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Gianluca Ricci

EXERGO

Navigando intorno e oltre le Quartine di Omar Khayyam

   

Ripropongo col consenso dell'autore quest'opera di grande poesia, già pubblicata da Midgard Editrice, Perugia, 2007, con una Presentazione di Paola Ricci Kholousi, ma naturalmente passata quasi del tutto inosservata,* essendo quel che è la competenza dei critici letterari nostrani, troppo impegnati a parlarsi addosso per leggere le cose che scrivono gli altri o per distinguere le perle nere dai bottoni dei loro panciotti...

Dario Chioli

* Fa eccezione il lucido contributo critico di Alessandro Canzian alla pagina web http://lnx.whipart.it/letteratura/3083/ricci-Khayyam-poesia.html 

  

Chi desideri una copia dell'opera originale in pdf può farne richiesta all'autore all'indirizzo etsi.omnes.non.ego@gmail.com 

  

Sommario
1. Non sia la furia a dirigere i tuoi passi sulla via,33. Non nasce la rosa aprendo la sua corolla
2. Disperda il vento le parole del mio cuore, non importa,34. Non tocca il corpo la melanconia.
3. Tu che disprezzi la vita di chi si affolla35. È di nuovo colma la coppa della vita
4. Rabbrividiremmo36. Ora che la vendemmia è chiusa
5. Cogli l’attimo e suggella entro le labbra la saggezza più alta.37. Io so che tra me e te
6. Ci affinò amore più e più volte38. Chi ha scritto il copione della nostra vita
7. Di te non sapevo nulla39. Anche a gridarla dai tetti
8. Due volte il mio cuore si è indurito40. Ecco – piegato su me stesso –
9. Intingi pure la penna nel vino41. Mai ho amato compiutamente questo corpo
10. La rosa che lietamente amavi42. Misteriosa caverna
11. Chi amore instillò per renderci43. Questa casa in cui io vivo
12. Giova essere tristi per giorni che sfuggono44. Il sole a novembre più non ricorda
13. Ora che i segni dei tempi45. La giornata è fredda, pungente l’aria,
14. Non insegnare le leggi a chi non sa46. Prima che l’inverno chiuda me in me stesso
15. Fu scritto fin dall’inizio, tu dici,47. Mi turbava la rosa cresciuta nel giardino
16. Non era ieri che raccoglievamo fiori48. Ancor ieri notte, rincasando,
17. Quale guerra più terribile hai deciso di fare49. È un venticello quello che precede la tempesta,
18. Primavera sciorina sempre le sue tovaglie colorate50. Ciò che è detto è detto
19. E venne un vento e ci portò le nubi e poi una pioggia scura.51. Ahimè! Il perimetro della vita
20. Batte la pioggia sul volto e scivola sugli occhi52. L’aria pungente della notte
21. Come posso dimenticare il mio Vasaio53. Pochi amici mi sono restati
22. Non vale questo stelo54. Vale più questo petalo disseccato tra i libri
23. Felicità è mistero che parola non svela,55. Che dirà la viola, la primula
24. Scorre la sabbia nella clessidra,56. Cessa, o cuore, di trastullarti con la malinconia:
25. Evviva! Bevano con me tutti57. Ciò che ci rattrista diventi
26. Solo un cuore lacerato ha paura di battere,58. Tra le molte voci che s’agitano nel mio seno
27. Perché legare parole e volti59. Ora taci – le parole si congelano
28. Solo un re può vestire il tuo sguardo,60. A te che dici tristi le mie parole, i miei pensieri,
29. Conosce l’amore61. Le tue esortazioni battono sul mio cuore
30. Ab aeterno noi eravamo.62. I miei passi somigliano a quelli di un ubriaco,
31. Prima che l’onda giunga al suo destino63. Di orrore in orrore questo mondo, questa vita
32. Di questa argilla puoi farne un simulacro,   

   

   

   

1.

