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DIES IRÆ  

 Testo originale, traduzione e commento a cura di Dario Chioli 

  

Premessa

Perché riproporre il Dies iræ? 

In primo luogo - ragione occasionale - perché ne avevo già fatta molti anni fa per passione, una traduzione, stanco delle versioni mediocri che vedevo in giro. Il fascino terribile dell'originale latino - generalmente attribuito, ma con parecchi dubbi, a Tommaso da Celano, XIII secolo - è peraltro difficile da rendere; io feci il possibile, il meglio che mi riuscì.

In secondo luogo - ragione sostanziale -  perché quest'inno è un simbolo potente della dimensione del giudizio. Ne risulta chiaro, a leggerlo con serietà, che è decisamente meglio evitare di giudicare, se non si vuole entrare a proprio grande rischio nella sfera terribile del giorno cum vix iustus sit securus (cfr. Matteo 7,1-2: «Non giudicate, per non essere giudicati. Infatti con il giudizio con il quale avrete giudicato sarete giudicati e con la misura onde avrete misurato si misurerà a voi»).

(Vi sarebbe anche una terza ragione: la mia passione per Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, che del Dies irae è una vera e propria "icona" cinematografica).

Credo che quest'inno abbia, principali, un pregio e un difetto. Il pregio è che ti mette a nudo, ti costringe a un riesame di tutti i tuoi compromessi, di tutti i tuoi errori, e se ben letto ti spinge ad una ragionata umiltà ed all'abbandono di tutte le pretese filosofiche. Il difetto è che vi manca una luce che non sia quella della distruzione. In questo senso vi tira un po' troppo aria di crociate e di epidemie, di fanatismo e di smoderatezza. Con un eccesso frequente in campo cristiano, vi si vede troppo il Cristo crocifisso e troppo poco il risorto, mentre «se il Cristo non è risorto, vana è allora la nostra predicazione, ed è vana pure la vostra fede» (Corinti I, 15,14), parole queste più terribili che non paiano per chi troppo insiste sul lato di morte trascurando l'aspetto luminoso.

A margine della traduzione ho riportato qualche suggerimento interpretativo, come stimolo, senza troppe pretese.

 Torino, 25 dicembre 2001

 

Originale latino

Traduzione italiana

Commento

Dies iræ dies illa,

Solvet sæclum in favilla,

Teste David cum Sybilla.

Quella giornata sarà giornata irosa,

Ridurrà il mondo in brace  polverosa:

Sibilla e David attestano la cosa.

Sibilla è il mondo grecoromano, David quello ebraico. Testimoniano della metamorfosi di ogni tradizione e del tempo stesso.

Quantus tremor est futurus

Quando iudex est venturus,

Cuncta stricte discussurus!

Quanto panico si spargerà

Quando il Giudice verrà

E tutto bene in chiaro metterà!

Solo un  folle può credere di non  dover temere questo giudizio o addirittura sperarlo. 

Tuba mirum spargens sonum

Per sepulchra regionum

Coget omnes ante thronum.

Una tromba che getterà gran suono

Sopra i sepolcri, ovunque essi sono,

Spingerà tutti quanti innanzi al trono.

Con lo shofàr si annuncia la fine di ogni visione del mondo e la contemporanea riapparizione di tutte le cose passate.

Mors stupebit, et natura,

Cum resurget creatura

Iudicanti responsura.

Stupirà morte, e natura stupirà

Quando ogni essere di nuovo sorgerà

E al Giudicante di sé conto darà.

Non sono la morte e la natura gli arcani più profondi, ma segreto del tutto è la resurrezione.

Liber scriptus proferetur

In quo totum continetur

Unde mundus iudicetur.

Sarà aperto il libro compilato

In cui tutto è già contestato

Di ciò onde il mondo sarà giudicato.

La resurrezione apre il libro della distruzione. Ciò che non deve risorgere dovrà essere annientato.

Iudex ergo cum sedebit,

Quidquid latet apparebit:

Nil inultum remanebit.

E quando il Giudice infine sederà,

Qualunque cosa occulta si vedrà

E niente invendicato rimarrà.

Poveri soprattutto quanti proponendosi come spirituali si riveleranno invece degli  ipocriti.

Quid sum miser tunc dicturus,

Quem patronum rogaturus,

Cum vix iustus sit securus?

Che allora, misero, potrò dichiarare?

