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LA MADRE

Mirjana Zarifovic

  

La finestra è sospesa. Essa non si apre su un muro verso uno spazio di natura o di città, sta sospesa. Anche se da entrambe le parti vi è spazio e vi è vuoto, il cielo si trova solo dall’altra parte. Da qui, da chi guarda, quel cielo può essere visto. Non è da meno dei più bei cieli che si possano pensare: azzurro, con bianche e morbide nuvole che si spostano lentamente e mutano. È un cielo abbagliante per la sua purezza.

La finestra non è come usualmente sono le finestre, è diversa. I due montanti verticali non si vedono e al loro posto ci sono ghirlande, una per lato, fitte di fiori a forma di campane colorate di un rosa acceso. Denso è il fogliame verde tra le corolle. La stranezza di quei montanti, di quelle ghirlande, è che esse sono anche cascate di acqua viva, ovvero, chi è da questa parte della finestra e guarda, per un certo tempo vedrà le ghirlande fiorite e poi improvvisamente, senza accorgersi del passaggio, vedrà le fresche cascate. Così sono le forme, incantano.

Tutto, o tanto, per chi guarda, dipende dalla luce che viene da quella finestra. Poche volte è successo, ma è successo, che il sole si posasse nel cornicione in basso e stesse così, come un uccello che splende, nell’angolo sinistro della finestra. Si potrebbe pensare che per la vicinanza del sole la luce fosse diventata troppo forte perché l’occhio potesse continuare a guardare, ma non è così, anche se è strano. Un certo cambiamento, sì, si era verificato, l’azzurro del cielo e di tutto lo spazio libero si era fatto più verde, come di acqua del mare delle isole. E poi, un’altra cosa, chi guardava si ricordò in quei momenti di certe bambine dai capelli scarmigliati e dalle gonne rosse, che giocano nelle vie di un paese sconosciuto. Una di loro ha nelle mani un cuore di pasta di pane, bellissimo cuore ornato di fiori di zucchero e, cosa meravigliosa, tra quelle volute colorate, uno piccolo specchio nel centro del cuore. Le bambine sono due, e mentre la prima porge il cuore verso l’altra perché possa specchiarsi, l’altra alza le braccia e le protende verso la bambina con il cuore, e ride e manda baci all’aria mentre il sole diventa piccolo piccolo e sta tutto nello specchio del cuore.

Ecco, questo solo era successo di diverso quando il sole era sceso e si era fermato nell’angolo della finestra. Per il resto, chi guardava la finestra, non sentiva alcun timore di quel sole così vicino, e nemmeno temeva che la sua luce potesse fare del male ai suoi occhi.

   

* * *

   

È nella grande ombra unita alla luce il ricordo della madre. Quella luce sovente è vista al mattino ed ha già attraversato la finestra, e se si alza lo sguardo sembra velare gli angoli della stanza come una ragnatela. Oh,appoggiarsi sui cuscini rialzati sulla grande spalliera del letto e sentire la voce della madre che dice: “Lei era più bella della luna, e la portò via il fiume, era scivolata sulle rocce su in montagna. Era più bella delle stelle, e la cercarono tutta la notte... Tutti partimmo con le torce accese verso il fiume in piena. La trovarono all’alba e accesero i fuochi attorno al suo corpo disteso, ma lui non si avvicinò troppo, guardava da una certa distanza, pallido... L’indomani la seppellirono e ci misero una croce e dei fiori, e lui partì subito. S’imbarcò e non si seppe più di lui...”

Così raccontava la voce della madre, raccontava l’amore e la morte, per lei sempre uniti.

La voce della madre non aveva altre voci accanto, fu sempre sola, forse solo il volto sorridente della nonna pronunciava parole per lei, ma senza suono.

La voce della madre non conosceva altre storie che quelle, e solo nelle sue mani il bene viveva intatto e dava profumo al pane.