Non sia la furia a dirigere i tuoi passi sulla via,
non sia la polvere a sviare il tuo sguardo,
ma fermati e siediti sotto il pergolato.
È tempo di sorseggiare vino nuovo
in compagnia della propria anima.

2.

Disperda il vento le parole del mio cuore, non importa,
mai volli mettere le mie intenzioni in mostra come un rubino,
le mie preghiere mai ho offerto a soddisfazione dei curiosi.
Di te mi conforta l’affetto, di te gioia mi dà
solo l’esserti talvolta vicino.

3.

Tu che disprezzi la vita di chi si affolla
a cercare un briciolo almeno di gioia,
tu che gli occhi ed ogni senso hai avvolto d’ira,
tu che non sopporti d’essere scambiato per uno che fugge,
resta alla fine in pace sotto questa luna
che mai sarà sorella a quella di ieri o di domani
e liberato il cuore da cupi affanni
inèbriati ai profumi che la notte
scioglie una volta sola.

4.

Rabbrividiremmo
a sentire i nostri discorsi
crescere sulle bocche altrui,
quasi fiori e piante destinati
a nascere e morire sotto altri cieli:
eppure non la parola ci tradisce,
ma l’anima che mai fu uguale una all’altra.
Piuttosto ci somiglia la sorte di una lira,
di una cetra o di un liuto, le cui corde
apparentemente uguali suonano solo se percosse
o miracolosamente per simpatia.

5.

Cogli l’attimo e suggella entro le labbra la saggezza più alta.
Non vale affrontare l’uno senza conoscere l’altra,
perché altrimenti cadremmo come corpi stanchi di vita,
ma senza l’uno o l’altra saremmo
come massi erranti o anime pavide.
E non ti illudere che basti appoggiarsi
al primo braccio che ti offra una coppa da bere.

6.

Ci affinò amore più e più volte
come argilla sotto le mani del vasaio.
Conoscemmo troppi modi di soffrire.
Fummo molte cose per tante persone.
Ora nessun occhio ci scorge venire da lontano
né bocca pronuncia lieve il nostro nome.
Aspramente adesso rimpiangiamo
le notti illividite nell’insonnia
e le ripetute strade.

7.

Di te non sapevo nulla
ed ancora ignoro di che colore siano
i tuoi deserti o le infinite praterie.
So che la gente del tuo paese
prega e bestemmia all’occorrenza,
ma questa non è ancora la verità.
Verità è quando con dolcezza
ti stringi a me e siedi
sotto un albero di ciliegio
ed aspetti la notte per contare le stelle
anche quelle che sono pronte a fuggire dal cielo.

8.
.
Due volte il mio cuore si è indurito
se non comprende più come
oltre la rabbia ed i tormenti che ospita
al suo interno siano ben radicati
la parola prima, le vie del cielo ed il cielo stesso.
Vana è la conoscenza che separa me da me stesso.
Vana è la bocca che solo sa sciogliere vincoli eterni.

9.

Intingi pure la penna nel vino
e lascia i tuoi pensieri trascolorare ebbri.
Come nessuna notte contiene in sé il nuovo giorno,
così nessuna alba conosce il suo tramonto,
ma da sempre alba giorno tramonto e notte
sono grani di un’unica preghiera.

10.

La rosa che lietamente amavi
si disfa ora alla brezza della sera.
Un petalo giace sul fondo
di una coppa di vino.
Bevi, prima che ne svanisca l’ombra.

11.

Chi amore instillò per renderci
ora folli, ora infelici, spesso delusi?
Chi ci fece sentire l’ardore delle pietre
ove poggiare i piedi
e ci strappò ogni dignità e prudenza?
Non è all’ombra di una quercia
che le api troveranno il loro miele,
ma tra mille umili fiori
che la notte nasconde e protegge.

12.

Giova essere tristi per giorni che sfuggono
come sabbia nella clessidra,
giova essere allegri per notti che scompaiono
dietro a sogni ed incubi labili come onde del mare?
Frammenti di uno specchio caduto al suolo
sono le nostre ore – su tutte si diffonde
l’ombra della sera, su tutte si riflette
parte della verità abbagliante.

