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IL NULLA DI GIOBBE

Dario Chioli

   

   

Di fronte a Dio nessuno è esperto. Di conseguenza chi se ne crede esperto è un povero pazzo. Questo è ciò che la Qabbalà indica mediante il termine ’Ayin, Nulla: Dio è un Nulla per chi vuole afferrarlo, retrocede indefinitamente da chi vuole comprenderlo.

Ne viene che non è in alcun modo attendibile, mai, l’erudito su Dio, in quanto erudito. Questo crea un grosso, strano problema: se chi parla di Dio non è dotto, la sua parola ne risente, ma se è dotto, non vale niente. Per questo Dio è ’Ayin, Nulla. È un gran giocatore, l’Inarrivabile, ti sposta per una strada che non conosci, ma se t’affezioni alla strada, te la lascia, e la strada del Nulla è nulla.

Mentre scrivo questa pagina sono vittima di una delle mie periodiche influenze. Se credessi esclusivamente in uno stile affermativo, positivo, di avvicinamento a Dio, sarei a mal partito. Si riesce ad essere affermativi e positivi, infatti, solo quando si sta bene. Basta qualche batterio di troppo ed è finita la saggezza che ci fa sorridere di fronte alle sventure. Perché c’è una saggezza dell’uomo sano e felice, che non va disprezzata, ma dietro a questa, ragione di essa, c’è una più radicale saggezza dell’uomo, senza di cui non si resisterebbe alle prove della vita.

L’uomo sano e felice gode giustamente delle forme, i suoi sensi vengono soddisfatti, la sua mente è composta armonicamente, tutto ciò determina un piacere interiore, essendo felice e sano può aiutare gli altri, e così ulteriormente s’arricchisce. Così faceva Giobbe.

Ad un tratto però Giobbe perde tutto. Cosa perde? Tutte le forme, tutti i piaceri. Cosa gli rimane? Nulla, ’Ayin. Le forme si sono dissolte nella loro origine. I suoi amici che non conoscono quanto lui vive, cercano cause, spiegazioni, ma Giobbe le rifiuta come false, e si confronta con la faccia del Nulla. Quando cesserai di tener lo sguardo fisso su me? (Giobbe 7,19) Perché Giobbe ha perso tutto? Perché Satàn, l’avversario, ha scommesso con Dio che Giobbe non sarebbe durato oltre le forme e i piaceri della vita. Toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia (Gb 2,5). Ma Giobbe resiste, dà torto a coloro di cui sa che hanno torto, e interroga il Nulla. Fammi sapere perché contendi meco! (Gb 10,2) E il Nulla lo giustifica, e gli ritrova la sua fortuna. Ma come lo giustifica, il Nulla? ’Ayin dice: Non sai chi sono... Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno? (Gb 38,2)... io sono la fonte di tutto, sono l’Infinito, ’Ensòf. La forma, la delimitazione, la causa e l’effetto in me si dissolvono, in me hanno radice, in me hanno luce: ’ensòf ’Or: luce infinita.

Dio ha scommesso con l’avversario per favorire Giobbe: Giobbe era un uomo giusto, ma dovette constatare che la giustizia dell’uomo non è un merito, ma solo la libera grazia del Nulla. Il mio orecchio avea sentito parlar di te ma ora l’occhio mio t’ha veduto (Gb 42,5). Non valsero le ragioni dei suoi critici: Non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe (Gb 42,8). Nulla aveva fatto di male Giobbe, e quand’anche qualcosa avesse fatto, Dio perdona molte cose, e non per quello gli indusse la sventura. Chi cerca una causa alle proprie sventure confida nel mondo fenomenico, ma il mondo fenomenico senza le sue radici di Nulla è una semplice illusione. Non che sia un’illusione: è illusione se si sono tagliate le radici che collegano al Nulla, perché il taglio non può che essere illusorio, l’albero non può mai essere sradicato.

E allora? Allora io sono qui, preda di qualche invisibile batterio. Se cerco in me la gioia, non sempre riesco a trovarla; se cerco la lucidità, non la scopro; se cerco la saggezza, mi sembro un folle. Il corpo è dolente, respiro male, la mia mente cerca di calmarsi coi sogni e le speranze più fantastiche, ma non funziona e ben so che non serve a nulla; se ho concepito modi per essere divino, constato la mia meschinità; e mi spaventerebbe pensare cosa potrebbe succedere con qualche più grave malattia, se...

Se non sapessi da qualche parte del mio essere che vi è un polo di Nulla, imperscrutabilmente denso, di fronte a cui ogni pienezza è misera. ’Ayin: quando tutto crolla, permane, permane di là dalla tua umanità...

Perché tramite ’Ayin raggiungi ’Ensòf: passi dal Nulla nell’Infinito, nella contrazione di Dio (tzimtzùm) fonte d’ogni forma. È lì la strada per il cielo, ovvero per la consapevolezza di là da ogni forma: stare nel Nulla senza affermare né negare, senza accettare né rifiutare, senza godere né soffrire, senza entrare né uscire.

Intendiamoci: la mente continua ad affermare e negare, perché questa è la sua natura, i sensi seguitano a reagire alle sensazioni e tutte le eco del passato a far sentire la propria voce, ma ciò nonostante c’è come un magnete in te che tutto dissocia, che di tutto ti mostra l’irrealtà, la non magneticità. Tu peraltro sai bene quando il magnete prende su di sé qualcosa, lo avverti senza gioia e senza dolore, come la sensazione d’esser più leggero, di aver perso qualcosa, qualcosa di cui puoi benissimo fare a meno.

Cosa hai perso? Cosa devi perdere? La Qabbalà le chiama qelippòth, gusci, scorze, le strutture isolanti che mantengono ognuna per sé la tua illusione di io.

   

[31.I.1998]

   

   

 

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