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IL TEMPO

Mirjana Zarifovic

  

Il tempo. La proteggeva il tempo. Le posava attorno superfici chiare e intatte, che stavano, leggermente vibranti, a mezz’aria. Lei non sapeva che cosa fossero ma capiva che erano parte di quanto stava avvenendo, e capiva che erano lì proprio perché il tutto stava compiendosi nel modo giusto.

In altri giorni, le srotolava invisibili sentieri, il tempo. E non era necessario che li percorresse. Niente affatto. Sentieri di campagna, polverosi e duri, dove non è possibile incontrare alcuno, né all’alba né al tramonto. Del resto, era proprio così che dovevano svolgersi le cose, senza incontri, in solitudine.

E come le era chiaro che cosa da lei si volesse, cosa il tempo da lei volesse. Non si accorgeva nemmeno che stava attendendo, tanto le era nuovo e caro ascoltarne la voce, profonda e calma, e severa. Il tempo era vasto. Sembrava che in esso accadessero giorni, cambiassero luci, ma lei ne sentiva soprattutto la vastità, ed era per lei come amare.

E quasi non aveva più bisogno di nulla. Se qualcosa doveva accadere e poi per le circostanze più varie non si compiva, non sentiva in sé moti di dispiacere. Andava bene anche così. Anzi forse era meglio così, senza le cose e i suoni che ingombravano ciò che senza di essi splendeva in un modo, per lei, più attraente.

Mangiava poco. E anche ciò, rinunciare al cibo, le sembrava semplice e naturale. E si sentiva leggera. Sognava tantissimo, ma non li ricordava, i sogni, e ne capiva il motivo. Erano tutti sogni che dovevano andarsene, ormai inutili. Tutto ciò che sostava, che offuscava lo splendore del nuovo che stava creando, lei, da sola, in se stessa, con se stessa, doveva andarsene, L’acqua non avrebbe potuto imprigionare alcunché, ed era meglio del cibo.

Sicuramente, non le porgeva specchi, il tempo. La bellezza delle forme visibili la attraeva assai poco. L’assenza era più diretta, più vibrante. L’assenza di tutto. Talvolta però, ancora, un’oscurità incideva improvvisa il suo sguardo, e lei sapeva, ricordava, che la paura era una delle passioni che più amava e che il pericolo le mancava. “Le sue lunghe mani..., tu tremi fanciulla, tu vuoi tremare...” – “Sì, notte, voglio conoscerti” ricordava.

Ma poi passava. E lei chiudeva gli occhi, e vedeva piegarsi distese di grano, e passava oltre.

“Tu sei, tu sei per noi tutto” - dicevano alcune voci, ma gli specchi rimanevano vuoti, e il suo cuore senza fremiti, perché così voleva il tempo. Il tempo l’aveva posta in cima a quella scalinata, e in cima a quell’altra, e chi chiedeva come, quando era successo che si fosse ritirata così lontana, e perché, non avrebbe avuto altra risposta che il silenzio.

   

[2002]

   

   


Mirjana Zarifovic vive e lavora a Torino, ed è nata nel 1960 a Labin, l'italiana  Albona, cittadina dell'Istria che fu dapprima veneziana e poi di volta in volta austriaca, italiana, iugoslava ed infine croata. 
Ha esposto le sue opere pittoriche in diverse mostre collettive e personali: 1984, Chivasso, personale; 1993, Torino, collettiva; 1994, Torino, collettiva; 1995, Torino, collettiva; 1996, Torino, collettiva; 1997, Torino, collettiva; 1999, Torino, collettiva; 2000, Torino, personale; 2000, Torino, collettiva; 2001, Torino, personale.
Cinque suoi disegni di ispirazione esoterica illustrano il libro Percorsi nella qabbalà di Dario Chioli, edito nel 2000  da Magnanelli di Torino.
Ha partecipato all'iniziativa "L'ho dipinto con…" organizzata dal Comune e dalla Provincia di Torino.
Nel 2001 si è dedicata ad una particolare forma di scultura con i Giardini di Pietra.
In quanto scrittrice ha pubblicato su SuperZeko alcune delle sue poesie, il breve testo Dipingere visioni (che è stato tradotto anche in spagnolo: Pintar visiones), i Ricordi di Albona, e le prose Il tempo, Se avessi un pappagallo, La madre, Ptica, La casa rosa, I Viola.

   

   

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