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I VIOLA

Mirjana Zarifovic

  

Certo che avrebbe voluto prendersi cura di lei. Le avrebbe regalato dei gioielli, era una cosa che gli piaceva.

Ma non accadde, e da allora passarono molti anni. Quel desiderio, l'espressione materiale dell'eros unito alla devozione a lei, che credeva non sarebbe mai venuta meno, si era andato esaurendo, o meglio, viveva ancora timidamente in una zona del tutto diversa dove con il tempo si era trasferito: sì, lei dormiva ancora accanto a lui, nuda e liscia come allora, ma quel desiderio di vedere brillare le luci accese nelle pietre colorate sul suo collo e attorno ai suoi polsi, ora stava insieme ad altre sue brame di possedere valori e rarità, come tappeti, quadri, manoscritti, mappe di tesori mai trovati, specchi magici, penne di uccelli rari, polveri di stelle. Si trattava di desideri urgenti, e lei era stata dimenticata.

Erano trascorsi in questo modo quattordici anni di giorni sempre uguali, giorni di attesa e di speranza, o di paura, di cui la speranza si vestiva. Quel mattino portarono un arazzo nuovo, e mentre lui si intratteneva con il corriere, prima ancora di vedere un altro meraviglioso unicorno su un altro meraviglioso sfondo fiorito, lei si vestì in fretta e uscì. Per quel giorno si attendeva ancora un pacco, da New York sarebbe arrivato un antico orologio da tavolo, acquistato via e-mail da Tiffany, e data l'ansia con cui lui lo attendeva, la sua assenza sarebbe passata inosservata.

   

Il fiume scorreva appena un poco inquieto, e quando ad un certo punto iniziò ad emanare un odore sgradevole, lei scelse un altro sentiero. Del resto, stava camminando nella direzione opposta alla corrente, e durante tutto il percorso aveva avuto la sensazione, guardando il fiume, che quella superficie scura in movimento le attraversasse il ventre come un'ampia lama.

I Viola, fratello e sorella, la attendevano.

   

* * *

   

In quella casa, una volta arredata in modo opulento, ormai era rimasto ben poco: qualche specchiera barocca, un divanetto liso accostato al muro del corridoio, un grande tavolo da lavoro appartenuto al padre dei Viola, noto avvocato, e poi, nel soggiorno, un tavolino intarsiato e alcune poltrone, anche esse logore, dove sedevano Laura e Marcello e la aspettavano.

Così, nella penombra, i due si assomigliavano ancora di più del solito, e a chiunque li avesse osservati anche solo brevemente sarebbe stato subito chiaro che il loro modo di intendersi era qualcosa di molto speciale.

Laura aveva perduto la vista in modo graduale: nata con un difetto al nervo ottico, all'età di dodici anni era già completamente cieca. Fin da bambini, i due fratelli erano stati inseparabili e, con l'aggravarsi della salute della sorella, Marcello le era divenuto  ancora più devoto. Né nell'adolescenza né più tardi mostrò mai interesse alcuno per un'altra donna. Dopo la morte del padre vissero sempre soli e in breve tempo smisero di frequentare la maggior parte degli amici e dei parenti, conducendo un'esistenza chiusa agli sguardi del mondo.

La loro bellezza era sorprendente, aerea e selvaggia nello stesso tempo e, in quella casa priva di vita, sembravano viaggiatori in sosta, ribelli e impazienti di ripartire.

Lo stesso fuoco ardeva in entrambi ma, stranamente, per quanto intenso, rendeva Laura calma, lasciando Marcello febbrile e spossato. 