13.

Ora che i segni dei tempi
fiaccano il mio spirito
prima ancora che il corpo
sia stato domato dai segni del destino,
ora che le stagioni passano
come volti strappati
furtivamente alla memoria
ma subito ricondotti nella notte,
ora posso cogliere fiori e spargere petali
quasi la primavera non abbia mai a finire
e di questo enigma non importi a nessuno.

14.

Non insegnare le leggi a chi non sa
o non vuole essere disciplinato.
Non insegnare parole a chi non riesce
già a pensarle nel cuore.
Non parlare d’amore
a chi la bocca e gli occhi
tiene chiusi al mondo,
all’universo intero.

15.

Fu scritto fin dall’inizio, tu dici,
quanto mi accade o mi accadrà?
Io questo solo so,
che nella mia anima
fu posto un sigillo
e con questo viatico
fui scaraventato
a provare i cuori degli altri,
la vita stessa.

16.

Non era ieri che raccoglievamo fiori
per profumare la stanza dell’amata
ed oggi siamo già a bruciare legna nel focolare.
Poco serve immalinconirsi:
anche il tempo stringe su se stesso
e scontrosamente fugge,
ritorna a spargere nuovi fiori sui prati
e nuove ceneri nelle nostre case.

17.

Quale guerra più terribile hai deciso di fare
se non quella che ogni giorno conduci contro te stesso?
Adesso fermati, assapora il rubino di questo calice
e disperdi la tua angoscia sopra le ali del Cielo.
È vano ogni cruccio, è vano ogni mistero.

18.

Primavera sciorina sempre le sue tovaglie colorate
e giugno indora compito valli e campi e pienezza dona all’anno,
ma chi porta alle labbra la sua coppa
o divora affamato il suo pane di solito non sa
quanti passi fa il vignaiolo nella vigna
e quante mani setacciano la farina prima di impastarla.
Libero da conoscenze e da pensieri sembra l’uomo
e se ne va buttando la vita in una corsa indomita.

19.

E venne un vento e ci portò le nubi e poi una pioggia scura.
Il cuore ci tolse di dosso come uno scialle inutile
e fin troppo leggero.
Al riparo di una veranda una mano generosa
ci tolse d’impaccio
ed offrì un calice di vino così che il cuore
tornò a batterci come un uccello imprigionato.

20.

Batte la pioggia sul volto e scivola sugli occhi
come lacrime da tempo invocate –
ma che diritto abbiamo di compiangere la sorte del mondo?
Persino di un vaso rotto, se bello, si raccolgono i cocci.
Persino di un fiore si conservano a lungo i petali.
Solo le nostre lacrime sono destinate
ad evaporare più rapidamente del vino.

21.

Come posso dimenticare il mio Vasaio
se ogni giorno attingo acqua con la sua brocca
dal gran fiume della vita e dell’esistenza?
Come posso rifiutarmi di sedere sotto questi alberi
se già muoio di sete e di calura?
Di te solo mi dimenticherò,
di te che chiami dio il tuo bastone
e salvezza la tua maledizione.

22.

Non vale questo stelo
quanto uno dei miei pensieri – tu sostieni.
Eppure come ogni erba si piega al vento,
mentre quelli inaccessibili sfidano il dubbio.
Seccato sotto il sole morirà
calpestato da qualsiasi animale.
Non anima l’accompagna,
non coscienza di un mondo superiore
da cui venire o al quale ritornare.
E dici il vero, ma in questo prato
ogni rosa è regina e fiorisce
almeno una volta all’anno di felicità.

23.

Felicità è mistero che parola non svela,
ma di mille nodi s’intesse e stringe.
Oltre il raggio della lampada,
ma dentro la danzante lingua della fiamma,
entro le mutevoli forme del sogno
e già lontano dal suo ricordo.
Padrona e serva di un unico destino.