Non ha mai osato cantare quella voce. Essa si ritraeva di fronte alle altre voci, di fronte a tutte le voci esistenti. Tornava indietro per i sentieri misteriosi delle voci che non cantano e nel silenzio di se stesse raggiungono la propria fonte.

Ma che percorso era mai quello, quell’andare indietro a congiungersi con ogni istante del proprio tempo, con ogni respiro, e chi si poteva incontrare su quel sentiero? Una volta all’imbrunire la voce della madre raccontò di un bosco e di un sentiero, vicini al villaggio dove era nata, dove il tempo si comprimeva e si riduceva alla metà della propria durata abituale, dove tutto si svolgeva impiegando la metà del tempo che sarebbe occorso perché la stessa cosa venisse compiuta all’infuori del bosco. Su quel sentiero, diceva la voce della madre, contadini e pastori avevano visto in certe sere una donna anziana, che sorrideva loro e dopo pochi istanti spariva. Dicevano che era una štriga, e evitavano di passare per quel sentiero dopo il tramonto.

La voce della madre amava raccontare questa storia di mistero e di paura, per lei sempre uniti.

Ma la sua voce, la voce della madre, che si ritraeva dinanzi al vento e alle nuvole, dinanzi al suono delle campane e dei passi, dinanzi alle voci dei bambini e degli uccelli, dinanzi a ogni voce, la sua voce, ritraendosi, dove andava, chi incontrava? Incontrava forse la štriga del bosco o altre creature di sogno o di fantasia, e parlava loro? O forse non le capitava nulla di simile ma viaggiava solitaria, sempre più libera da ciò da cui si ritraeva, da tutto quello a cui aveva lasciato spazio ogni giorno, ogni ora? Forse la voce della madre diventava simile a un ruscello che scorre in tutte le stagioni, e tutta la vita lo circonda e lo guida.

Ma se la voce sale?

Sale una scala in un vicolo stretto, tra muri scrostati e gatti che scivolano veloci nei cortili che improvvisamente incontra. Altre donne, altri occhi, altri silenzi incontrano il suo, mentre sale verso l’alto, da dove il mare può essere visto. Madre, chinati sul mare, esso è solo una frontiera e tu non hai fine.

   

* * *

   

Luce e ombra sono unite eppure sono distinte. In esse è riposta, come la cosa più preziosa, la grande stella che la madre amava.

Chi guarda la finestra e quella luce profonda, può vedere con chiarezza l’angolo della via dove si trovava il negozio con la stella. Il negozio era in realtà una vineria, frequentata da poche persone dall’aspetto malinconico, uomini che sembravano sbiaditi, quasi che avessero vissuto tutto e non avessero più bisogno di sperare. La madre accelerava il passo non appena, da lontano, scorgeva la vineria, passava davanti alla porta senza mai guardare dentro, voltava l’angolo e rallentava il passo. Poi si fermava. La vetrina che esponeva la stella marina era una delle due vetrine della vineria, entrambe poco profonde e separate dall’interno da tende e stoffe. La stella era appoggiata in verticale, chiusa da un vetro in uno strano contenitore dalla cornice dorata, a forma di rombo a cinque punte. Giaceva su uno sfondo scurissimo con dietro tende di modesto pizzo bianco, un drappo azzurro in basso a simulare il mare e due misteriosi velieri, uno nero e oro e l’altro bianco, ai suoi lati. In mezzo a quelle stoffe povere e macchiate dal sole, la grande stella sembrava un idolo venuto da lontano e tutta la scena era impregnata di una remota e struggente bellezza.

Questa era la stella che la madre amava, una stella creata nell’oscurità del mare, che mentre diceva che il mondo era antico e la bellezza e il dolore anche, diceva anche qualcosa di impossibile da definire, che era una luce, il palpito di qualcosa che non c’è.