Non appena Caterina entrò, lui si alzò di scatto e le strinse le mani. Ci restano cinque, al massimo sei giorni, le disse, e il vento è sempre più forte…

Lei non rispose e guardò verso Laura, notando, come fosse la prima volta, quanto fosse bello il suo profilo. Indossava un abito di taglio orientale, con piccole rose nere su sfondo bianco. Aveva lasciato liberi i suoi folti capelli, e questi le cadevano sulle spalle e sulla schiena formando boccoli e onde. Guardava verso Caterina senza vederla e sembrava felice. Sul tavolino accanto a lei erano posati due bicchieri contenenti un liquido di colore verde. È vero, disse con voce argentina, il vento sta muovendo i rami in modo violento, e l'ora è giunta, Caterina…

Sì, allora era proprio vero, tutto era stato vero, pensò Caterina, e sentì una sola scossa di dolore che la costrinse a sedersi. Aveva sperato tante volte che si fosse trattato di un sogno, di una farneticazione di due esseri troppo diversi per potersi adattare alle regole della vita, lo aveva sperato accettando tuttavia la loro bizzarra decisione e restando loro vicina. E capiva che questo dolore lo provava solo per se stessa, perché senza di loro la sua vita sarebbe rimasta vuota e priva di senso. Che cosa avrebbe fatto senza Laura e Marcello?

E quante volte, quante volte avrebbe voluto contraddire Laura e dirle di non credere… come poteva un'immagine, sia pure viva, sia pure l'unica rimasta, essere più vera di tutto il resto, di lei , di Marcello, di tutti i suoni e di tutti i profumi di questo mondo, sia pure viventi nel buio?

Ma Laura era fermamente decisa, e da quando quell'immagine si era formata nella sua mente, che da troppo tempo non ne vedeva più alcuna, da quando le tornava ossessivamente e tanto viva da poter sentire i rami piegarsi nel vento, e sentire la frescura di quel cielo tanto alto, nulla avrebbe potuto cambiare il suo pensiero. Da quando aveva avuto in dono quella visione che la chiamava a sé, sembrava rinata a una nuova vita. Aveva comunicato ad entrambi, prima a Marcello e poi a lei, la sua decisione, e anche Marcello, che non desiderava altro che la felicità di Laura e si illuminava per ogni suo moto di gioia, dopo un po' finì per esserne convinto. Quella immagine le era stata mandata, diceva Laura, ed era in realtà una porta. Si trattava solo di prepararsi, e di riconoscere il momento in cui il passaggio poteva compiersi, e lei lo avrebbe compiuto insieme a Marcello.

I tre stavano ora in silenzio. Per Caterina era impossibile iniziare un qualsiasi discorso e neppure trovava la forza per alzarsi ed andarsene. Guardava i due fratelli, ora l'uno ora l'altro, che lontani dal provare imbarazzo per il loro silenzio e la loro intimità, sorseggiavano il liquore verde, seduti l'uno accanto all'altra. Purtroppo e fortunatamente, il liquore non poteva essere offerto all'ospite, trattandosi di una sostanza particolare, di cui facevano uso da un po' di tempo e che avrebbe facilitato la loro partenza.

   

[2006]

   

   


Mirjana Zarifovic vive e lavora a Torino, ed è nata nel 1960 a Labin, l'italiana  Albona, cittadina dell'Istria che fu dapprima veneziana e poi di volta in volta austriaca, italiana, iugoslava ed infine croata. 
Ha esposto le sue opere pittoriche in diverse mostre collettive e personali: 1984, Chivasso, personale; 1993, Torino, collettiva; 1994, Torino, collettiva; 1995, Torino, collettiva; 1996, Torino, collettiva; 1997, Torino, collettiva; 1999, Torino, collettiva; 2000, Torino, personale; 2000, Torino, collettiva; 2001, Torino, personale.
Cinque suoi disegni di ispirazione esoterica illustrano il libro Percorsi nella qabbalà di Dario Chioli, edito nel 2000  da Magnanelli di Torino.
Ha partecipato all'iniziativa "L'ho dipinto con…" organizzata dal Comune e dalla Provincia di Torino.
Nel 2001 si è dedicata ad una particolare forma di scultura con i Giardini di Pietra.
In quanto scrittrice ha pubblicato su SuperZeko alcune delle sue poesie, il breve testo Dipingere visioni (che è stato tradotto anche in spagnolo: Pintar visiones), i Ricordi di Albona, e le prose Il tempo, Se avessi un pappagallo, La madre, Ptica, La casa rosa, I Viola.

   

   

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