24.

Scorre la sabbia nella clessidra,
fugge l’ombra e già non è mezzogiorno.
Sono chiusi i nodi di ogni trama
ed un’anima stanca sorride al giorno
che finisce. Di che ti stupisci?
Anche il mistero è un chicco di grano
che rinasce e nel suo morire
signoreggia ogni mutamento.

25.

Evviva! Bevano con me tutti
coloro che già follia ha preso,
quanti la saggezza ha dimenticato di visitare.
Non c’è infatti brindisi che valga
per chi è da solo speranza a sé e certezza.

26.

Solo un cuore lacerato ha paura di battere,
solo degli occhi ingombri di lacrime
non sanno vedere la volta celeste.
E così scorrono i nostri giorni nella paura d’amare.
E non vi è altra medicina
se non quella che ad un istante regali
il dono di durare quanto una vita.

27.

Perché legare parole e volti
nella propria memoria se bene e male
s’accampano ad ugual titolo nel cuore?
Ecco, alla tua guancia accosti ora una rosa,
ne aspiri il profumo e non immagini
che di una vita hai troncato l’esistenza.
Pure il vino che tu ami e che ti sorprende
con mille emozioni e pensieri
nasce dalla superbia degli uomini.

28.

Solo un re può vestire il tuo sguardo,
solo una torre ospitare il tuo spirito,
ma sul telaio del destino
le trame sono molteplici
e gli orditi stillano mille colori.
L’identica falce alla fine
accarezza con lo stesso suo filo
l’umile grano e lo stolto papavero.

29.

Conosce l’amore
chi non è stato turbato dal suo eccesso?
Conosce veramente la luce
chi non ne è stato mai accecato?
Chi gode di più la vita se non chi
la sente scorrere velocemente
sotto le dita come un drappo di seta?
Non resistere dunque alle cose che sono:
esse sono date e sono tolte per la tua pienezza.

30.

Ab aeterno noi eravamo.
E saremo eterni come gli atomi
che si sgretolano e cozzano
tra di loro infinite ed infinite volte.
Non senza dolore
una goccia d’acqua scivola a valle,
diventa prato o cibo o bevanda
e tu l’accetti come parte del corpo.
E in te per la prima volta sente dolore
e conosce disperazione.
E in te trabocca e conosce senso.
Eppure è solo acqua, la stessa rugiada
che profumava il giardino dell’Eden.

31.

Prima che l’onda giunga al suo destino
e si faccia Oceano – mare primordiale,
dovrà soffrire e raccogliere mille impurità.
Divenire rabida e violenta.
Sciogliere grumi e fecondare i campi.
Ignorare bocche d’assetati.
Muovere macine e donare pane a chi non sa.
L’assalirà perfino un desiderio di quiete
o la tentazione di tornare indietro,
ma solo nel vasto gorgo conoscerà
lo spirito divino.

32.

Di questa argilla puoi farne un simulacro,
una coppa o un vaso addirittura.
Essi dureranno più di una vita,
splenderanno passando di mano o in mano
finché in pezzi cadranno più effimeri
di quell’Io che li ha creati.
Corri, dunque, accendi bene il tuo forno,
trasforma di nuovo questa terra in polvere
che non abbia da subire ancora l’illusione delle forme.

33.

Non nasce la rosa aprendo la sua corolla
e non muore cedendo i suoi petali al vento.
Prima di esistere fu sempre idea,
fu l’ombra della sera che s’aggrappa ad ogni stelo,
il velo lacerato dalle spine.
Fu sospiro d’amanti – tormento e cruccio di sapiente.

34.

Non tocca il corpo la melanconia.
Forse offusca la mente
come un velo di lacrime fa con gli occhi.
Solo se Dio non mi spazzasse via
come io faccio con questo moscerino
che imbratta il nitore delle pagine del Libro.

35.