E la madre andava verso quella stella come fosse il centro segreto della sua vita, dove ogni volta si rinnova una rivelazione che solleva e consola. Eppure, dietro quel vetro vi era anche un significato di lutto e di nostalgia infinita per qualcosa che non sarebbe mai stato raggiunto e che stranamente, come per miracolo, si comunicava in quella enigmatica scena, nella vetrina di una disadorna vineria di periferia davanti a cui ogni giorno passavano uomini e donne senza badarvi.

Ma forse è così che dio ama fare, e la madre lo capiva e lo sentiva, il sacro nascosto là dentro, mescolato alle tende di pizzo come le parole che assolvono ai paramenti di chi le pronuncia. E il profumo dell’incenso non sostava tra le pieghe azzurre del raso, erano onde quelle, onde su cui avevano viaggiato i velieri in tempi remoti e su cui erano trascorsi i secoli senza lasciare traccia alcuna.

   

* * *

   

È molto difficile dire in quanti mondi vivesse la madre. È certo che in ciascuno entrava con intensità e, fino a che per l’intensità stessa o al contrario per la stanchezza, tale intensità non si esauriva, lei là rimaneva. Una volta uscita, desiderava però non tornarvi più, ma certo ciò non era possibile.

Allora la madre entrava, come un prigioniero che entra nella cella e, al suono della chiave del guardiano che apre la porta, si volta verso il corridoio vuoto con occhi impauriti e tuttavia pieni della speranza che il tutto non sia vero e che qualcuno nel corridoio stia per annunciarlo.

La madre non lo disse come era la sua cella, e solo dopo tanto tempo e tanti ritorni iniziò a mutare atteggiamento. Ora entrava senza più voltarsi, stava ferma dinanzi alla pesante porta e attendeva che si aprisse, e non meno di una gaia pace esprimeva il suo volto. Nessun timore o impazienza, nessuna inquietudine: tutto, tutto era svanito. Ma come e quale soglia era riuscita a varcare, quale mondo aveva incontrato che ora le dipingeva quel complesso sorriso sulle labbra e ancora mutava la sua identità? Che la madre fosse una creatura insolita, che avesse come un incanto, lo si capiva, lo si era sempre capito. Dai suoi silenzi, ma anche dalle frasi che ne uscivano portandosi sempre quei silenzi appresso. Così, le frasi che pronunciava erano qualcosa anche prima che esprimessero un significato, accadevano in esse tante cose impossibili da vedere e tuttavia avvertibili, impossibili da ricordare perché forse ancora non accadute.

E poi subito una vivace bellezza nasceva al suono di quella voce, che senza fatica alcuna sceglieva parole di sorprendente precisione e intelligenza, salvo poi stancarsene improvvisamente, e allora accadeva qualcosa di veramente inatteso: le parole, come stanche di essere suono, cambiavano sostanza e diventavano altro. Come spiegarlo, come dirlo e essere creduti? Eppure sembrava davvero di vedere netti i contorni di una piccola pietra luminosa là dove si era interrotto il flusso dei suoni.

   

* * *

   

Chiunque avesse avuto la possibilità di conoscere la madre e di starle vicino per un po’ di tempo, l’amava. E veniva riamato. Ma questo non era tutto, perché nell’amore all’amore lei si sottraeva. Era un essere insolito e non è facile capire perché ciò avvenisse. Desiderava spazio, tanto spazio libero attorno a sé. Desiderava che gli occhi della sua fantasia potessero lanciarsi in ogni direzione senza incontrare ostacoli di vita nota. E poi, certi paesaggi arsi e ruvidi, amava più di ogni altra cosa esplorarli da sola. E di tutta quella vita piccola e radente, dai suoni rapidi e striscianti, e dei ronzii pungenti, non aveva paura mentre camminava tra le rocce con - sotto – il grande e immobile mare. Là nell’orizzonte, cala ogni sera il sole, ogni giorno là si va a spegnere, pensava, e si sentiva completa con quel mare vicino.

