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FRANCO INVERNIZZI

Dario Chioli

 

Fotografia di Franco Invernizzi

 

UN RICORDO

 

Frequentai per anni Franco Invernizzi, uomo schivo e mitologico, nato il 27 aprile del 1922, conoscitore di trentaquattro lingue, vissuto tutta la vita tra gente che non condivideva le sue passioni, tanto che secondo il momento era disposto a credere sincero l’interesse di chiunque o di nessuno. Lo incontrai la prima volta alla fine del 1978, lavorava nello stesso posto dove lavoravo io, come traduttore il cui nome mai comparve nei testi tradotti, sostituito dall’anonima dicitura di un ormai dissolto centro studi. Tradusse testi tecnici, filosofici, teologici, scientifici. Conducevo con lui, soprattutto dopo che andò in pensione (il 22 dicembre del 1984), lunghe discussioni di argomenti linguistici e metafisici. Morì il 6 febbraio del 1993 dieci minuti dopo la mezzanotte. Assistemmo alla morte io ed un infermiere, mentre la sorella e un’infermiera se ne andarono qualche minuto prima non resistendo a vederlo morire. Vidi alitare via il suo spirito, come il corpo si trasformò in veste abbandonata, e quasi cercavo in giro dove fosse andato, perché mi fu chiaro che era ormai altrove.

Scrisse poesie e multilingui lettere vive di passione, e soffriva il rapporto con le donne, perché troppo mitiche per lui, che ben ne scorgeva le profondità violente, perlopiù a loro stesse ignote, e temeva d’avvicinarle troppo. Credeva il Gatto manifestazione della dea egizia Bastet, e riteneva una sua gatta sovrannaturalmente svanita, speculando per questa via sul Luogo ove ci si reca dopo l’abbandono del corpo. Credeva che oltre la morte ci attendessero una terra e un corpo identici ai presenti, ma privi di difetti, e per quanto frequentasse, eredità materna, il culto cattolico, rifiutava tuttavia come indimostrati i dogmi cattolici, e dei cristiani non sopportava il disdegno e la brutale insensibilità nei confronti degli animali, che credeva possedere un’anima tanto immortale quanto l’umana.

Raccolse una casistica di eventi straordinari accadutigli, talora convincente talora meno, ed essendo in grado di ricordare il posto preciso d’ogni cosa in casa sua, studiò per anni e accumulò dati su come le cose si spostino da sé, o meglio, non da sole ma mosse bensì da ragioni e personaggi invisibili o scomparsi.

Rifiutava la sottomissione alle ragioni del corpo, vestendo sempre nello stesso modo sia fuori casa che in casa (aveva vestiti grigi e scarpe nere quasi identici in quantità), dormendo poco o niente, diceva, perché forse dormiva un sonno intervallato di molti risvegli. Patì di morire, perché sotto sotto sperava, tra gli ultimi degli ultimi, l’immortalità. Ebbe rapporto infatti coi morti quasi quanto con i vivi, che non sapevano di che parlargli e a cui lui parlava solo se sollecitato sulle questioni che gli stavano a cuore. Molto faticai a convincerlo a visitare casa mia e mia moglie, dopo che per molti anni, quando abitavo da solo, era venuto a trovarmi costantemente, e ascoltavamo musica e parlavamo.

La sorella, quando lui morì, mi lasciò la sua biblioteca, ricchissima di materiali linguistici, ed ho tuttora in casa il suo odore, impresso in decenni dal fumo delle sue sigarette. Quando lo avverto, rivedo lui, il mio ingresso in casa sua, il rito del caffè, come ci spostavamo da una sala all’altra nella sua grande casa, come il tempo svaniva in discorsi dove costanti erano le convergenze e le divergenze. Egli credeva infatti d’essere estremamente razionale, di ragionare solo del suo, ma io sono, ora come allora, ben convinto che fosse preda d’un mito.

Una parte di lui era assolutamente ligia alle convenzioni, andava in chiesa la domenica e tendeva a rifiutare le religioni non cristiane come immaginazioni; un’altra sua parte però era protesa nella ricerca della comprensione della lingua universale, sperava di riconoscere infine la pronuncia, ignota, dell’antico egizio, di trovare la parola magica che ogni enigma risolvesse. Felice ventura, che sfugge allo sguardo degli uomini e, se genera sofferenza per la sua incompatibilità con il mondo ordinario, è tuttavia di questo più reale e maggiormente divina.

 

[17.VI.1997]

   

 

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