È di nuovo colma la coppa della vita
se sfioro ancora con le dita
le tue guance, le tue dita.
Ritornano brevi le mie notti
e le parole sono grida senza senso
come di fanciulli in gara.
Ed è dolce anche la tua assenza.

36.

Ora che la vendemmia è chiusa
ed altro vino già matura negli orci nuovi
mi chiedo cosa fare del vino antico
se lasciarlo riposare ancora
o condividerlo gioiosamente con gli amici.
Ogni bottiglia è memoria
di un giorno già vissuto.
Ogni sorso è richiamo
ad un’avventura ancora da affrontare.
Solo i tuoi occhi brillano
e sono medicina ad un cuore lacerato.

37.

Io so che tra me e te
una voce ripete mille volte addio.
Io so che lungo la via altra polvere
ci accecherà ed indurirà i cuori.
Io so però di un’acqua che ci restituirà la vista
e di un vino che ci ricorderà l’amore.

38.

Chi ha scritto il copione della nostra vita
e a te ha dato una parte in un altrove
dove il mio ruolo scolora e forse scompare?
In questa notte, sotto questa volta stellata
io ritrovo scritti nel cielo i nostri nomi da sempre.

39.

Anche a gridarla dai tetti
non udremmo mai la verità:
sarebbe come accendere un falò in pieno sole
o versare acqua in un giorno di pioggia,
ma tu accendi questo fuoco,
getta la tua acqua sulla via
e grida ciò che il cuore detta.
Che non si dica mai
che conoscendo il vero
abbiamo avuto timore a servirlo.

40.

Ecco – piegato su me stesso –
resto a leccare le mie ferite,
le stesse che l’occhio non distingue più.
Eppure esse sono una porta sul mondo,
una parola dissonante,
una crepa nel vaso che ci esprime.
Alla sera o all’ombra non appare ciò che turba.
Non ora quando la luce si dissecca
e ci rivela come un lampo al tramonto.

41.

Mai ho amato compiutamente questo corpo
come ora che scricchiola e si ribella
quasi un giunco che ritorto sferza il viso
di chi l’ha piegato inopportunamente.
Anche le anime inebriate da un vino celeste,
da una musica estatica,
poi si afflosciano inaridite
se distolte dall’unità perfetta.

42.

Misteriosa caverna
alla quale l’uomo tende
pur sempre allontanandosi:
là scrive i suoi simboli,
quelli che griderà nel deserto,
là depone i suoi tesori
per cui sarà potente in città.

43.

Questa casa in cui io vivo
fu fatta di pietre e buona calce.
Crebbe giorno per giorno
e alla fine fu motivo d’orgoglio
per i suoi costruttori.
Ci somiglia un comune destino.
Anche l’uomo crescendo
poi cambia, s’invecchia e si disfà.

44.

Il sole a novembre più non ricorda
il colore della stagione che fu,
ma il rosso degli alberi inebria ancora
e ad un canto nuovo ci sospinge.
Non odo però uccelli nel bosco
solo l’acqua che cade e scioglie la terra.
Pure in questo liquido intrico
Dio ci ridesta alla vita.

45.

La giornata è fredda, pungente l’aria,
la nebbia nasconde un sole sempre più distratto,
a terra la polvere del mondo.
Come vorrei ora udire il canto degli uccelli
e nella loro lingua sentire parole di verità.

46.

Prima che l’inverno chiuda me in me stesso
portatemi gli ultimi frutti di stagione:
noci, castagne ed i pallidi cachi
lenti a maturare.
Sciocco se pensi di godere subito dei tuoi tesori.
Se ne resteranno lì a sprigionare profumi ed essenze
solo per chi saprà dimenticare.

47.

Mi turbava la rosa cresciuta nel giardino
con il fusto più grande del mio braccio adolescente.
Al balcone se ne andava sghemba salendo su dal prato.
Sognavo una volta recisa per troppo ardire
di farmi con il suo legno una scacchiera profumata
od un leggio per le mie letture più affaticate.
In un momento però fu gettata via,
perché al suo interno era tutta rósa
ed intisichita per il troppo crescere.