Le sembrava che gli amori avessero troppa voce, troppa per quel mare silenzioso, o troppo poca rispetto alla sua fragorosa melodia. La madre era una creatura solitaria e apparteneva a un immenso mondo di natura e di mistero. Degli altri amava la voce, e le mani anche, ne amava i pensieri e i sogni e il suo corpo morbido con passione di accostava ai loro corpi. Sempre però, il loro mondo, in cui entrava con grande curiosità abbandonando il suo senza rimpianti, rivelava presto confini già noti e antri senza amore.

Aveva incontrato persone vaste come un continente e in essi aveva camminato, come un soldato va per sentieri argillosi mentre un’apparizione lo segue. Ma nell’amore non amava la battaglia, era in cerca dell’estasi. E tornava al mare.

Grandi città di mirabili architetture le mostravano alcuni, con nelle torri feste di musiche e esili fantasmi, e lei presto sentiva il freddo e tornava al mare.

Così, certe volte, dopo che era tornata, aveva desiderato di restare, di non trovare più la via di ritorno verso altro che non fosse il mare.

Una volta l’amore l’aveva sorpresa. Era ragazza, e come usava allora sulla penisola dove viveva, si andava con altre ragazze la sera alle terrazze a ballare, e si voleva essere belle. Si era però anche tanto povere, e per non rovinare le uniche scarpe belle, si partiva dai villaggi con una borsina appresso, e le scarpe belle dentro, e si incontravano strada facendo e agli incroci altre ragazze con simili borsine. Si camminava per chilometri, allegre, e una volta arrivate, e già si sentiva la musica provenire dalla città, si cambiavano le scarpe, rimettendo quelle vecchie e consumate nelle borsine che venivano nascoste nei cespugli.

Sotto le stelle, la madre incontrò l’amore che la sorprese. Le disse che ogni bellezza del mondo rispecchiava la sua bellezza, le disse che ogni desiderio suo era profondamente e da sempre da lui desiderato, le disse che in tutti i mondi l’avrebbe cercata. Così disse, e a lei sembrò di sognare. Lui era lì e lei sognava lui, ma nulla era più reale di quel sogno e tutta la vita vissuta svaniva, priva di alcun significato che non fosse quello di compiersi in lui. Gli si accostò, finalmente sicura, ma il mare chiama chi a lui si è votato e il marinaio partì. Molte lune passarono e la madre aspettava, non andò più a ballare sulle terrazze.

Comprò una gonna nuova e una camicetta nuova, e andò ad aspettarlo sul molo. Le dissero che la malattia era una febbre contratta in un paese lontano, e che nulla si era potuto fare né per lui né per gli altri. La madre aveva gli occhi color del mare, e lo pianse a lungo. Poi il dolore scese giù in profondità, come il corpo di lui nel mare, e non fu più possibile vederlo.

   

* * *

   

Da quando l’allontanarono dal mare la madre viveva nel buio. Nel passaggio da mondo a mondo a ogni ingresso pendevano lampade, e accompagnavano una parte del percorso. Man mano che procedeva l’oscurità aumentava. Nella densa bruma erano impressi i contorni delle cose esistenti, ma il loro peso era insostenibile.

Nel buio veniva pensato ogni pensiero, dal buio tornavano le risposte, nascevano i desideri, si compivano le azioni. Scale nel buio, giardini nel buio, campanili nel buio.

La madre passeggiava nel buio, mangiava nel buio, si lavava e si vestiva nel buio. Nel buio parlava agli altri e nel buio li riconosceva. Da quel buio una volta tentò la fuga. Si nascose per qualche tempo e non fece altro che ascoltare il mare. La cercarono e qualcuno la vide nuotare nell’acqua trasparente di una baia di difficile accesso. Fu vista dall’alto di una rupe. Poi, si decise di andarla a prendere via mare, partendo all’alba per sorprenderla nel sonno. Quasi tutto il villaggio si radunò, e giovani e adulti entrarono nell’acqua. Prima gli uomini e poi le donne, tutti nuotavano verso la baia e la grotta dove si pensava che stesse. La tolsero dal buio nel quale dormiva, e lei li seguì senza opporsi. E entrò nella cella portandosi il buio dentro. E proprio in quella cella la madre ritrovò il mare, il mare senza tracce di approdo. In realtà un mare così non può essere trovato perché non è né a est né a ovest, né a sud né a nord. Nessun sentiero vi conduce. La madre lo trovò perché il mare stesso era venuto a cercarla.