Qual difensore mi potrò cercare,

Se a stento il giusto sicuro può stare?

Nessuno voglia essere  giudice, perché unico giudice è Dio e nessuno sa davvero indagarne  le ragioni.

Rex tremendæ maiestatis

Qui salvandos salvas gratis,

Salva me, fons pietatis.

O tu che regni con terrifica maestà,

Che salvi quei che salvi per pura gratuità,

Salvami, tu sorgente di pietà.

Dio salva gratuitamente, nessuno può affermare di meritare la salvezza, che infatti è una cosa sola con l'amore e non può fare a meno di esso.

Recordare, Iesu pie,

Quod sum causa tuæ viæ:

Ne me perdas illa die.

Ricordati, Gesù pieno d'amore,

Per me ti sei fatto viaggiatore:

Fa' sì che non mi perda in quelle ore.

La Via del Verbo attraversa la storia e nella morte sua e del mondo rivela la rinascita.

Quærens me sedisti lassus,

Redemisti crucem passus:

Tantus labor non sit cassus.

A cercarmi ti sei stremato,

Crocifisso mi hai salvato:

Tanto travaglio invano non sia stato!

Ma tale Via è dura. La pietra di paragone del viaggio strema la parola.

Iuste iudex ultionis,

Donum fac remissionis

Ante diem rationis.

O giusto Giudice vendicatore,

Siimi buono perdonatore,

Prima del giorno discriminatore.

Vendetta divina e giorno della resa dei conti: quale dei potenti del mondo, esercitanti in esso il giudizio, di fronte a ciò non dovrebbe tremare?

Ingemisco tamquam reus,

Culpa rubet vultus meus:

Supplicanti parce Deus.

Dalle mie colpe sono sconvolto,

Il male fatto arrossa il mio volto:

Al penitente, Signore, da' ascolto.

Poniti là dove non difendi nulla. Chi non ha nulla, non può perdere nulla.

Qui Mariam absolvisti,

Et latronem exaudisti,

Mihi quoque spem dedisti.

O tu che di Maria fosti liberatore

E del ladrone fosti esauditore,

Di speranza a me pure sei stato largitore.

Fu assolta Maria Maddalena ed esaudito il ladrone. Che hanno a che vedere con ciò giudici e saggi del mondo?

Preces meæ non sunt dignæ,

Sed tu bonus fac benigne

Ne perenni cremer igne.

Indegne sono le mie preghiere,

Ma poiché bella clemenza usi avere,

Non farmi sempre dal fuoco possedere.

Supplisci, o Dio,  con l'amore tuo all'insufficienza dell'amore mio. Compensa il fuoco delle mie passioni distrutte con l'ardore della passione tua.

Inter oves locum præsta

Et ab hædis me sequestra,

Statuens in parte dextra.

Un posto tra gli agnelli fammi apprestare

E di tra i capri fammi presto levare,

Sicché alla tua destra possa infine restare.

Ho paura di finire senza accorgermene tra coloro che tu respingi.

Confutatis maledictis,

Flammis acribus addictis,

Voca me cum benedictis.

Quando i malvagi saran stati confutati,

Da aspre fiamme per tutto avvoltolati,

Chiama me invece tra gli eletti salvati.

Liberami con il fuoco d'amore da tutto quanto in me è fuoco di distruzione.

Oro supplex et acclinis,

Cor contritum quasi cinis:

Gere curam mei finis.

Ti prego e supplico, per terra prostrato,

Quasi di cenere, col cuore straziato:

Assistimi quand'ho tutto terminato.

So che sono cenere. Soffia vita sulla mia cenere.

Lacrimosa dies illa,

Qua resurget ex favilla

Iudicandus homo reus.

Pieno di pianto quel giorno sarà,

In cui dalla cenere di nuovo sorgerà

L'uomo colpevole per udir la sentenza.

Chi non s'è fatto cenere, è natura del fuoco, e suscita ardente dolore ad altri ed a se stesso.

Huic ergo parce Deus:

Pie Iesu domine,

Dona eis requiem.

Usagli dunque, o Dio, mite clemenza:

Sire Gesù pietoso,

Donagli riposo.

Non sondo i tuoi decreti ma auspico per tutti il perdono, perché so bene che né io stesso né altri possiamo meritarlo.

Amen

Amen

Così infine prevalga la tua misericordia.

 

 

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