48.

Ancor ieri notte, rincasando,
scorgevo Orione nel suo gran gesto
che mite incornicia
il cielo della mia costellazione.
Il suo piede batteva il cielo
come fa il mio, incerto, la terra.
La sua mano brandiva l’asta
come la mia un bastone da passeggio.

49.

È un venticello quello che precede la tempesta,
quasi un frullo d’ali o strepitar d’uccelli
quando la sera s’annuncia al limitar del bosco –
ma non è la soglia che fa il passaggio
né i segnali che l’anticipano.
Solo il lento andare,
lo stesso che conduce il sole
ogni giorno verso la sua meta.

50.

Ciò che è detto è detto
anche se talvolta il pentimento è grande.
Abbi cura allora di scavare trincee più profonde,
rincalzare gli argini e portare fiori sul davanzale.
Chi ama la pace si premunisca dai suoi danni,
ma non scordi il soffio della primavera.

51.

Ahimè! Il perimetro della vita
si restringe sempre più in fretta
e percorrerlo diventa un gioco
che dura un giorno appena.
Sono vani i propositi di saggezza
e l’ovvia rinuncia al desiderio.
Al sorgere della notte
tacite carezze ci consolano
con un brivido di speranza.

52.

L’aria pungente della notte
cede il passo al sole
che trafiggendo la corte di nebbie novembrine
sostiene un manto d’erbe fin troppo affaticato.
Tutto sembra pronto ad una lunga stasi,
al riposo dell’inverno,
ad una notte lunga una stagione.
Eppure solo ora l’olio scende denso dai frantoi
e giunge a maturazione il primo vino.
Bevi, assaggia,
perché forse né primavera né estate
ci conforteranno ancora.

53.

Pochi amici mi sono restati
al termine della traversata
e nessuno di loro certo votato al ritorno.
Ad uno ad uno li voglio onorare
levando il calice per un brindisi:
a te, che rallegrasti la mia infanzia;
a te, che scopristi con me i primi dubbi della vita;
a te, pure, maestro di inutili raggiri,
giacché la partita è sempre aperta;
a te, che lasciasti prima del tempo la carovana;
a te, che sconfiggesti la tua tetraggine
e a te, donna, che sciogliesti le mie vesti
per scoprire quanto comune è il desiderio.
Ecco, sono già ebbro
prima d’aver intinto le mie labbra nel vino.

54.

Vale più questo petalo disseccato tra i libri
che tutte le parole che usiamo ogni giorno.
Lascialo dove l’hai trovato
dopo averlo sufficientemente contemplato.
Ogni memoria basta appena a se stessa.

55.

Che dirà la viola, la primula
ed ogni altro fiore che precede
l’altera regina, la rosa stizzosa?
Quali vesti saranno convenevoli
per non averne il cuore oppresso?
Nello scrigno che rinserra –
è vero – una sola brillerà
come un rubino tra le perle,
ma alle altre sarà dato di ricordare
la profondità dei cieli,
la solennità dei tempi.
Io amo la rosa che d’inverno
sfiorì nel mio giardino.

56.

Cessa, o cuore, di trastullarti con la malinconia:
se ne va il sole e luna non getta più mistero
sulla tua polverosa strada.
Ogni volta è come se adempissi
un voto di penitenza,
ma già sai che nessuno ti ha condannato
e nessuno ti assolverà mai.
Sul volto riflesso dallo specchio
non c’è sentimento, ma un corpo inquieto
che si rigira tra le ombre.

57.

Ciò che ci rattrista diventi
alla fine la luce dei nostri giorni.
Brucino le ire segrete,
si sollevino i venti più forti
capaci di spazzare ogni cenere,
vengano le piogge a maturare
il nostro humus più indurito.
E lentamente s’avviti in terra
la radice di quelle erbe e piante
che un altro secolo vedrà verdeggiare.
Sii felice, amico, il desiderio
non si spegne né si trattiene,
ma come onda risale la risacca
e con se stesso solo si contiene.