   

* * *

   

Accadeva in estate, alcune volte era già autunno. La luce rossa del tramonto non entrava dalla finestra ma sostava lungo l’orizzonte a ovest, passando dall’oro al lilla del glicine prima di spegnersi nella notte sopra un villaggio dal nome Paradiž, “Paradiso”.

La madre era calma e nulla nei suoi atteggiamenti tradiva l’inquietudine che portava, in quella luce forse persino a lei stessa celata. L’unico segnale che in lei qualcosa di diverso era in corso era l’indifferenza che mostrava verso il cibo. Già dalle prime ore del pomeriggio e fino alla fine della giornata, in quei periodi, non mangiava più, e lo faceva con una naturalezza tale che il fatto poteva anche passare inosservato. Così come prima si avvicinava al cibo con semplicità e delicatezza, ora si teneva lontana da esso in modo lieve e dolce. Si pettinava i capelli prima di coricarsi e presto spegneva la luce della lampada. Che cosa succedesse da quel momento in poi, dove e come scorresse il sonno in quelle ore, non si sa, ma ecco che dopo poche ore si alzava e usciva sulla grande terrazza sopra il mare. E camminava, e sostava, e si appoggiava sulla ringhiera e guardava lontano. Faceva questo per ore, ogni notte, per molte notti, ogni anno. Usciva scalza, direttamente dalla sua camera sull’immensa terrazza, ed era cupo e sconosciuto quello che accadeva. Non volle dire – o non seppe farlo – perché la notte la chiamasse a sé in quel modo, per dirle cosa, per sussurrarle quali rari e isolati suoi modi, né se alcunché, di quei modi che apprendeva, la mutasse, volle dire.

Gli occhi della bambina, anche essi abitanti di quella casa, videro in cielo, non lontano dalla madre e dalla terrazza, un cavallo bianco e uno nero, soli in volo, o forse in lotta, senza carrozza e senza cocchiere. E alla voce bambina, che di quel mistero le chiese, la madre disse solo: Fuggono le stelle, fuggono le stelle.

   

[2005]

   

   


Mirjana Zarifovic vive e lavora a Torino, ed è nata nel 1960 a Labin, l'italiana  Albona, cittadina dell'Istria che fu dapprima veneziana e poi di volta in volta austriaca, italiana, iugoslava ed infine croata. 
Ha esposto le sue opere pittoriche in diverse mostre collettive e personali: 1984, Chivasso, personale; 1993, Torino, collettiva; 1994, Torino, collettiva; 1995, Torino, collettiva; 1996, Torino, collettiva; 1997, Torino, collettiva; 1999, Torino, collettiva; 2000, Torino, personale; 2000, Torino, collettiva; 2001, Torino, personale.
Cinque suoi disegni di ispirazione esoterica illustrano il libro Percorsi nella qabbalà di Dario Chioli, edito nel 2000  da Magnanelli di Torino.
Ha partecipato all'iniziativa "L'ho dipinto con…" organizzata dal Comune e dalla Provincia di Torino.
Nel 2001 si è dedicata ad una particolare forma di scultura con i Giardini di Pietra.
In quanto scrittrice ha pubblicato su SuperZeko alcune delle sue poesie, il breve testo Dipingere visioni (che è stato tradotto anche in spagnolo: Pintar visiones), i Ricordi di Albona, e le prose Il tempo, Se avessi un pappagallo, La madre, Ptica, La casa rosa, I Viola.

   

   

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