quasi indispensabile.
Molti ci riescono,
nascono, crescono.

Ma saper di morire
e non soffrire
possono solo gli amanti,
i pazzi, i santi.

   

11.XI.2002

   

   

Dimmi se sono

   

Ora che è tardi e me ne vado a letto
celo nel petto una dimenticanza.

Non ho memoria, non ho più ricordo:
dimmi chi sono, o Dio, dimmi se sono.

Ma se alla fine mi risponderai,
col tuo occhio il mio orecchio sfonderai

e in quel momento non saprò neppure
d'essere stato.

   

11.XI.2002

   

   

Ai taciturni fonti di poesia

   

Ai taciturni fonti di poesia
mi volgo, e ascolto,
tremante e dolce,
appassionato e povero.

Senza difese innanzi a voi
m'inchino.

Sorgete ancora,
o arcani vati,
o soli del mattino!

   

11.XI.2002

   

 

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