58.

Tra le molte voci che s’agitano nel mio seno
una tace e sdegnosa giace nel canto estremo.
Voleva farsi udire e fu soverchiata.
Tendeva alla purezza e fu macchiata da mille grida.
Nella speranza di cose nuove
non si accostò a nessuno e morì d’ipocrisia.

59.

Ora taci – le parole si congelano
nel cuore come il fiato nel vento dell’inverno.
A terra le foglie fanno lubrico ogni passaggio.
È di virtù pazienza e sopportazione,
ma i giorni si sfanno, divengono corti
e la memoria della stagione evapora
come un sorso di vino versato a terra,
ultima libagione.

60.

A te che dici tristi le mie parole, i miei pensieri,
ricorda come nel fluire di ogni cosa
s’incontrino, cozzino e si confondano
ogni virtù ed infamia, tenerezza
e scortesia, fedeltà e tradimento.
Conosce il riposo solo chi s’affanna
e maggior luce non c’è che quando scompare.
Guarda dunque questo mondo fascinoso
e non temere i miei piccoli sofismi.

61.

Le tue esortazioni battono sul mio cuore
come un rullo di tamburo.
Ero certo di comprendere i misteri del mondo
ma ora so che dovrò marciare ancora a lungo.
Chi ci solleverà il peso dalle spalle
già sa che troverà piaghe e mali d’ogni genere.
Forse varrebbe la pena lasciare
tale fardello a coprire i segreti dell’avvenire.

62.

I miei passi somigliano a quelli di un ubriaco,
ma non fu il vino a romperne l’equilibrio.
Il caso mi gettò a terra rialzandomi poi
rovesciato come il fondo di un bicchiere.
È meglio astenersi da ogni giudizio,
non cercare nessuna spiegazione,
neppure nella dottrina di un maestro.
La vita si siede a volte
sia sul dolore che sopra la felicità.

63.

Di orrore in orrore questo mondo, questa vita
scarnificano le nostre giornate, i nostri paesaggi.
Cosa salveremo, cosa restituiremo alla fine al Costruttore?
Forse anche a lui sarà dato secondo il suo stesso merito.
Senza staccarsi da terra nessuno volerà,
anche se l’orrore del vuoto ci persuade ancora alla quiete.
In me brucia esile e diafana una scintilla di verità,
la scommessa di una vita sverzata fin dagli inizi.
Ha nostalgia dell’incendio da cui discende.

 

settembre–novembre 2005

   


Gianluca Ricci è nato il 17 novembre 1950 a Perugia dove attualmente risiede. Dopo essersi laureato in lettere moderne si è trasferito per motivi di lavoro per circa un decennio in provincia di Bergamo. Ha insegnato italiano, storia e geografia nella scuola secondaria di I e II grado. 

Sono stati pubblicati alcuni suoi volumi di poesia:

Su SuperZeko, poi, sono riproposte con il consenso dell'autore alcune Poesie inedite degli anni 2005-2007, già pubblicate da Enrico Cerquiglini nel suo blog «Tra nebbia e fango» (http://enricocerquiglini.splinder.com/tag/gianluca_ricci), e sono pubblicate in prima edizione la raccolta del 2008 Nova. Amor sacro ed amor profano ed altre cose ancora, quella del 2009 L'Uno vacante. Ancora citazioni, haiku, koan, aforismi e quant'altro..., e le opere in prosa Koan all'italiana (2009), Il micio curandero & altri racconti (2009-2010), Le fiabe svoltate (cioè all'incontrario) (2010), Quando i ragazzi raccontano (2010) e Tre viaggiatori (2010). Vi ha inoltre pubblicato Me le ha raccontate la mamma..., una raccolta di storielle e filastrocche apprese da sua madre Alda Rebecchi.

Il suo indirizzo di posta elettronica è etsi.omnes.non.ego@gmail.com.

   

 

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